A poco meno di due settimane dal voto del 3 novembre, l’America Latina si domanda se e come cambieranno i rapporti con il proprio vicino nord americano.

A poco meno di due settimane dal voto del 3 novembre, che deciderà chi tra Donald Trump e Joe Biden sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca, l’America Latina si domanda se e come cambieranno i rapporti con il proprio vicino nord americano.

IL CORTILE DI CASA

I rapporti che tutt’oggi intercorrono tra Stati Uniti ed America Latina risalgono all’emanazione di uno dei più importanti documenti di politica estera statunitense, la cosiddetta ‘Dottrina Monroe’. Annunciata nel 1823, questa manifestava l’intenzione del governo statunitense di non accettare intromissioni delle potenze europee negli affari del continente: in questo modo, negli anni a venire, gli Stati Uniti si trasformarono in “sorveglianti” dell’indipendenza americana.  Per un lungo periodo, essi utilizzarono il ruolo di garante della sicurezza del continente per giustificare qualsiasi loro intervento perpetrato nella regione. Con l’amministrazione di Theodor Roosevelt (ed il suo corollario alla dottrina Monroe) l’intera regione latinoamericana divenne un protettorato statunitense, un vero e proprio ‘cortile di casa’ per Washington. Fu soltanto nel 1933, con il governo del democratico Franklin Delano Roosevelt che le relazioni inter-americane subirono un netto miglioramento grazie al varo della cosiddetta ‘politica di buon vicinato’.

UNA PANORAMICA GENERALE

Prima di entrare nel dettaglio delle proposte indirizzate verso l’America Latina di D. Trump e J. Biden, risulta utile analizzare, in linea generale, il comportamento delle precedenti amministrazioni statunitensi, a partire dalla fine del XX secolo. La politica estera nord americana nei confronti dei Paesi del Sud si è sempre dimostrata altalenante: a partire dal 1980 è possibile rilevare una somiglianza nelle politiche di Stato di Ronald Reagan, George H.W.Bush e William (Bill) Clinton; queste sono sparite con l’arrivo di George W. Bush per poi riapparire in parte durante l’amministrazione di Barack Obama. Si parla, principalmente, di macro temi quali, in primis, la protezione dei diritti umani e la difesa della democrazia – senza rinunciare, però, al possibile ricorso a misure coercitive – e, in ambito economico alla promozione del libero commercio.

Si è cercato di perseguire, poi, una politica generalmente favorevole all’immigrazione legale ed una simultanea strategia di cooperazione – conflitto con Cuba (Domínguez, 2010).  Nonostante le grandi speranze riposte in Barack Obama e i suoi buoni propositi verso un cambiamento del rapporto Nord–Sud, con la fine delle guerre in Iraq e Afghanistan, il conflitto in Siria ed il ruolo crescente della Cina nello scacchiere geopolitico, la sua amministrazione non ha prestato molta attenzione alle iniziative nel ‘cortile di casa’. I pochi risultati ottenuti, però, sono storici: uno su tutti, il riavvicinamento con Cuba.

IL PUGNO DURO DEL PRESIDENTE TRUMP

Una volta eletto come 45° presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha proceduto ad un quasi completo smantellamento del modus operandi attuato da Obama in America Latina, definito dal magnate newyorkese troppo soft e non in grado di difendere gli interessi della nazione.

L’avvento di Trump allo Studio Ovale non ha prodotto grandi conseguenze in America Latina, eccezion fatta per il Messico. Il neo presidente, infatti, seguendo le orme di Obama,  ha indirizzato la sua politica estera verso altre aree del mondo, relegando poche attenzioni al cortile di casa (esempio ne sia la sua assenza ai vertici delle Americhe, spesso sostituito dal Vicepresident Mike Pence.)

Nonostante ciò, Trump ha fatto dietrofront in molte delle iniziative del suo predecessore, a partire dal ritrovato feeling con Cuba. Washington, infatti, ha cercato di limitare ed annullare le aperture verso l’Isola, annunciando nuove sanzioni contro La Habana e limitando ulteriormente l’import di sigari e rum provenienti dal Paese Caraibico. Cuba, inoltre, è un punto fondamentale nella campagna elettorale di Trump contro Biden: il presidente uscente, infatti, utilizza l’accordo Obama – Biden (quest’ultimo ha ricoperto la carica di vicepresidente dal 2009 al 2017) per accusare il suo avversario di essere socialista.

Uno dei punti forti di Donald Trump – prima e dopo la sua elezione a Capo dello Stato – è il Messico. Sebbene l’amministrazione statunitense si sia dimostrata per lungo tempo dura e spietata nei confronti del Paese centro americano, ad oggi il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador potrebbe rivelarsi un importante alleato di Trump nella regione. Dopo un inizio burrascoso, i due omologhi pare abbiano trovato un accordo – che scontenta molti messicani – ma che consente ai due protagonisti di portare avanti le rispettive agende politiche: quella elettorale, di Trump, che mira ad essere rieletto il 3 novembre e l’altra, quella economica portata avanti da Obrador, alla guida di un’economia nazionale che annaspa e che non può permettersi di inimicarsi gli Stati Uniti. (Per approfondimenti: TRUMP E AMLO: UN’AMICIZIA CALCOLATA)

LE VISIONI DEI DUE CANDIDATI ALLA PRESIDENZA

Che Donald Trump e Joe Biden abbiano poco in comune non è di certo una novità ed infatti, anche in politica estera le rispettive visioni divergono profondamente. I due candidati presentano concezioni opposte su come impostare le relazioni con i vicini del Sud. Il repubblicano Trump, durante la campagna elettorale non si è discostato dal percorso intrapreso durante il suo primo mandato, continuando a considerare di primaria importanza lo stop all’immigrazione latinoamericana verso gli Stati Uniti. Diversamente da Trump, Biden mira ad una politica che rafforzi la cooperazione con gli Stati della regione in quei settori che si rivelano essere la causa dell’esodo latinoamericano – come la violenza e la povertà – opponendosi alla costruzione del muro alla frontiera del Messico – punto cruciale della politica trumpiana – e facendo affidamento su una strategia regionale quadriennale da 4 miliardi di dollari.

Nell’agenda emisferica del candidato democratico, in aggiunta, spiccano temi come i diritti umani, la difesa dell’ambiente e la corruzione. Alcune di queste questioni, come il tema ambientale, potrebbero però renderlo indesiderato in America Latina. Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ad esempio, ha dato il suo endorsement a Trump– i due sono ideologicamente affini – ed ha prontamente rifiutato il piano proposto da Biden per l’ambiente, ovvero di offrire al Brasile un fondo internazionale di 20.000 dollari per porre fine alla deforestazione dell’Amazzonia.

Anche la lotta alla corruzione è un tema delicato. I paesi del cosiddetto Triangolo del Nord – Honduras, Guatemala ed El Salvador –  infatti, hanno firmato con gli Stati Uniti accordi controversi per trattenere i migranti, compreso chi tenta di entrare legalmente negli USA in cerca di asilo. In cambio, l’amministrazione Trump ha chiuso un occhio su alcune questioni poco trasparenti: i risultati dell’elezione presidenziale in Honduras del 2017, secondo osservatori indipendenti fraudolenta, la presa di potere del presidente salvadoregno Nayib Bukele; lo smantellamento da parte dei governi di Guatemala e Honduras di due agenzie internazionali intente a combattere la corruzione.

Altrettanto importanti ed altrettanto differenti si presentano i programmi dei due candidati nei confronti di Cuba e Venezuela. Con riferimento al primo aspetto, Biden propone una “nuova politica”, in alcuni punti molto vicina a quella intrapresa accanto a Barack Obama, che permetta ai cubani residenti negli States di inviare rimesse sull’isola e che cancelli le limitazioni imposte dal suo avversario sui viaggi da e per La Avana.

Per quanto concerne la situazione venezuelana, invece, l’unico punto in comune tra i due candidati pare essere l’illegittimità del governo di Nicolas Maduro. Mentre Trump continua a sostenere una tattica che ha come punto principale le sanzioni economiche, Biden riconosce quest’ultime come “uno degli strumenti” di una più ampia strategiache dovrebbe includere assistenza umanitaria, pressione internazionale combinata, e soprattutto il rilascio di uno Status di Protezione Temporale (Temporary Protected Status- TPS) ai migranti venezuelani che darebbe loro la possibilità di vivere e lavorare legalmente negli Stati Uniti.

All’America Latina non resta che aspettare il 3 novembre.

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Giorgia D'Alba

Giorgia D'Alba

Sono Giorgia D’Alba e per IARI mi occupo di America Latina.Nata a Lecce nel 1995, ho conseguito con il massimo dei voti prima la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e successivamente la laurea magistrale in Scienze Internazionali presso l’Università di Torino. Ho studiato a Lisbona e a Buenos Aires edho partecipato ad un progetto di ricerca presso l’Istituto Sociale del Mercosur in Paraguay. Appassionata di America Latina, convinta europeista, viaggiatrice.
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