Tra il 1985 e il 2018 il tasso medio di imposta societaria a livello globale si è dimezzato, passando dal 49% al 24%. La concorrenza fiscale internazionale rappresenta una delle ragioni di questo declino: mantenendo basse le proprie aliquote fiscali alcuni Stati attraggono capitali e profitti dall’estero, a scapito di altri.L’Unione Europea è l’esempio lampante di questo fenomeno.  

Globalmente, le multinazionali hanno spostato più di 700 miliardi di dollari (circa il 40% dei profitti) nei c.d. paradisi fiscali, riducendo il gettito fiscale mondiale di quasi il 10%. Questo solo nel 2017. Secondo alcune stime, l’Italia, nel 2019, avrebbe perso 24 miliardi di dollari a causa dei Paesi con una politica fiscale aggressiva. Di questi 24 miliardi, 21 sono confluiti in Stati UE.  Dal 2018, gli Stati Uniti di Trump hanno deciso di ridurre la pressione fiscale sulle società, abbassando l’aliquota dal 35% al 21%. All’interno dell’Unione Europea, invece, la situazione è complicata ed eterogenea. Ciò che conviene mettere in luce fin da subito, è che alcuni Stati attuano politiche fiscali aggressive, gravando sugli altri Membri dell’Unione. Nel Vecchio Continente, la distorsione nell’allocazione delle risorse deriva principalmente dalle politiche fiscali del c.d. axis of tax avoidance, definizione coniata dal Tax Justice Network nel suo ultimo report. L’asse, composto da Regno Unito, Svizzera, Paesi Bassi e Lussemburgo, causa ai Paesi membri dell’UE perdite collegate al mancato gettito di imposte sulle società che superano i 27,5 miliardi di dollari l’anno, a fronte di 3,9 miliardi di entrate. Va da sé che l’enorme differenza tra perdite e profitti rimanga in tasca alle multinazionali stesse.

 

Il Lussemburgo, secondo il report, è il maggiore responsabile delle perdite collegate alle imposte sulle società (12 miliardi di dollari l’anno), seguito dai Paesi Bassi (10 miliardi di dollari l’anno), la Svizzera (3 miliardi di dollari) e il Regno Unito (1,5 miliardi di dollari).  

A fronte dell’enorme danno causato, il Lussemburgo incassa una cifra relativamente irrisoria: 400 milioni di dollari. Questo significa che, per ogni dollaro guadagnato dal Granducato, l’Unione Europea perde 32 dollari. I Paesi Bassi, invece, incassano 2 miliardi a fronte dei 10 sottratti agli altri Stati membri (un danno di 5 dollari per ogni dollaro incassato). Le multinazionali, dal canto loro, invece di dichiarare i profitti nel Paese in cui sono stati generati, li dirottano verso Paesi fiscalmente più appetibili. Nel 2017, si stima che siano stati deviati 115 miliardi di dollari verso i Paesi dell’asse, grazie alla presenza di aliquote sulle società di molto inferiori rispetto a quelle degli altri Membri dell’Unione. A ciò vanno aggiunti gli oltre 270 miliardi di dollari incassati sul territorio di questi Paesi (contro i 102 miliardi di introiti localizzati nel resto dell’UE), a fronte di soli 15,9 miliardi di dollari di tasse, cioè di un’aliquota fiscale effettiva del 5,8 per cento. Tenendo conto delle dimensioni degli Stati coinvolti, la distorsione nell’allocazione delle risorse è evidente. Mentre in Italia l’aliquota d’imposta sulle società è del 24% e in FranciaGermania in alcuni casi superiore al 30%, nei Paesi dell’asse oscilla tra lo 0,8% del Lussemburgo e il 10% del Regno Unito. Questo perché le aliquote c.d. ufficiali vengono alleggerite da diversi fattori (si pensi che l’aliquota ufficiale del Lussemburgo è del 28%, 4 punti percentuali più alta dell’IRES italiana).

 

In primo luogo, questo si verifica per effetto di deduzioni e detrazioni. Poi, grazie a trattamenti speciali temporanei, i c.d. tax ruling, che vengono accordati dagli Stati alle singole multinazionali. Se, da una parte, questi strumenti possono essere utili per evitare contenziosi, dall’altra permettono alle multinazionali di ridurre drasticamente il proprio carico fiscale globale. Occorre inoltre ricordare che anche Ungheria e Irlanda, imponendo un’aliquota sui redditi alle società rispettivamente del 9% e del 12,5%, e facendo ampio uso degli strumenti fiscali appena menzionati, contribuiscono all’elusione fiscale all’interno dell’UE. Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza già nella Commissione Juncker, si è sempre opposta a questo tipo di accordi fiscali, abbandonando fin da subito i negoziati a porte chiuse preferiti dal suo predecessore Joaquín Almunia. Forte del suo potere di emettere decisioni vincolanti senza la necessità dell’approvazione da parte delle altre istituzioni europee, un sogno per gli altri Commissari, in cinque anni ha aperto indagini contro diverse famose multinazionali, colpevoli di aver abusato di posizioni di mercato dominanti o di aver ricevuto illegittimi aiuti di Stato, così come previsto dal Titolo VII, Capo 1 del TFUE.

 

 Tra i casi più eclatanti in tema di aiuti di Stato illegittimi, figurano i ruling concessi dall’Olanda a Starbucks, dal Lussemburgo a Fca e dall’Irlanda ad Apple. Quest’ultima, in particolare, ha negoziato col colosso americano un’aliquota dello 0,005%. Come conseguenza di ciò la Commissione ha stimato un beneficio indebito di 13 miliardi di euro e ne ha imposto la restituzione da parte della multinazionale a Dublino. Nonostante l’Irlanda non abbia mostrato entusiasmo a seguito della decisione, ha comunque proceduto a raccogliere l’intera somma più gli interessi (in totale oltre 14 miliardi di euro) e a depositarla in un fondo di garanzia, in attesa della pronuncia della Corte sui ricorsi presentati. Si tratta della più grande multa per illecito fiscale della storia.

Per quanto riguarda i casi Fca e Starbucks, dopo il ricorso degli Stati e delle compagnie coinvolte alla Corte di Giustizia Europea, nel settembre scorso quest’ultima si è espressa in una doppia sentenza. In quella relativa al caso Fca, che vede contrapposto il Lussemburgo alla Commissione, il Tribunale ha confermato la decisione del Commissario Vestager, imponendo alla compagnia il pagamento di 30 milioni di euro di “tasse arretrate” al Granducato. In attesa della pronuncia sul ricorso di Fca, quest’ultima sta procedendo ad accantonare oltre 58 milioni destinati al pagamento di ulteriori tasse arretrate, segnale che anche il gruppo stesso ritiene improbabile un ribaltamento della situazione. Per ciò che concerne la sentenza relativa al caso Starbucks, invece, la Corte ha espresso parere negativo rigettando la decisione della Commissione. Secondo i giudici l’esecutivo comunitario non è stato in grado di dimostrare l’esistenza di un vantaggio economico in favore della multinazionale americana, gettando qualche ombra sull’operato Vestager, giudicato controverso da più parti.

 

Nonostante il lavoro della Commissione possa considerarsi complessivamente positivo, la strada da percorrere verso una più equa distribuzione dei proventi dalla tassazione sulle società all’interno dell’UE è ancora in salita. Questo sopratutto perché le questioni fiscali richiedono l’unanimità e Paesi Bassi e Lussemburgo hanno già mostrato in passato una certa riluttanza verso ogni tentativo di riforma.

Ma quali potrebbero essere le misure da introdurre per porre fine, o almeno ridurre, il fenomeno dell’elusione fiscale all’interno del sistema comunitario?

Prima di tutto è necessaria una maggiore trasparenza in materia. Gli Stati membri dell’UE dovrebbero richiedere alle multinazionali operanti sul proprio territorio di presentare anno per anno dei report dettagliati che indichino le vendite, i profitti e le tasse pagate. Questo permetterebbe ad ogni cittadino di valutare se le multinazionali stiano pagando le tasse che spettano al proprio Paese e, allo stesso tempo, di verificare se alcuni Stati membri attuino una politica fiscale aggressiva. In secondo luogo, l’introduzione di un’aliquota minima (nell’ordine del 20/25%) e il divieto di tax rulingsono le due misure necessarie per armonizzare il sistema fiscale ed evitare ulteriori distorsioni nell’allocazione delle risorse. Ma, come già detto, l’opposizione di alcuni Stati non permette un’implementazione della materia. Il fenomeno dell’elusione fiscale, come s’è visto, crea effetti distorsivi enormi all’interno dell’Unione. In un periodo di emergenza come quello attuale è necessaria più che mai una svolta. In questo senso, una maggiore attenzione alla vicenda da parte dei media potrebbe favorire una sua più vasta comprensione da parte dei cittadini dell’Unione e, allo stesso tempo, spingere gli Stati ad inserire la questione nei negoziati attuali. Perché il futuro dell’UE passa anche da questa riforma.

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