Il processo, attualmente in corso in Germania, a due gerarchi del regime siriano apre potenzialmente nuovi spazi di manovra nella criminalizzazione del sistema genocida messo appunto da Hafiz al-Assad e mantenuto dal figlio Bashar; disvela la crisi e limiti che hanno caratterizzato l’immobilismo politico della comunità internazionale, durante questi nove anni di guerra, e rappresenta un primo grande passo verso l’ottenimento della verità e della giustizia per tutte le vittime del regime degli Assad e le loro famiglie, dal 2011 e non solo.

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L’avvio del processo e il principio di giurisdizione universale

Lo scorso 23 aprile a Coblenza, in Germania, è iniziato il primo importante processo a due esponenti dell’apparato di sicurezza del regime siriano: Anwar Raslan e Eyad al-Gharib.  Entrambi arrestati nel febbraio del 2019, grazie ad un’operazione congiunta della polizia francese e tedesca, devono adesso rispondere di crimini contro l’umanità davanti l’Alta Corte Regionale di Coblenza. Il primo ha 57 anni ed è accusato della morte di 58 persone, di stupro, violenza sessuale e di aver torturato all’incirca 4.000 detenuti e detenute, tra l’aprile del 2011 e il settembre del 2012. Egli ha ricoperto il ruolo di alto ufficiale, dirigendo a partire dal 2008 l’unità investigativa della sezione 251 del Dipartimento di Intelligence Generale – la principale agenzia civile dell’apparato di sicurezza siriano, dipendente dal ministero dell’interno – responsabile della sorveglianza della popolazione e del monitoraggio dei gruppi politici, in cui ha operato anche Hafez Makhlouf, fratello del famoso uomo d’affari e cugino del Presidente Rami Makhlouf, attualmente al centro della disputa per la riorganizzazione interna del potere. La sezione 251, in cui operava Raslan, ha la sua prigione a Damasco, nelle cui celle sotterranee, in particolar modo dopo il 2011, i detenuti sono costretti a dormire in piedi, a causa del sovraffollamento, vengono picchiati fino a svenire, sottoposti a scariche elettriche e a uno specifico metodo di tortura chiamato dullab. Scappato in Giordania, arriva in Germania nel 2014 – mantenendo impunemente la sua identità – dove viene riconosciuto a Berlino da Anwar al Bunni, avvocato siriano e attivista per i diritti umani, arrestato dallo stesso Raslan nel 2005 e rimasto in carcere per i cinque anni successivi.  Al-Gharib è stato invece un semplice agente distaccato, sottoposto del primo, di 43 anni, il cui compito in Siria era quello controllare, pedinare, individuare e arrestare i manifestanti. Arrivato in Germania il 25 aprile del 2018, oggi anch’egli è accusato d’aver partecipato alla tortura di almeno 30 tra questi, arrestati a Duma nel 2011.

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L’avvio del processo è stato possibile grazie alla decisione tedesca di far ricorso al principio di giurisdizione universale, che autorizza uno Stato a perseguire atti particolarmente gravi – quindi crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio – esercitando la propria giurisdizione in deroga ai normali criteri di territorialità e nazionalità del reo o della vittima. Tra i Paesi europei, che già a partire dal 2015 – sebbene si sia trattato di processi di forte valenza simbolica soltanto contro esponenti di basso rango o ancora in Siria – hanno fatto ricorso a questo principio per la criminalizzazione delle atrocità commesse dal regime siriano, la Germania rimane uno dei pochi Stati ad aver assunto un’interpretazione estensiva del principio in questione, al contrario della Francia, ad esempio, per cui è necessario che l’accusato si trovi in territorio francese. Organizzazioni dei diritti umani, come l’International Federation of Human Rights (FIDH) con sede a Parigi, insieme con l’azione dei rifugiati siriani e delle rifugiate siriane, sono comunque riusciti ad aggirare questo limite d’interpretazione facendo diretto riferimento al codice penale francese, che prevede la possibilità di procedere contro chi commette crimini, anche all’estero, ai danni dei suoi  cittadini. È il caso di Jamil Hassan , ex capo della Syrian Air Force Intelligence Service, contro cui inoltre pende un mandato d’arresto emanato dalla Corte Federale di Giustizia tedesca.

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Nonostante le diverse interpretazioni, il ricorso al principio di competenza universale, è apparso ai rifugiati e alle  rifugiate, agli attivisti e alle attiviste, alle organizzazioni siriane ed internazionali un ulteriore strumento utile per continuare la loro battaglia contro il regime di Assad, attaccando da un lato il senso di onnipotenza e impunità che lo caratterizza nel suo insieme; dall’altro un modo per aggirare i limiti d’azione della comunità internazionale, più evidenti che mai nel caso siriano, su cui, tra l’altro, si sta giocando la partita per la ridefinizione dei suoi rapporti di forza. Infatti, la Siria, oltre a non essere parte della Corte Penale Internazionale non avendo ratificato il suo trattato istitutivo, ha goduto in questi anni e gode tutt’ora della protezione russa nell’ambito delle Nazioni Unite, grazie al potere di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza. È importante leggere il rapporto Siria – Russia in termini di indispensabilità reciproca sul piano internazionale: Bashar al – Assad non è una mera pedina nelle mani di una grande potenza, al contrario è conscio della necessità russa di mantenere e rafforzare questa storica alleanza strategico-militare per le sue aspirazioni regionali e globali di potenza. La Russia è oggettivamente il responsabile diplomatico della risoluzione della crisi siriana, in pieno accordo con gli USA, i quali – al di là della retorica del superamento della  “linea rossa” – dopo gli attacchi chimici dell’agosto del 2013, hanno lasciato campo libero al loro corrispettivo russo, assumendo apertamente, con la comparsa di Daesh, il tipico approccio dicotomico ed essenzialista della war on terror anche nel caso siriano, nel quale, ancora una volta, l’ordine assadista viene considerato “il male minore”, assolutamente preferibile a un qualsiasi altro tipo di caos, percepito di per sé come fondamentalista.

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La tortura come strumento sistemico di governo

Tra il 2015 e il 2017, circa 2.800 denunce da parte di rifugiati siriani, in Germania, sono giunte all’unità speciale per i crimini di guerra, istituita nel 2003 presso la Polizia Criminale Federale tedesca per la persecuzione dei genocidi perpetrati nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell’ex Jugoslavia. L’unità segue una logica simile a quella che portò al processo di Norimberga: ossia procede tramite la messa in stato d’accusa dei singoli esponenti del regime, per riuscire ad analizzare la razionalità sottesa al suo sistema. Le singole denunce, i rapporti di ONG e organizzazioni internazionali, il famoso dossier CAESAR, video e immagini di reporter e cittadine e cittadini siriani rimasti nel Paese o costretti a emigrare forniscono ormai da anni prove concrete dell’utilizzo della tortura come strumento sistemico da parte del regime. Le punizioni esemplari e le umiliazioni di massa – basti pensare ad Hama nel 1982 – hanno da sempre caratterizzato le risposte e le tecniche di riaffermazione del potere in Siria, la cui legittimità è storicamente basata sull’idea di eternità (al-abad) e genocidio (al-ibada), per citare Yassin al-Haj Saleh, storico intellettuale e dissidente siriano. Ed è proprio attorno a quest’idea di eternità, necessaria a difendere la tenuta delle strutture di potere fondate su una sempre più stringente assabiya, che è avvenuto il processo di socializzazione delle élite al potere, che ha determinato la specifica risposta genocida, di cui la crisi umanitaria è l’espressione diretta, alle proteste del 2011.

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Nello specifico, la crisi umanitaria a cui stiamo assistendo non è soltanto una conseguenza di nove anni di guerra, ma anche il frutto deliberato di precise scelte politiche che rientrano nel “project of eternity” del regime. Questo ci permettere di comprendere il ruolo politico giocato dai rifugiati e dalle rifugiate nel contesto internazionale.Pertanto, l’avvio di questo processo e la determinazione dei rifugiati e delle rifugiate nell’andare fino in fondo costituiscono, senza dubbio, un primo importante cambiamento delle condizioni e percezioni internazionali che hanno garantito l’impunità del regime, dal colpo di Stato di Hafiz fino ad oggi.  La centralità politica del processo in corso risiede nella possibilità concreta di disvelare, in sede giuridica a livello internazionale, l’organicità e l’immanenza del mukhabarat siriano, organizzato in un complesso reticolato di agenzie e dipartimenti “civili” e “militari”, che rendono difficile l’individuazione di un unico centro di potere e sulla cui informalità si è storicamente strutturata la tenuta complessiva del regime.

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Un primo passo verso l’individuazione delle responsabilità politiche della comunità internazionale

Citando sempre al-Haj Saleh, l’esistenza di un tale regime genocida è un problema globale, e come tale va affrontato, nel momento in cui la garanzia della sua impunità rappresenta un rischio concreto di normalizzare uno stato d’eccezione. Dunque, anche nel caso specifico di questo processo, riconoscere la migrazione come un atto oggettivamente politico, precisamente ribadendo il ruolo politico giocato dai rifugiati e dalle rifugiate e riconoscendo le situazioni strutturali di partenza che ne hanno determinato la condizione attuale, significa darsi nuove possibilità nell’individuare le responsabilità politiche della comunità internazionale e le sue complicità con il regime degli Assad, nella perpetuazione della crisi umanitaria siriana. L’ azione politica dei rifugiati e delle rifugiate, che hanno reso possibile la messa in stato d’accusa dei due gerarchi siriani d’alto rango, evidenziando ulteriormente l’utilizzo strumentale del diritto internazionale durante questi nove anni di conflitto, può, quindi, essere letta come un primo grande passo nella determinazione di nuovi margini di discorso attorno ai vincoli e agli strumenti normativi, che la società internazionale storicamente si è data, per contenere e scongiurare l’esercizio cinico della politica di potenza da parte degli Stati e per rimettere al centro il riconoscimento e la tutela della vulnerabilità umana.

Fonti bibliografiche:

Al-Haj Saleh Y. (2017). The Impossible Revolution. Making Sense of the Syrian Tragedy, Londra, C. Hurst & Co.

Calculli M. e Hamadi S. (a cura di) (2016).  “Esilio siriano”. Migrazioni e responsabilità politiche, Guerini e Associati.

Sayad A. (2002). La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Raffaello Cortina Editore.

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Maria Teresa Hyerace

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