La diffusione del Covid-19 non ha risparmiato neanche il Nord del mondo. Anche se con numeri decisamente diversi da quelli europei, asiatici e statunitensi, tutti gli Stati artici sono stati colpiti dall’emergenza Coronavirus

Di seguito proponiamo i numeri specifici per ogni singolo Paese in relazione alla fragilità della condizione dei popoli indigeni che abitano queste aree. [1]  

 

Aggiornamento

Stato

Area

Numero casi positivi

13/04/2020

Canada

Nord Ovest

19

13/04/2020

Canada

Nunavik

10

13/04/2020

Alaska (Stati Uniti)

 

272

13/04/2020

Groenlandia

 

11

10/04/2020

Norvegia

 

6244

13/04/2020

Svezia

 

10948

13/04/2020

Finlandia

 

3064

13/04/2020

Russia

Oblast di Murmansk

128

13/04/2020

Russia

Repubblica Sakha (Yakutia)

23

13/04/2020

Russia

Regione autonoma Jamalo Nenec

66

10/04/2020

Russia

Repubblica dei Komi

305

09/04/2020

Islanda

 

1648

 

 

 

All’interno del vasto territorio artico e sotto la giurisdizione dei diversi Stati, vivono numerose comunità indigene. Anche se non esiste una definizione universalmente condivisa di popolo indigeno, si può far riferimento alla United Nations Declaration on the Rights of Indigenous Peoples, del 2007[2] che, pur non avendo valore vincolante, individua le linee guida per considerare un popolo indigeno tale. L’unico strumento legislativo internazionale che si propone lo scopo di proteggere i diritti dei popoli indigeni è la Convenzione International Labour Organzation (ILO) 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali del 1989.[3] Gli Stati che hanno ratificato tale convenzione si impegnano a garantire in modo efficace l’integrità fisica e spirituale dei popoli indigeni e a lottare contro ogni forma di discriminazione nei loro confronti. Come indica il Consiglio Nazionale della Ricerca (CNR) l’insieme dei popoli indigeni nell’Artico raccoglie circa 4 milioni di persone. Tra essi ricordiamo gli Inuit, gli Yupik, gli Jakuti, i Komi, i Tangusi, i Saami, gli Aleuti e i Nency.[4] Tra i gruppi più numerosi annoveriamo: gli Jakuti, composti da circa 450.000 persone stanziate in Siberia; iKomi, circa 290.000 persone nella Repubblica dei Komi, in Russia.

 

Tra le popolazioni indigene di minore entità numerica invece troviamo: i Tangusi, 90.000 persone che vivono nell’Asia Nordorientale; gli Yupik, circa 24.000 persone distribuite sulle coste dell’Alaska Occidentale; gli Aleuti che vivono sulle Isole Aleutine (Alaska e Russia) che contano circa 18.000 indivivui; i Nency situati nella Federazione Russa con una popolazione di circa 40.000 persone. Un’attenzione particolare va riservata agli Inuit e ai Saami. I primi sono circa 120.000, distribuiti sulle regioni costiere artiche e subartiche dell’America Settentrionale, della Groenlandia e dell’estremo Nord Orientale della Siberia. Minacciati dai cambiamenti climatici e dalle attività di estrazione e sfruttamento delle risorse naturali e delle materie prime, gli Inuit hanno fondato una organizzazione che mira a tutelare la propria cultura e il loro ambiente.

L’ Inuit Circumpular Council(ICC),[5] che rappresenta approssimativamente circa 160.000 nativi, è un’organizzazione non governativa che opera attivamente a livello internazionale per il riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene e la difesa del loro ambiente naturale. Il popolo Saami invece è costituito da circa 75.000 persone, distribuite lungo il territorio che va dalla penisola di Kola in Russia, fino alla Norvegia Centrale. Sono l’unico popolo indigeno riconosciuto a livello europeo, riconoscimento testimoniato principalmente dall’istituzione del parlamento Saami.[6] Composto da 21 membri e 4 deputati, nel complesso, il Parlamento Saami ha essenzialmente un ruolo consultivo.

 

La diffusione del Covid-19 nel Nord del mondo mette in luce trend comuni tra le comunità indigene che, seppur profondamente diverse tra loro per religione, lingua, cultura e impianto sociale, si trovano ad affrontare un nuovo pericolo che ne minaccia l’esistenza.  

Dalee Sambo Dorough, a capo dell’ICC, pone l’attenzione sulle problematiche condizioni in cui versano già 4500 abitazioni in Alaska che non disponogno di acqua potabile e come tali abitazioni, normalmente non appropriatamente ventilate e spesso sovraffollate, possano ridurre drasticamente la possibilità e la necessità di separare individui malati, facilitando la diffusione del virus.[7]

 https://www.arctictoday.com/how-the-arctics-limited-infrastructure-could-make-coronavirus-deadlier-in-the-region/

Tra gli indigeni dell’Artico canadese risulta essere particolarmente alta l’incidenza della tubercolosi (181 casi per 100 mila abitanti contro 0.6 per i non indigeni), così come l’incidenza del fumo tra gli adulti (63% contro 16%), pessime le condizioni di affollamento e di igiene delle abitazioni che, anche qui, possono favorire la diffusione del virus e rendere più difficile l’isolamento di casi infetti, e ancora alta risulta la diffusione di malattie infettive.[8]

Nel più grande ospedale groenlandese si dispone di soli 4 posti in terapia intensiva, fattore che ha obbligato le autorità groenlandesi a chiudere il traffico aereo in entrata e a limitare al massimo gli spostamenti domestici già alla metà di Marzo 2020. E’ inoltre ovviamente necessario considerare le lunghe distanze che separano i luoghi abitati dalle popolazioni indigene dai grandi centri urbani nel caso trasferimenti di pazienti diventassero necessari. Fermo restando che tutte queste popolazioni stanno già affrontando gli effetti del cambiamento climatico, che in queste regioni sta già avendo un impatto devastante. Infatti, come sottolineato dall’ultimo report del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC):

Arctic residents, especially indigenous peoples, have adjusted the timing of activities to respond to changes in seasonality and safety of land, ice, and snow travel conditions. Municipalities and industry are beginning to address infrastructure failures associated with flooding and thawing permafrost and some coastal communities have planned for relocation (high confidence). Limited funding, skills, capacity, and institutional support to engage meaningfully in planning processes have challenged adaptation (high confidence).[9]    

La drammaticità della diffusione del virus tra le popolazioni indigene è ben espletata dalle parole della Presidente del Consiglio Saami, Christina Henriksen: “my main concern is that we are so few people, and we have no one to lose”.[10] La percezione del pericolo che il Covid-19 porta con sè differisce ovviamente dalla zona di diffusione. La precarietà del sistema sanitario, la povertà di infrastrutture adeguate, le lunghe distanze, il numero già esiguo delle popolazioni indigene del Nord, la situazione di sovraffollamento e di condizioni igieniche precarie di molte abitazioni e la propensione per la diffusione di alcune malattie infettive, potrebbero rendere il Covid-19 un avversario ancora più difficile da combattere per le popolazioni indigene dell’estremo Nord.

Al momento i numeri non raccontano una situazione estremamente drammatica. Sicuramente l’esperienza fornita da regioni del mondo in cui il virus si è diffuso prima, e con numeri di gran lunga più importanti, funge da linea guida, e al momento sembra che le misure restrittive stabilite dagli Stati del Nord sembrano aver contenuto la diffusione del Covid-19, anche nelle comunità indigene. Tuttavia la situazione resta soggetta ad una rapida mutevolezza e, una volta che la situazione sarà normalizzzata, bisognerà valutare le conseguenze economiche e sociali che tale isolamento avrà prodotto in comunità che già affrontano sfide titaniche.   

Fonti

[1] Dati estrapolati da “Roundup of COVID-19 response around the Arctic,” 2020, The Barents Observer, https://thebarentsobserver.com/en/node/6581

[2] https://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/DRIPS_en.pdf

[3] http://www.gfbv.it/3dossier/diritto/ilo169-conv-it.html

[4] http://artico.itd.cnr.it/index.php/sezione-1/popolazioni-e-insediamenti-in-artico

[5] https://www.inuitcircumpolar.com/about-icc/

[6] https://www.affarinternazionali.it/2019/10/finlandia-popolo-sami-elegge/

[7] https://www.arctictoday.com/how-the-arctics-limited-infrastructure-could-make-coronavirus-deadlier-in-the-region/

[8] Morgan in Limes 2019.

[9] IPCC, The Ocean and Cryosphere in a Changing Climate. 2019.

[10] https://arctic-council.org/en/news/coronavirus-in-the-arctic-we-have-no-one-to-lose/

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Marco Volpe

Marco Volpe

Ciao a tutti,sono Marco Volpe,analista dello Iari per la regione artica. La mia passioneper l’estremo Nordviene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tantotempo,raggiunto attraverso un percorsoiniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpretare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica,soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.
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