Nella cornice della delicata crisi politica libica che sta scuotendo la regione Mediterranea, la premiership dell’ENI quale principale operatore straniero e, di conseguenza, gli interessi politico-energetici dell’Italia nell’ex colonia rischiano di essere compromessi dalla politica aggressiva e ambigua di attori direttamente interessati a sfruttare il caos libico per affermare la propria presenza economica e politica nel Paese. Quali sono le contromosse che l’Italia potrebbe adottare al fine di tutelare la propria compagnia petrolifera ed il proprio ruolo di principale partner e player occidentale in Libia?

Sin dal 1959, anno in cui l’ENI fece il suo ingresso ufficiale in Libia ottenendo la concessione n.82, l’Italia ha potuto contare sulla compagnia petrolifera di Stato quale garante dei propri interessi economico-energetici, e di conseguenza politici, nell’ex colonia. Malgrado le relazioni bilaterali tra Roma e Tripoli abbiano spesso vissuto alti e bassi a causa di vicissitudini e incomprensioni legate all’esperienza coloniale, la complementarietà delle rispettive economie e, di riflesso, la convergenza di interessi, ha fatto sì che si instaurasse nel tempo un solido legame tra i due Paesi, fondato essenzialmente sul petrolio libico e sul know-how e la manodopera specializzata italiani.

Una partnership privilegiata dunque, impostata su di una formula do ut des che, a partire dagli anni settanta, ha permesso alla diplomazia italiana di ovviare all’aggressività e alle rigidità politiche di Gheddafi, spostando sistematicamente il dialogo su di un binario, quello economico, dinanzi al quale il raìs libico ha sempre palesato aperture e volontà di collaborazione in virtù dei suoi progetti di modernizzazione e sviluppo della Jamahiriya, per i quali gli introiti derivanti dalle rendite petrolifere e le attività di estrazione e raffinazione svolte dall’ENI, rappresentavano la conditio sine qua non. Il Cane a sei zampe ha saputo, grazie alla diplomazia energetica di Mattei e alla realpolitik che ha animato la politica estera italiana da Moro a Berlusconi, guadagnarsi nel tempo un ruolo di primo piano nel contesto libico, contribuendo da una parte al sostentamento del rentier state di Gheddafi, e godendo dall’altra di uno status privilegiato rispetto a tutte le altre compagnie internazionali ivi operanti. Un dominio di cui ne ha naturalmente beneficiato Roma, affermandosi come principale interlocutore occidentale della Libia e alimentando in tal modo la sua naturale vocazione mediterranea.

Tuttavia, all’indomani della primavera araba libica del 2011 e della caduta di Gheddafi, la perdita di una figura politica in grado di garantire la stabilità di una nazione profondamente articolata in gruppi clanico-tribali ha fatto sì che il ruolo preminente dell’ENI e del nostro Paese nell’ex colonia siano oggi messi in discussione dalla crisi politica in essere tra i governi di Tripoli e Tobruk, nonché dalle ambizioni e dagli interessi di altri Paesi che vogliono sostituire Roma quale principale player mediterraneo e che, con le loro compagnie, mirano a scalzare l’ente petrolifero italiano dalla sua posizione privilegiata. Si fa evidentemente riferimento alla Francia di Macron.

Ma andiamo per gradi. Attualmente la Libia è il nono Paese al mondo per riserve di petrolio greggio, che nel 2018 ammontavano a 48 miliardi di barili, pari al 38% delle riserve dell’intero continente africano. Ciò rende il Paese arabo il detentore delle più ampie riserve di petrolio del continente (è quinto per riserve di gas). Inoltre, la produzione di greggio è stimata (sempre al 2018) per 1074 boe/giorno, il che colloca la Libia al ventesimo posto al mondo per la produzione di idrocarburi[1].

A fronte di questi dati, l’ex colonia italiana continua oggi ad essere ampiamente dipendente dalla produzione di idrocarburi. Nel 2012, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), petrolio e gas hanno infatti rappresentato il 96% degli introiti statali e il 98% di quelli derivanti dalle esportazioni. Non sorprende dunque che l’indotto petrolifero costituisca circa il 60% del PIL nazionale libico[2]. Nondimeno, a partire dal 2011, anno d’inizio della guerra civile, si è registrata una riduzione delle attività estrattive che ha comportato un calo del 62% del PIL[3], il quale, ancora oggi, continua ad avere un andamento altalenante a causa dei temporanei blocchi alla produzione di greggio imposti da milizie e clan che controllano terminal e pozzi.

I conflitti militari tra le milizie legate ad Haftar e Al-Sarraj, attorno ad infrastrutture vitali per l’economia libica, creano infatti continui blocchi alla produzione petrolifera, mettendo in crisi un Paese tradizionalmente dipendente dagli idrocarburi nel garantire il funzionamento della pubblica amministrazione e la redistribuzione delle risorse alla popolazione. Dal Gennaio al Novembre del 2014, secondo stime del US Energy Information Administration (EIA), la media produttiva è stata di 450.000 barili al giorno, contro i 500.000 del 2013 e i 900.000 del 2012[4].

A tal proposito, è opportuno far notare che una diminuzione dei proventi del greggio, stante l’enorme dipendenza dell’economia libica da questa risorsa primaria, è suscettibile di creare, come già successo, gravose conseguenze sulla popolazione. Nel 2016, ad esempio, giacché gli introiti dell’oro nero non erano più sufficienti a pagare le spese correnti, la Banca Centrale Libica ha dovuto prelevare denaro dalle sue riserve e ciò ha comportato un aumento dell’inflazione al 9,2%, accompagnato da un drastico incremento dei prezzi dei beni alimentari e da una riduzione del reddito pro-capite a meno di 4500 dollari (rispetto ai quasi 13.000 del 2012)[5]. Trattasi della cosiddetta resource course”, ovvero una “maledizione” che interessa quei Paesi che basano il loro sostentamento esclusivamente su di un unico settore produttivo e che dunque, in assenza di un programma di diversificazione economica, sono completamente esposti all’andamento del prezzo internazionale e del mercato della risorsa di cui sono maggiormente dotati e che sfruttano in maggiore quantità, rischiando così collassi e default finanziari. In questo caso, per la Libia, la materia prima “maledetta” è evidentemente il petrolio.

Poste queste premesse, è lecito pensare che la vera posta in gioco nel risiko libico sia il controllo dei giacimenti petroliferi, obiettivo che determina scelte e strategie dei diversi attori, locali e non. Chi controlla i giacimenti, la vera linfa vitale del Paese, guadagna infatti potere negoziale, oltre che legittimità a livello interno e autorità politica agli occhi della comunità internazionale, soprattutto ora che la produzione e le rendite stanno tornando a crescere. Ne è particolarmente consapevole il generale Khalifa Haftar, a capo del governo non riconosciuto di Tobruk e del Libyan National Army (LNA), il quale controlla sì i giacimenti di greggio (la Cirenaica possiede circa il 60% delle risorse petrolifere del Paese), ma non le rendite petrolifere. Infatti, riconoscendo come legittimo solo il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli guidato da Al-Sarraj, la Comunità internazionale esige che le esportazioni debbano avvenire tramite la compagnia petrolifera nazionale, la National Oil Corporation (NOC), presente a Tripoli, dove peraltro è attiva la Banca Centrale Libica, nella quale affluiscono le rendite derivanti dall’oro nero[6].

Tobruk, che accusa Tripoli di corruzione nella gestione del petrolio, dopo aver richiesto al governo centrale, senza successo, l’assegnazione alla Cirenaica di almeno il 40% delle rendite energetiche nazionali, e in seguito al vano tentativo di creare una compagnia parallela al fine di vendere il greggio all’estero per proprio conto, ha dovuto permettere che i giacimenti della Cirenaica continuassero ad essere gestiti dalla NOC [7].

Ciò detto, non sorprende che il reale obiettivo della nuova offensiva lanciata agli inizi di Aprile da Haftar sia Tripoli. Non tanto perché, come sostenuto ufficialmente dallo stesso generale libico, sia necessario liberare la capitale dalle forze islamiste, quanto perché essa rappresenta la sede centrale nella quale NOC e Banca Centrale si occupano rispettivamente di gestire la vendita del petrolio e di incassarne i profitti, i quali vengono poi erogati al governo perché siano redistribuiti. Nella capitale libica risiedono però anche gli interessi economico-energetici dell’ENI, e di conseguenza gli interessi politici e strategici di Roma. In effetti, è opportuno notare che le attività del Cane a sei zampe, comprese quelle offshore, sono concentrate prevalentemente nell’area occidentale. Qui si trovano i giacimenti di Bahr Essalam (che attraverso la piattaforma di Sabratha fornisce gas al centro di trattamento di Mellitah, dove viene convogliato nel gasdotto Greenstream che esporta ogni anno in Italia, attraverso il terminal di Gela, circa 8 miliardi di metri cubi di gas), di Bouri, di al Wafa e di El Feel, il principale campo petrolifero della major italiana in Libia[8].

E’ proprio in mezzo a questi due giacimenti dell’ENI, dov’è presente il personale italiano, che si insinua la minaccia di Haftar. Al Sharara, la nuova conquista del LNA, rappresenta il più grande giacimento del Paese e sorge appunto tra al Wafa ed El Feel, con una capacità di circa 315.000 barili al giorno (circa un terzo dell’attuale produzione di greggio in Libia) ed è gestito dalla NOC, in joint-venture (compartecipazione) con la francese TOTAL, la spagnola REPSOL, l’austriaca OMV e la norvegese STATOIL[9]. Oltre a ciò, va considerato che l’intero bacino della Sirte e dei suoi due grandi terminali (Ras Lanuf e El-Sider) è controllato dal governo di Tobruk, che ha in mano sostanzialmente anche il Fezzan dei Tuareg. Nel territorio controllato dal governo di Tripoli restano invece, oltre al giacimento naturale di al Wafa, i giacimenti offshore di Bouri e di al Jurf, capaci di produrre poco più di 100.000 barili al giorno[10]. Haftar ha pertanto in mano il comparto produttivo di quasi tutta l’industria petrolifera libica, considerato altresì che nei terminal della Cirenaica viene stoccata la gran parte del greggio destinato all’export[11]. Ciò, unitamente al fatto che controlla un vero e proprio esercito il cui obiettivo è prendere la capitale, e che i rapporti con l’Italia sono piuttosto freddi in virtù del sostegno ufficiale di Roma ad Al-Sarraj, lo rende una minaccia concreta per i nostri interessi energetici in Tripolitania, oltre che un attore rilevante con cui altre potenze, regionali e non, sono disposte ad interloquire, oltre che appoggiare, al fine di tutelare i propri interessi strategici ed economici nella regione.

Nell’area tripolina, benché si registri da parte italiana la mancanza di un concreto supporto a favore del GNA guidato da Al-Sarraj, è la NOC a rappresentare la chiave in grado di alimentare una necessaria politica estera parallela dell’ENI che con il suo presidente Mustafa Sanalla intrattiene ottimi rapporti grazie alla storica partnership che lega la società italiana e la compagnia nazionale libica. Stante il fatto che la NOC, attraverso controllate come la Waha Oil Company o la Zuetina Oil Company, è proprietaria della metà dei pozzi libici, è possibile sostenere che i vertici della compagnia italiana abbiano in mano una carta strategica da poter giocare a loro favore nel quadro dell’accesa competizione con le altre compagnie apertasi all’indomani della primavera araba libica, in primis la TOTAL. Dall’annosa contesa in territorio libico, che vede da una parte i gruppi fedeli al governo di Tripoli, appoggiato da ONU, Italia, Qatar e Turchia, e dall’altra quelli vicini al governo di Tobruk, che può contare sul sostegno di Egitto, Arabia Saudita, Francia, Russia ed Emirati Arabi Uniti, dipendono infatti i destini delle due imprese petrolifere italiana e francese, dirette competitor nel settore petrolifero libico. A tal riguardo, va detto che il sostegno di Macron ad Haftar cela, oltre ad interessi strategici spiegabili con la necessità di fermare il flusso di armi e finanziamenti verso gruppi jihadisti operanti in Niger, Ciad e Mali (tre Paesi nei quali la Francia opera tramite la missione “Barkhane” finalizzata alla lotta al terrorismo islamico)[12], la volontà di ottenere cospicui vantaggi in termini di approvvigionamenti energetici a detrimento dell’ENI. Ne sono evidente segnale l’incremento degli investimenti della società francese in Nord Africa e in Medio Oriente, dapprima con l’acquisizione di una quota pari al 16,3% della concessione presente nel campo di Waha (acquistata dall’americana Marathon Oil) che, con una regolarizzazione della produzione, potrebbe fruttare alla TOTAL entro una decina di anni circa 400.000 barili al giorno; in seguito, con l’acquisizione del diritto di esplorazione nel bacino della Sirte. Tra i suoi possedimenti storici invece vi sono il 37,5% del giacimento offshore di al Jurf e una partecipazione del 27% del giacimento occidentale di al Sharara.

La compagnia francese possiede infine quote del campo orientale di Mabrouk[13].

Altro elemento di cui tenere debitamente conto è che Parigi sta altresì dimostrando di voler adoperare quella formula diplomatica da sempre utilizzata da Roma per rafforzare i legami bilaterali con la Libia: know-how e armi in cambio di petrolio. Emblematico, in tal senso, risulta essere il recente accordo relativo alla consegna alla Marina libica di 6 imbarcazioni per contribuire alla lotta contro l’immigrazione clandestina, oltre al sostegno tecnologico offerto da parte di Expertise France alla compagnia telefonica Libyana in Stream, un incubatore-acceleratore di start-up a Tripoli[14]. E’ dunque verosimile che i transalpini si stiano muovendo d’anticipo, cercando di preparare il terreno per poter agire, una volta stabilizzato il Paese, da principale interlocutore e alleato di Haftar, scelto come cavallo vincente, il quale, una volta preso il controllo del Paese, dovrebbe ricambiare il supporto militare, d’intelligence e logistico offerto in questi mesi dall’Eliseo attraverso vantaggiose concessioni nella fertile Cirenaica e soprattutto in Tripolitania, dove domina l’ENI.

Dal canto suo però, il Cane a sei zampe, oltre alla solida partnership con la NOC, con la quale assicura circa il 70% della produzione nazionale libica[15], può vantare un ruolo decisamente più centrale, ben più di quello del suo competitor francese. Sebbene le attività petrolifere della società italiana in Libia abbiano subìto uno stop per quasi un anno dopo l’inizio della crisi, dal 2014 la produzione si è attestata su una media di 350-400.000 barili giornalieri, fino al picco di 384.000 barili del 2017, il livello più elevato mai registrato nella storia di ENI nello Stato nordafricano, a fronte degli appena 31.000 della TOTAL (sempre nel 2017)[16]. Ad oggi, la Libia rimane dunque uno dei motori principali del gruppo italiano che, nonostante l’incertezza politica, è riuscito a mantenere la produzione su livelli tali da garantire alla popolazione locale l’energia necessaria per il mantenimento di dignitosi standard di vita. Va infatti ricordato che l’ENI è il principale fornitore di gas del mercato libico (gas che viene convogliato verso le centrali elettriche del Paese, consentendo così di soddisfare il fabbisogno energetico della popolazione[17]).

Oltre a ciò, è opportuno notare che l’attività della compagnia italiana nell’ex colonia, regolata da contratti EPSA (Exploration and Production Sharing Agreement) stipulati nel 2007 con la NOC (che hanno durata fino al 2038 per l’Area C, fino al 2041 per l’Area E, fino al 2042 per l’Area A e B nonché fino al 2043 per l’Area D[18]), ha continuato ad essere improntata su progetti a supporto della comunità libica e dunque dell’intero Paese. In particolare, la lettera d’intenti firmata a Londra nel 2018 da ENI, NOC e BP (British Petroleum) assegna alla società italiana una quota del 42,5% nell’EPSA della compagnia britannica in Libia, con l’obiettivo di rilanciare le attività di esplorazione e sviluppo e di promuovere un ambiente favorevole agli investimenti nel Paese. Tale intesa rafforza l’impegno delle parti a contribuire allo sviluppo sociale del Paese nordafricano attraverso l’attuazione di iniziative sociali, compresi programmi specifici di istruzione e formazione tecnica. Nel dettaglio, ENI garantisce progetti in ambito sanitario e di accesso all’acqua e all’energia presso le aree produttive di Abu-Attifel ed El Feel; programmi di formazione in ambito medico e nel settore Oil & Gas; e interventi di ristrutturazione e realizzazione di infrastrutture a scopo sociale, nonché la fornitura di farmaci[19].

La ripresa economica della Libia ed il suo sostentamento passano per la produzione e la vendita di greggio, per le quali l’ENI continua ad essere una pedina indispensabile. Chiunque sarà il vincitore della contesa libica dovrà pertanto dialogare con il gruppo di Claudio Descalzi se vorrà garantire la propria stabilità politica sulla base di una solida redistribuzione dei proventi derivanti dalla vendita del greggio. Insomma, il nuovo rentier state libico non potrà non fare a meno del Cane a sei zampe, che ad oggi estrae circa 400.000 barili al giorno contro i 100.000 della TOTAL[20]. Cionostante, se la presenza della major italiana sul suolo libico è indiscutibile, non lo è altrettanto il suo status di primo operatore, minacciato nel medio-lungo periodo dall’intraprendenza della politica estera francese che, a fronte della passività dimostrata finora da Roma, sta dimostrando di voler sostituire l’Italia nel suo tradizionale ruolo di primo interlocutore di Tripoli e dei Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, e sta lavorando affinché la TOTAL soppianti il dominio della compagnia italiana nell’ex colonia. Ad ogni modo, va fatto notare che la Francia di oggi non è la stessa del 2011. Attualmente Parigi vive infatti una crisi economica e di legittimità interna che Macron, verosimilmente, pensa di poter arginare attraverso una strategia diversiva che, attraverso una politica estera aggressiva, mira a deviare l’attenzione dai problemi interni, cercando successi esterni. Una politica di facciata dunque, la cui spinta aggressiva potrebbe esaurirsi contestualmente ad un eventuale ridimensionamento politico e militare di cui gode attualmente Haftar (ridimensionamento che dipenderà dai successi o dagli insuccessi che il LNA registrerà negli scontri con le milizie di Tripoli), e ad un maggiore dinamismo da parte di Roma.

Fatto sta che la sfida lanciata al nostro Paese è concreta e imminente, e, in quanto tale, necessita di una risposta politica altrettanto sostanziale e immediata. L’Italia avrebbe diverse carte da giocare in suo favore nel quadro della crisi libica. In primo luogo, oltre agli ottimi rapporti dell’ENI con la potente NOC, è utile tenere conto dei legami storico-politici che la legano a Tripoli, senza i quali oggi non avrebbe quell’influenza e quel margine di manovra residui che le permettono di dialogare sia con il governo di Al-Sarraj che con quello di Tobruk. Partendo da questa premessa, l’Italia potrebbe sfruttare due fattori essenziali: la presenza della propria Ambasciata a Tripoli ed il fatto di essere l’unico punto di contatto con le forze misuratine fedeli ad Al-Sarraj, e quella window of opportunity generata dal fallimento di una soluzione multilaterale alla contesa avanzata dall’ONU e dall’inefficacia di un’Unione Europea che, in virtù degli interessi contrastanti che animano e dividono i propri Stati membri in Libia, e in generale nel quadrante mediorientale, sta dimostrando ancora una volta una fisiologica difficoltà ad intervenire in maniera unitaria nelle questioni di rilevanza internazionale. La debolezza manifestata da ONU e UE può rappresentare la possibilità per il nostro Paese di riscoprirsi player regionale di primo piano in Libia.

Il punto è che l’Italia, a differenza della linea aggressiva e spregiudicata adottata da Parigi, sembra voler continuare a puntare sul canale diplomatico piuttosto che quello del sostegno militare sul campo, cercando, in qualità di mediatore, una soluzione di compromesso tra le parti per la quale la Russia potrebbe svolgere un ruolo decisivo. Tale compromesso potrebbe essere infatti propiziato dalla ricerca strategica di un accordo intra-libico con Mosca, la quale, benché ufficialmente dalla parte del generale della Cirenaica, appare ultimamente più improntata a passare da un coinvolgimento diretto ad un ruolo più prettamente diplomatico, di paciere[21], al fine di capitalizzare il sostanziale disimpegno degli Stati Uniti di Trump dalla questione e dimostrare di potersi sostituire a Washington nel suo tradizionale ruolo di risolutore delle controversie internazionali. Una collaborazione diplomatica dunque, quella con il Cremlino, che risulta essere una strada percorribile ed in grado di dare i suoi frutti già nel breve periodo, considerando non solo l’influenza che l’azione calmieratrice di un leader carismatico come Putin potrebbe avere su Haftar, ma anche il fatto che l’ENI fa affari con la sua omologa russa ROSNEFT, la quale, proprio come il Cane a sei zampe, ha ottimi rapporti con la NOC di Sanalla. Oltre alla soluzione offerta da una eventuale co-mediazione russa, è opportuno ricordare che l’Italia, benché delegittimata nella sua azione atlantica da Washington che recentemente ha comunque espresso un velato endorsement nei confronti di Haftar condividendone la lotta al terrorismo islamico[22], e dunque favorendo indirettamente la Francia, potrebbe agire nel quadro del mandato ONU, cercando un dialogo diretto con gli attori regionali coinvolti nel conflitto (l’Italia vende armi e sistemi militari a due dei principali alleati e finanziatori del generale della Cirenaica: Egitto e Arabia Saudita[23]), ma soprattutto con le milizie e i clan vicini al leader della Cirenaica, tentando di indurli ad un cambio di fazione (a cui non sarebbero nuovi) suscettibile di ridimensionare il potere militare e negoziale del generale, dato che, di fatto, sono loro a tenere sotto scacco terminal e pozzi.

Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, generale e politico nonché massima autorità del Consiglio nazionale di transizione libico

In ultima analisi, se l’Italia non ha intenzione di accettare apertamente la sfida francese, evitando in tal modo uno scontro diretto con quello che di fatto resta un alleato europeo e atlantico, la soluzione alla crisi libica e la salvaguardia degli interessi energetici e di sicurezza italiani (perché è dalle coste tripoline che parte circa il 90% dei migranti che arrivano in Italia) passerà inevitabilmente dalla sua capacità di ergersi a principale mediatore della contesa, ruolo al quale può ragionevolmente ambire in virtù non solo dei suoi legami storici con la Libia, ma soprattutto grazie al ruolo essenziale che l’ENI continua a rivestire nella nazione. L’ente petrolifero italiano è ad oggi l’unica compagnia straniera che dal 2011, dopo la morte di Gheddafi, è tornata ad estrarre stabilmente il petrolio in Libia, rimanendo inoltre sul suolo libico anche durante la guerra civile del 2014 che portò alla fuga di REPSOL, TOTAL e di altre compagnie di Paesi che vollero il regime change nel Paese arabo[24].La Libia, indipendentemente da come si concluderà la contesa e da chi ne uscirà vincitore, non potrà ricostruirsi economicamente e politicamente senza il sostanziale contributo del Cane a sei zampe, non solo perché da sempre con le sue concessioni la compagnia italiana è la principale garante dei cospicui introiti dell’industria petrolifera libica, i quali garantiscono la stabilità economica e dunque politica del paese nordafricano, ma anche perché gli affari in essere e gli accordi recentemente stipulati dall’ENI con NOC e BP, relativi al rilancio delle esplorazioni e della produttività petrolifera, sono legati a programmi di sviluppo sociale e infrastrutturale indispensabili per il rilancio della Libia.

Per concludere, l’Italia, attraverso l’ENI, è chiamata ancora una volta a riconfermare quella storica formula che le ha permesso, dal dopoguerra fino ad oggi, di mantenere in vita la storica relationship con l’ex colonia: manodopera specializzata e know-how funzionali allo sviluppo e alla modernizzazione della Libia, in cambio del petrolio e del riconoscimento del nostro Paese quale principale partner economico-commerciale e indispensabile alleato politico regionale. Questa è la strada che l’Italia dovrà continuare a percorrere se vorrà mantenere la propria posizione di forza nell’ex colonia anche dopo il termine della crisi, soprattutto quando ad essa seguirà una fase delicata di state building e di riassetto istituzionale del Paese, dove sarà importante far valere il proprio soft power in termini di diplomazia energetica.

[1] https://www.eia.gov/beta/international/country.php?iso=LBY

[2] https://www.imf.org/en/Countries/LBY#whatsnew

[3] https://www.agenzianova.com/speciali/468/libia-la-mappa-dell-energia

[4] https://www.eia.gov/beta/international/country.php?iso=LBY

[5] https://www.worldbank.org/en/country/libya

[6] https://www.startmag.it/energia/eni-libia-italia-total-francia/

[7]https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2019-04-06/libia-haftar-marcia-tripoli-battaglia-l-aeroporto-c-e-petrolio-dietro-scontri–091426.shtml?uuid=ABOz1elB

[8] https://www.eni.com/enipedia/it_IT/presenza-internazionale/africa/le-attivita-di-eni-in-libia.page

[9] https://www.repubblica.it/esteri/2019/04/06/news/libia_onu_haftar_sarraj_tripoli-223409638/

[10] https://www.startmag.it/energia/eni-libia-numeri-petrolio-gas/

[11]https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-11-12/chi-sono-milizie-e-tribu-che-comandano-libia–105216.shtml?uuid=AEakhEfG

[12] https://www.ilpost.it/2019/04/26/francia-mercenari-libia-haftar/

[13] https://www.lettera43.it/eni-total-libia/

[14] https://www.libyaobserver.ly/tech/libyana-mobile-phone-partners-expertise-france-boost-libyan-start-ups

[15] https://energiaoltre.it/libia-eni-petrolio-e-gas-ecco-perche-il-paese-e-cosi-importante-per-litalia/

[16]https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2019-01-11/eni-avanza-emirati-arabi-e-conquista-due-concessioni-esplorative-195655.shtml?uuid=AE1e3fDH

[17]https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2019-04-08/eni-situazione-sotto-controllo-libia-monitoriamo-sviluppi-111626.shtml?uuid=ABCq09lB&refresh_ce=1

[18] https://www.eni.com/enipedia/it_IT/presenza-internazionale/africa/le-attivita-di-eni-in-libia.page

[19] https://www.agi.it/economia/libia_eni-4462005/news/2018-10-08/

[20] https://www.startmag.it/energia/eni-total-noc-petrolio-libia/

[21] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-lora-di-haftar-22799

[22]http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2019/04/24/sarraj-accusa-francia-sostiene-haftar_ff1e3dbc-660c-4ae6-8983-a38758ddbbcf.html

[23] https://www.ilpost.it/2019/06/09/armi-italia-esportazioni/

[24]http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/libia-tutte-le-incognite-di-un-paese-diviso/?fbclid=IwAR1TPMuEEFiaTgwaHBFuM3fw885O7mOUBXU6YYmN06UN1f79OwUVnswkt6g

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