Dal mese scorso, l’America Latina assiste ad uno dei momenti più caldi e complessi della sua storia recente. Un’ondata di disordini ha in breve infiammato gran parte del sub continente, pervadendolo con manifestazioni di piazza e rivolte contro il sistema politico vigente. Il fatto che l’ondata di malcontenti dei vari paesi (dei quali solo alcuni hanno raggiunto la stampa internazionale mainstream) si sia espansa in modo così naturale e veloce, impone una riflessione sulle situazioni che hanno scaturito le rivolte popolari, e anche una ricerca di motivazioni che potrebbero, seppur nella diversità con cui le varie rivolte si sono manifestate, trovare un minimo comune denominatore alla catena di eventi che sta portando scompiglio in America Latina.

Volendo comprendere che cosa si stia muovendo in questa zona del mondo e rispondere alla tanto logica quanto complessa domanda: “Che cosa sta accadendo in Sud America?”, iniziamo oggi una serie di analisi che approfondiranno le motivazioni e le dinamiche delle rivolte di vari paesi latinoamericani, tenendo bene in mente che ogni evento umano, anche nel caso della politica e di quanto ad essa connesso, presenta diversi livelli di interpretazioni e che gli eventi che scatenano una reazione nascondono spesso una moltitudine di complessi meccanismi storici, politici e culturali.

Foto del febbraio 2017 (Andes).-Lenin Moreno Foto:Andes/César Muñoz

La prima situazione ad essere presa in esame è quella ecuadoriana, che si è manifestata nei primi giorni di Ottobre , e, quasi come la scintilla che fa divampare l’incendio, ha dato il via al susseguirsi di disordini nella regione. Le rivolte dell’Ecuador hanno interessato limitatamente la stampa italiana, differentemente da casi di altri paesi che sono stati al centro dei nostri telegiornali, come il Cile e, sebbene in portata più limitata, la Bolivia.

Gli eventi: la goccia che fa traboccare il vaso

La mobilitazione popolare verificatasi in Ecuador, ha preso avvio da una decisione portata avanti da Lenin Moreno nell’ambito di un pacchetto di riforme economiche proposte dal presidente e rinominato dai suoi detrattori paquetazo. La specifica riforma che ha scatenato la reazione dei cittadini era rivolta all’eliminazione dei sussidi per l’utilizzo di combustibili fossili e la liberalizzazione del prezzo di benzina e diesel. Una manovra economica che, a dire del leader ecuadoriano, avrebbe favorito un miglioramento dell’economia, ma che la popolazione non ha visto di buon occhio.

La risposta del popolo è stata immediata; il giorno dopo la proposta del presidente, è stato annunciato uno sciopero nazionale da parte di molte organizzazioni di lavoratori e studenti, scesi in piazza per affermare il disaccordo nei confronti di una manovra economica che non avrebbe fatto altro che portare ulteriori disagi alle classi meno abbienti, già sufficientemente provate dal sistema economico ecuadoriano, piuttosto che portare innalzamento economico e nuovi posti di lavoro, come sostenuto dal presidente. Alla protesta si sono uniti anche gli indigeni, particolarmente presenti in Ecuador, il cui peso politico è tutt’altro che indifferente. Il CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indigenas del Ecuador) ha immediatamente aderito allo sciopero, anche alla luce di un pregresso malcontento nei confronti del governo che aveva trascurato i territori indigeni, concedendo parte di essi come spazi atti all’estrazione di minerali e combustibili.

La situazione si è mostrata da subito incandescente e le manifestazioni hanno avuto una repentina escalation di violenza. La risposta di Moreno è stata la dichiarazione dello stato di emergenza nel paese per i successivi sessanta giorni e la mobilitazione delle forze armate, alle quali è stato concesso il lasciapassare per la repressione “anche violenta” delle manifestazioni.

Nel frattempo, mentre 6/8 persone (a seconda della fonte) morivano negli scontri, centinaia di manifestanti venivano feriti e circa 1000 persone finivano in carcere, Lenin Moreno lasciava la capitale per rifugiarsi a Guayaquil, abbandonando Quito nel caos, non senza le critiche di chi si aspettava che il capo di stato fosse “l’ultimo ad abbandonare la nave”.

L’epilogo di questa parentesi di violenza è arrivata in breve: dopo 12 giorni di scontri e disordini, la notte tra il 13 e il 14 Ottobre, in diretta televisiva, il presidente Moreno depone l’ascia di guerra, ritira il decreto 883 ( il paquetazo) e la situazione pian piano torna apparentemente stabile. I lavoratori e la CONAIE soddisfatti della loro (parziale) vittoria, festeggiano, e le strade di Quito tornano ad essere percorribili.

Dietro le quinte: qual è il vaso traboccato

Seppur senza la pretesa di spiegare in modo esauriente le dinamiche politiche e gli intrecci di potere che interessano l’Ecuador, possiamo facilmente individuare un livello di analisi più profondo facendo riferimento al contesto “internazionale”. In questa lotta storica tra governo e popolo, tra élite e trabajadores, si inserisce infatti un altro attore, il Fondo Monetario Internazionale, che, particolarmente inviso ai cittadini di tutti gli stati latino americani, rappresenta il terzo soggetto di un triangolo tutt’altro che amoroso. Il paquetazo, faceva infatti parte di di una serie di riforme richieste dal Fondo Monetario Internazionale, in cambio delle quali sarebbero stati sbloccati 4 miliardi e 209 milioni in favore del paese per permettergli di risollevare la sua economia stagnante dal 2013.

Una logica, quella degli aiuti del FMI che i sud americani conoscono bene e che negli anni li ha tenuti nella morsa di debiti da pagare sempre più grandi, di imposte e prezzi sempre più alti, di imposizioni che sono apparse sempre meno legittime. FMI, tre lettere che che fanno drizzare le orecchie e scaldare gli animi negli stati dell’America del sud; che richiamano costantemente il subdesarrollo del Sud America e soprattutto l’egida neoliberista che gli stati occidentali gli impongono, un sentimento riassumibile in una frase detta dall’ex presidente Correa in questi giorni: “Nessuno ha votato per l’FMI”.

Ad ogni modo, gli animi appianati dei cittadini ecuadoriani hanno portato ad un’apparente tranquillità, e, se guadando l’Ecuador oggi verrebbe da tirare un sospiro di sollievo esclamando che “tutto è bene ciò che finisce bene” non bisogna dimenticare che le altre riforme richieste dal FMI sono ancora in piedi e che il popolo, in piazza, richiedeva l’estinzione anche di quelle.

Che gli ecuadoriani si accontentino della rinuncia alla cessazione delle sovvenzioni sul carburante o che tornino in piazza per finire la loro battaglia, non ci è ancora dato saperlo. Una cosa però è certa: la politica “aut aut” del Fondo Monetario Internazionale non piace ai popoli dell’America Latina. La disuguaglianza economica continua a bussare alle loro porta, la percezione di un occidente pressante ed egemonico continua a risvegliare il cuore pulsante di una regione che non si stanca di scendere in piazza a manifestare i suoi dissapori.

 

Fonti

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