A partire dal 1957, anno di entrata in vigore del Trattato di Roma, il ruolo dell’Unione Europea e la sua importanza all’interno del sistema internazionale sono cresciuti proporzionalmente alle politiche di integrazione intraprese dai suoi Membri. Se, da un lato, gli Stati hanno ceduto parte della propria sovranità all’Unione, favorendo politiche di integrazione in diversi settori, dall’altra essa non ha sempre risposto celermente alle sfide che si è trovata a fronteggiare.

 Tralasciando le diverse questioni politiche che da sempre impegnano l’Unione, la prima vera grande sfida che ha minacciato la stabilità del sistema comunitario è rappresentata dalla crisi dei debiti sovrani. A questa crisi l’Unione Europea ha risposto tardivamente, mettendo in gioco strumenti inediti, talvolta inadeguati, ma stando sempre attenta a muoversi all’interno dei vincoli posti dai Trattati europei e, quando necessario, modificandoli.

 

  1. Il tracollo greco e i primi strumenti comunitari

Quando, nell’ottobre del 2009, il governo greco di George Papandreou comunicò che il rapporto deficit/PIL era pari al 12,5% e non al 3,7%  come dichiarato dal precedente governo, le ripercussioni sui mercati finanziari furono catastrofiche. Tra dicembre ed aprile il rating relativo al debito greco passò prima da A- a BBB+, e poi i titoli declassarono ulteriormente, fino ad essere considerati junk bond.  

Se, inizialmente, i prestiti bilaterali coordinati tra i Membri dell’Unione potevano sembrare uno strumento efficace, quando la crisi si estese anche a Portogallo ed Irlanda divenne chiaro che la creazione di meccanismi innovativi, intergovernativi o sovranazionali, era necessaria per affrontare il dissesto in modo efficace. Fu dapprima creato il Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria (MESF), uno strumento sovranazionale interno all’Unione in grado di garantire una somma pari a 60 miliardi, inadeguata però a sostenere una crisi di quella portata. E successivamente il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), un organismo sovranazionale ed esterno all’ordinamento comunitario. Esso era concepito come una società per azioni, a cui tutti i membri contribuivano proporzionalmente alla loro sottoscrizione di capitale con la BCE. Era in grado di garantire fino a 440 miliardi, ma era stato concepito come un meccanismo temporaneo e ha cessato le proprie funzioni nel 2013.

 

  1. Dopo tre anni, finalmente un meccanismo intergovernativo permanente

La creazione di questi due strumenti certamente ha contribuito a calmare le acque, ma i mercati li concepirono come dei semplici rimedi congiunturali, non in grado di risolvere completamente la crisi. Ecco perché il Consiglio europeo concordò sulla necessità di istituire un meccanismo permanente in grado di far fronte in modo deciso alle situazioni eccezionali che avrebbero potuto coinvolgere gli Stati. Così, dopo aver aggiunto un terzo paragrafo all’articolo 136 del TFUE, venne creato il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Il MES è un’organizzazione intergovernativa con una propria struttura. I suoi Membri sono gli Stati dell’area euro e la sua funzione principale è quella di assistere finanziariamente i Paesi che attraversano o rischiano di attraversare problemi a reperire risorse sul mercato a prezzi accettabili. È in funzione dal 2012 e ha una capacità economica pari a 700 miliardi euro. Gli strumenti che mette a disposizione sono molteplici e non si riducono ai soli prestiti, ma comprendono anche, tra gli altri, l’acquisto di titoli sul mercato e linee di credito precauzionali. Per quanto riguarda i prestiti, essi sono soggetti ad una severa condizionalità che può imporre importanti riforme strutturali, riforme del sistema finanziario e misure inerenti al consolidamento fiscale. Le condizioni del prestito vengono negoziate tra la Commissione Europea, a nome del MES, e lo Stato membro e sono contenute in un Memorandum of Understaning.

Il percorso che ha portato alla creazione di un meccanismo permanente per la gestione della crisi dei debiti sovrani è stato lungo e travagliato e le istanze dei diversi Stati sono state fatte convergere grazie a diversi compromessi. In particolare, la responsabilità in capo agli Stati per i debiti da loro contratti, la c.d. no bail-out clause, contenuta nell’art.125 del TFUE, ha sempre indirizzato le posizioni dei Paesi nordici in sede di negoziato.

 

  1. Non sempre gli effetti sono quelli sperati

Analizzando gli effetti delle misure di soccorso alla Grecia, le condizioni collegate ai prestiti comportarono forti tagli al welfare e impoverirono ulteriormente la popolazione, causando forti proteste interne. Secondo alcuni studi, tra il 2010 e il 2015 la percentuale di cittadini greci che ha dovuto rinunciare a spese mediche per motivi economici, potendo contare sempre meno sulla sanità pubblica, è passata dal 10% al 22%. ; il rapporto debito/PIL greco, nel 2009, era inferiore al 130%,  nove anni dopo ha superato il 180%; il reddito pro-capite, ad oggi, è ancora inferiore del 30% rispetto ai periodi pre-crisi; la disoccupazione si attesta ancora attorno al 16%.

  1. Imparare dai propri errori: la solidarietà come mezzo necessario per risolvere la crisi

A dieci anni di distanza si può tranquillamente affermare che la gestione della crisi greca da parte dell’Unione Europea non sia stata all’altezza delle aspettative.

La sfida che ci troviamo ad affrontare oggi è diversa, ma la risposta rischia di essere la medesima: inadeguata o in ritardo rispetto alle reali necessità. La principale differenza tra la crisi dei debiti sovrani e quella epidemica riguarda la causa scatenante: se dieci anni fa gli Stati potevano avere più di qualche responsabilità collegata alla gestione delle politiche di bilancio, oggi, invece, la crisi ha origini esogene. Inoltre, in questi anni, le politiche di bilancio dei diversi Membri sono state in linea con le disposizioni previste dal Patto di Stabilità e Crescita (PSC), nonostante qualche aggiustamento da parte della Commissione.

Malgrado la sospensione del PSC, l’imponente piano di acquisto di titoli di Stato da parte della BCE, il programma di investimenti della BEI e le proposte della Commissione, le misure non sembrano abbastanza incisive per prevenire un pericoloso crollo economico dei Membri più colpiti, soprattutto Italia e Spagna, con il rischio reale di estensione della crisi a tutta l’eurozona. Un ricorso alle linee di credito del MES, seppur con condizionalità alleggerite, non rappresenterebbe la panacea a tutti i mali. Ciò che gioverebbe a tutti i Membri è, invece, una risposta coordinata e decisa. In questo senso, la proposta di creare i c.d. eurobond, delle obbligazioni del debito pubblico dell’eurozona, rappresenta la soluzione più apprezzabile in termini di efficacia, ma il gap tra i Paesi del nord e quelli del sud rischia di pregiudicarne la creazione. Il rapporto deficit/PIL di Paesi come Germania e Olanda non arriva al 60%, mentre quello della Spagna si avvicina al 100% e quello dell’Italia supera abbondantemente il 130%. Ciò, intuitivamente, permette ai Paesi del nord di fare molto più deficit rispetto a quelli del sud senza incorrere in problemi di sostenibilità del debito in un futuro non troppo lontano. Queste importanti differenze stanno pregiudicando l’attuazione di strumenti comuni davvero efficaci e non solo provvisori, come accadde durante la crisi dei debiti sovrani. La possibilità di vedere attuato un tale strumento è direttamente collegata ad una svolta solidaristica dei Paesi del nord. Un po’ come accadde negli Stati Uniti con i Treasury Bonds. Questo strumento, caldeggiato da Alexander Hamilton, salvò il primo Stato federalista della storia dalla bancarotta, grazie alla solidarietà degli Stati del nord verso quelli più indebitati del sud. Il ruolo svolto da Hamilton, fondatore del partito federalista, fu così importante per la storia americana da conferirgli il privilegio di apparire sulla banconota da dieci dollari, pur non essendo mai stato Presidente.

  1. Tutti per uno e uno per tutti: senza una svolta il futuro fa paura

All’interno dell’Unione, però, non si intravedono reali possibilità, nemmeno remote, per una svolta federalista. Ma in questi giorni le dinamiche cambiano velocemente e qualunque soluzione che possa dare stabilità all’intero sistema dovrebbe essere presa in esame. Ciò che ora conta, è che l’Unione non commetta gli stessi errori di dieci anni fa e che risponda alla crisi prontamente e concretamente, realizzando il prima possibile strumenti adeguati. Con la consapevolezza che, inevitabilmente, allo stato di interconnessione attuale tra i Membri, la stabilità dell’eurozona nel suo insieme è strettamente collegata a quella dei singoli Stati che la compongono.  Ai tempi della Brexit e dei partiti euro-scettici, una risposta che non rispecchi le caratteristiche sopra elencate potrebbe causare la morte del progetto europeo, con tutte le conseguenze nefaste, soprattutto per l’Italia, che ne deriverebbero. 

 

The following two tabs change content below.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: