L’Africa si trova da anni ad un bivio: da un lato vi sono infatti tutti gli strumenti per un rapido e robusto sviluppo economico, ma dall’altro pesano ancora l’eredità coloniale ed i problemi strutturali del territorio. Fragilità economica, politica, flussi migratori incontrollati permeano le relazioni internazionali dell’Africa con i suoi partners vicini e lontani, primi fra tutti Europa ed in particolare l’Italia.

Tradizione vuole che l’Africa, in generale, e l’Africa subsahariana in particolare, sia un territorio in cui mancano i requisiti strutturali per uno sviluppo economico robusto e duraturo. Di contro, è ormai indiscusso che l’Africa sia, in questo momento, uno degli scacchieri geopolitici di maggior interesse a livello globale, così come il fatto che la rapida (a tratti rapidissima) crescita di alcune economie del territorio susciti l’interesse dei maggiori players internazionali. Ne è un esempio il massiccio piano di investimenti economici portati avanti dalla Cina nell’ambito della “One Belt One Road Initiative”. Proprio la dimostrazione di interesse di Pechino nei confronti dell’Africa sembra, infatti, aver risvegliato le coscienze degli altri attori di rilievo, primi tra tutti Unione Europea e Stati Uniti. Con le dovute accortezze, sembrerebbe in rinascita la dialettica della “corsa all’Africa”. E tuttavia, questa fantomatica corsa, lungi dall’essersi sopita si presenta come il problema del millennio[1]. Cosa è cambiato dunque? Innanzitutto, sono cambiati gli attori: ai classici portatori di interessi individuati negli Stati europei, ex-colonizzatori legati all’Africa da ragioni storiche oltre che economiche, si sono aggiunti gli Stati Uniti, con la nuova “strategia per l’Africa” lanciata al termine del 2018, la Cina come già detto e soprattutto gli attori mediorientali[2]. È mutata però la stessa consapevolezza del continente africano, non più disposto a subire passivamente le mire altrui, ed in cerca di una propria autoaffermazione, sebbene con tutti i problemi, anche strutturali, che caratterizzano il panorama economico di un territorio vastissimo e non coeso, né dal punto di vista organizzativo né dal punto di vista politico. Nello scenario appena delineato, quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia? Quali spazi di manovra possiede la Farnesina, e come possono essere sfruttati al meglio?

Il continente Africano porta con sé un pesante fardello di matrice storica e culturale: il retaggio coloniale che grava sia sulle spalle del continente che su quelle degli ex colonizzatori, si ripercuote sulle relazioni economiche che i paesi si trovano ad instaurare. Questo è vero a maggior ragione per l’Africa subsahariana che, al contrario de paesi che si affacciano sul Mediterraneo, è maggiormente povera di infrastrutture, che condizionano anche la mobilità di merci e persone. Nell’immaginario collettivo è insita la dialettica di un asservimento del continente agli aiuti economici allo sviluppo provenienti da diverse fonti. In Africa, inoltre, non si è mai verificato un fenomeno paragonabile all’avvento delle “tigri Asiatiche”: anzi, sebbene fino al 2010 la crescita generale del PIL del continente si aggirasse intorno al 5.4%, tanto che l’Economist aveva iniziato a parlare di “leoni africani in marcia”, una nuova ondata di instabilità e recessione, complici tra gli altri il fenomeno delle primavere arabe e l’inasprirsi delle azioni terroristiche di Boko Haram, ha riportato la crescita tra l’ 1.9% e il 2.4%.[1] Sebbene l’indicatore del PIL abbia i suoi limiti, ormai riconosciuti anche dagli economisti, un dato resta indiscusso: l’Africa non riesce a fare il salto di qualità, e questo vale sia per le regioni la cui economia si basa sull’esportazione del petrolio e delle materie prime, sia per quelle aree la cui economia si basa su altri fattori. Le ragioni di questa stagnazione sono molteplici: alcune sono di natura macroeconomica e possono individuarsi in un debito pubblico mal gestito, una cattiva gestione del rischio ed una pesante inflazione. Non trascurabile è anche che il tasso di crescita della popolazione sia maggiore rispetto al tasso di crescita generale: in altri termini, le opportunità lavorative che si creano di anno in anno sono di gran lunga minori rispetto al numero di ingressi annuali nel mondo del lavoro. Altre sono di natura strutturale e riguardano prima di tutto la capillare corruzione governativa, la scarsa coesione politica tra i vari attori regionali, dovuta a differenze culturali e tribali che ancora permeano i rapporti intercontinentali e la generale diffidenza con cui i leader africani affrontano le relazioni diplomatiche. Esistono quindi due forze motrici di diversa natura e di diversa direzione che sembrano sospingere il continente nelle sue strategie internazionale: da un lato una costante voglia di autoaffermazione, lontana dai processi decisionale delle “ex madrepatrie” seppur sfruttandone i modelli che hanno avuto un qualche effetto positivo: si pensi alla stessa Unione Africana che ricalca il modello dell’Unione Europea; o, per fare un esempio contrario, la decisione di molti Paesi dell’Africa di uscire dal sistema della corte penale internazionale, accusata di interventi discriminatori nei confronti dei membri africani. Dall’altro un profilo di costante e continua dipendenza dagli aiuti internazionali, che si ripercuote in una posizione di debolezza al tavolo dei negoziati.

Questa posizione di debolezza è distintamente apprezzabile esaminando uno dei dossier caldi della politica estera internazionale attuale, ovvero la negoziazione dell’accordo post Cotonou. L’accordo in oggetto è uno dei pilastri su cui si basano le relazioni commerciali tra il continente africano e l’Unione Europea che a tutt’oggi si inserisce nel trittico dei suoi tre principali partner commerciali. L’accordo di Cotonou, meglio conosciuto come ACP, ultimo step di una serie di accordi commerciali iniziati con l’avvento della decolonizzazione (Convenzioni di Yaoundè e di Lomè), fu firmato in Benin nel 2000 per una durata ventennale, ed andrà in scadenza nel Febbraio del 2020. In questa fase, l’Unione Europea sembra approntare un sistema che vada di pari passo con l’Agenda ONU per il 2030. D’altronde, Bruxelles ha ogni interesse nel tessere una robusta rete di accordi con i Paesi dell’Africa subsahariana (circa 40 dei quali sono firmatari dell’accordo ACP ndr.), non solo perché importanti Paesi membri come Francia e Germania detengono una propria importante quota di export verso quelle destinazioni, ma perché Africa ed Europa sono legate a filo doppio da quella pratica di “commercio e aiuto” risalente agli anni ‘60. La cornice della negoziazione post- Cotonou riflette questa trama: accanto ad un quadro comune, infatti, è stata pensata una serie di accordi specifici nella forma di partenariati regionali, quindi un accordo per l’Africa, uno per i Caraibi ed uno per i Paesi del pacifico[2]. L’accordo per l’Africa in particolare, si propone di rivedere i principi del partenariato economico, vista la scadenza dei rapporti con alcuni dei paesi membri, nonché lo stanziamento massiccio di risorse nel Fondo Perduto destinato al continente[3][4]. Tuttavia, ciò che sembra prevalere, più che il reale interesse dei destinatari dei fondi, è l’Agenda politica dell’Unione Europea. Il paradigma alla base dell’accordo di Cotonou – trade and aid , commercio e aiuto- sembra infatti essere stato piegato alle esigenze degli stati membri, in particolare alla necessità degli stessi di essere rassicurati circa la sicurezza del territorio e la gestione dei conflitti, considerato che 18 dei Paesi dell’area subsahariana si trovano in situazioni più o meno gravi di crisi. Il ruolo dell’Italia in queste negoziazioni è null’affatto secondario, né potrebbe esserlo se si pensa che proprio Roma è il principale finanziatore del Fondo di Sviluppo Europeo per l’Africa, o se si guarda agli interessi specifici di cui è portatore il nostro Paese nell’area a Sud dell’equatore.

L’area geografica del Corno d’Africa. Fonte: Reddit.com

Dagli anni ’30, infatti, il corno d’Africa ed in particolare il trittico formato da Etiopia, Eritrea e Somalia rappresenta il fantomatico “posto al sole” rivendicato dai nazionalisti prima e dai fascisti poi, nella speranza di poter quantomeno avvicinarsi ad una forma imperiale italiana. Come poi è andata la storia è cosa nota: l’Italia prebellica non era in grado di supportare un impero, né economicamente né strategicamente, ed i sogni imperiali affondarono nel celeberrimo “scatolone di sabbia”. E tuttavia gli interessi della politica estera italiana nel corno d’Africa non si sono mai sopiti, seppur talvolta persegui più sulla base delle opportunità del momento che secondo una strategia chiara e di medio termine. Sul corno d’Africa, sicuramente il centro privilegiato di interesse è l’Etiopia, per cui l’Italia è il secondo partner commerciale, con un giro d’affari di circa 300 milioni di euro, e stante l’affidamento dell’appalto dei lavori della diga Grand Ethiopian Renaissance sul Nilo Blu alla società italiana Salini Impregilo nel 2015. Quello che, una volta terminato sarà il più grande impianto idroelettrico dell’Africa[5], garantendo una quota triplicata di export etiope verso i paesi confinanti, vede quindi l’Italia in un ruolo strategico e di primo piano[6]. Il paese si pone quindi come investitore in un asset strategico come quello dell’energia, in cui la stessa Etiopia sta investendo molto, nel tentativo di liberarsi della dipendenza dal Sudan e Sud Sudan per il suo approvvigionamento, stante i cattivi rapporti tra i due Stati. L’altro centro dell’interesse di Roma, e senza dubbio la Somalia, non foss’altro che per i lasciti dell’amministrazione fiduciaria italiana sul territorio. Il territorio somalo, però è uno dei più fragili del continente, devastato fino al 2014 dal conflitto interno e dalla pirateria, e non ancora ristabilitosi completamente. Nonostante queste poco felici premesse l’Italia, così come altri investitori ha da poco ripreso interesse verso il Paese specialmente per quanto riguarda il potenziale del settore gasifero e petrolifero. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, il 21 Marzo 20198, i vertici della banca d’Italia hanno siglato un accordo con le autorità somale per l’infusione di un milione di euro nel fondo infrastrutturale del Paese, gestito congiuntamente dall’Unione Europea. La politica estera italiana cerca quindi di ritagliarsi uno spazio di azione in un territorio che diventa sempre più centrale nella geopolitica del continente, stante anche l’impossibilità di guardare più ad Ovest per la presenza di due vicini ingombranti e ben più influenti, la Francia ed il Regno Unito. Tuttavia, la Farnesina ha tra le sue linee guida l’espansione verso sud, come dimostra l’aumento dell’interesse verso i mercati del Ghana, del Mozambico e del Sud Africa. A pesare sulle relazioni diplomatiche italo-africane, specialmente con l’attuale governo giallo-verde è però, ancora il dossier immigrazione.

Fonte: sciencemag.com

Nell’immaginario collettivo, l’Africa è un continente in movimento: i dati oggettivi sule fragilità del territorio, uniti ad una certa retorica politica inaspritasi negli ultimi anni con l’avvento dei populismi nazionali, fa si che nei Paesi di “frontiera” come appunto l’Italia, si arrivi a creare una sorta di psicosi collettiva assolutamente non giustificata. Con questo non si vuol intendere che il problema non esista: occorre però ridimensionarlo alla luce dei dati oggettivi. Bisogna innanzitutto smontare il paradigma che vede i Paesi dell’africa subsahariana come i principali fruitori delle rotte migratorie che dai loro paesi di origine arrivano in Italia. Non soltanto questo è errato ma anche inverosimile. I processi migratori, infatti richiedono molto denaro: secondo le stime dello IOM (International Observatory of Migration) il viaggio via mare dalla Libia può arrivare a costare fino a 6000 euro per una persona singola. È quindi molto più rilevante, almeno a Sud dell’Equatore, la migrazione regionale, anche detta sud-sud[1]. Le stesse statistiche dell’UNHCR per gli arrivi in Italia nel 2019 parlano chiaro:

Per quanto riguarda l’Africa, i flussi migratori più consistenti rimangono quelli provenienti dal Maghreb. Le migrazioni Sud-Nord, invece, passano necessariamente da aree di conflitto e soprattutto dalla Libia, partner strategico dell’Italia nella gestione dei flussi migratori. Proprio l’accordo Roma-Tripoli è costante oggetto di discussione nella comunità internazionale e di fronte all’Unione europea. Il contenuto del memorandum di intesa è noto ma sintetizzando, la Libia si impegna a sbarrare il passaggio ai migranti del Centrafrica, chiudendo il confine a sud, e a intercettare e bloccare i barconi in partenza dalle sue coste. L’Italia offre in cambio il supporto organizzativo e strategico formando e attrezzando la Guardia Costiera libica e il personale dei “centri di accoglienza” [2].La cooperazione strategica con la guardia costiera libica ha in effetti diminuito gli sbarchi (circa 2000 unità nei primi sei mesi del 2019), confermando la tendenza già ipotizzata dal fact checking sulle migrazioni dell’ISPI del 2018 [3], ma si discute sul costo umanitario di questo accordo. Fonti sempre più insistenti riportano di continue e sistematiche violazioni gravissime dei diritti umani nelle carceri libiche, come rilevato anche da Amnesty International. Inoltre, è quantomeno dubbio la coerenza con l’art.80 della Costituzione. Infatti, l’accordo libico impone senza dubbio dei costi al nostro paese, configurandosi uno di quei casi in cui il Parlamento avrebbe dovuto ratificare l’accordo. L’ostacolo-ed il diritto internazionale- sono stati presto aggirati: Roma ha affermato di utilizzare i fondi per gli “aiuti allo sviluppo” in cooperazione con l’Unione Europea. In sostanza quindi I fondi del Trust Fund per l’Africa, di cui si è detto essere l’Italia il principale contributore. Non a caso, i negoziati post Cotonou prevedono un accordo ombrello con la Libia per una migliore gestione e cooperazione dei flussi migratori. ecco quindi che l’Italia si inserisce in altro modo nello scacchiere Africano, diversificando i suoi interessi strategici. In realtà mentre dal lato italiano occorrerebbe una migliore gestione degli arrivi, la cooperazione con i Paesi di provenienza andrebbe ricercata non tanto con generici e nebulosi aiuti allo sviluppo, ma con programmi seri di gestione e regolazione dei flussi irregolari. È questo, uno dei grandi nodi irrisolti della partnership italo-africana.

In conclusione, negli ultimi due decenni l’Africa è andata incontro a tumultuosi sviluppi della sua politica interna ed internazionale: dall’utilizzo dei modelli europei per rafforzare la cooperazione regionale, con la creazione dell’Unione Africana, ai tentativi di realizzare un Unione doganale, al rinvigorimento delle sue economie regionali, il continente africano ha dimostrato di volersi affrancare dal sistema di aiuti allo sviluppo che ancora la tengono ancorata alle ex madrepatrie. Tuttavia, questa corsa all’indipendenza-reale, e non solo figurata- è ancora lastricata dalla reciproca diffidenza e da alcuni problemi strutturali interni. Si allude, per esempio al problema della dipendenza del franco CFA dal franco, meccanismo esacerbato proprio dall’Unione doganale, che in questo caso riaccende strumenti neocoloniali. L’area economica del franco CFA comprende infatti Africa francese e pertanto un’area molto vasta. Ancorando la moneta al franco, la Francia conserva ancora un grandissimo potere, essendo in grado di controllare l’offerta di moneta[4]. Né il territorio africano potrebbe al momento permettersi di discostarsi dalla valuta ancora, per i pesantissimi effetti che la svalutazione avrebbe su inflazione e disoccupazione. Queste pesanti inflazioni sono state, finora, evitate appunto grazie all’intervento della Francia nei momenti di crisi. Ecco che però così si perpetua la dipendenza del continente da un paese estero. Non giova inoltre la scarsa coesione dell’Unione Africana, non in grado di agire come attore internazionale unico. Questa, ha da poco rinnovato i suoi vertici, ed è ora guidata da Al-Sisi, il presidente egiziano. Ciò potrebbe forse corrispondere ad una ritrovata assertività nella conduzione della politica estera, ma poco giova alle relazioni diplomatiche con l’Italia. I rapporti con l’Egitto sono infatti piuttosto freddi ed altalenanti dall’esplosione del caso Regeni. Il futuro del continente nero è quindi, ancora, in bilico. L’Italia potrebbe senza alcun dubbio giocare un ruolo principe nello scacchiere geopolitico in oggetto se saprà sfruttare le opportunità di cooperazione con altri paesi dell’unione e prima tra tutte la Francia, e soprattutto se saprà ridimensionare il peso di dossiers più politici a favore di una maggiore importanza dei rapporti economici, che potrebbero sia affrancare certi organismi regionali da quei meccanismi di dipendenza tanto invisi alle popolazioni autoctone quanto creare nuove ed interessanti opportunità di business per il nostro Paese.

[1] https://comparativemigrationstudies.springeropen.com/articles/10.1186/s40878-015-0015-6

[2] https://openmigration.org/analisi/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sullaccordo-italia-libia/

[3] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fact-checking-migrazioni-2018-20415

[4] http://vocidallestero.it/2018/11/27/il-franco-cfa-in-africa-neocolonialismo-e-dipendenza/

[1] http://www.worldbank.org/en/region/afr/overview#1

[2] https://ec.europa.eu/europeaid/policies/european-development-policy/acp-eu-partnership-after-2020_en

[3]https://ec.europa.eu/europeaid/post-cotonou-roadmap_en

[4] https://www.fasi.biz/it/notizie/novita/19611-fondo-fiduciario-africa-nuovi-finanziamenti-ue-per-migrazione.html

[5] https://ethiopia.salini-impregilo.com/it/progetti/grand-ethiopian-renaissance-dam.html

[6] http://www.infomercatiesteri.it/paese.php?id_paesi=11#slider-1

[1] http://www.worldbank.org/en/region/afr/overview#1

[2] https://ec.europa.eu/europeaid/policies/european-development-policy/acp-eu-partnership-after-2020_en

[3]https://ec.europa.eu/europeaid/post-cotonou-roadmap_en

[4] https://www.fasi.biz/it/notizie/novita/19611-fondo-fiduciario-africa-nuovi-finanziamenti-ue-per-migrazione.html

[1] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/new-scramble-africa-si-ma-non-e-nuovo-22668

[2] Si parla in special modo del “quartetto mediorientale” composto da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati ed Egitto

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Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
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