Torniamo a parlare di Kazakhstan. In sei città del Paese (la capitale ora chiamata Nur-Sultan – ex Astana – Almaty, Karaganda, Shimkent, Zhanaozen e Akyube) sono iniziate una serie di proteste contro i negoziati in corso tra il governo del Kazakhstan e quello cinese, che porterebbe l’ingresso di ben 55 industrie cinesi sul territorio Kazako. A muovere le manifestazioni è soprattutto la preoccupazione che i capitali cinesi non facciano bene allo sviluppo del Paese, ma siano invece invasivi in quanto occuperebbero solo manodopera cinese allo stesso tempo sfruttando le risorse sul suolo kazako.

Già nel 2016 la popolazione kazaka era insorta contro un accordo con il governo cinese, che permetteva alle imprese di quest’ultimo di acquistare beni immobili del Kazakhstan. Adesso invece si chiede al nuovo Presidente, Tokayev, di cancellare l’accordo che permette l’ingresso e la permanenza alle imprese cinesi in territorio kazako. I kazaki sono dell’opinione che uno stato come il loro ha i mezzi per “farcela da solo”, ovvero senza bisogno di un piano invasivo di investimenti cinesi. È uno stato grande, pieno di risorse e manodopera.

La protesta è da tenere d’occhio. Si può facilmente trasformare in una crisi politica del Paese, in quanto la popolazione sembra non aver digerito il cambio di Presidenza dopo le dimissioni di Nursultan Nazarbayev. Tokayev è stato eletto prima Presidente ad interim e poi, in seguito alle elezioni, ha assunto il pieno potere. In ogni caso questo aveva sollevato un’ondata di proteste lo scorso aprile contro il libero svolgimento delle elezioni. Molti giovani, nati sotto il pluridecennale governo del predecessore, sono scesi nelle piazze delle maggiori città per manifestare e alcuni di loro sono stati persino arrestati.

Nell’immagine l’area di Korghos, un’area di collegamento tra il Kazakhstan e la Cina, collocata nella Prefettura autonoma del Kazakhstan della regione autonoma di Xinjiang. Qui si mescolano i caratteri in cirillico con quelli cines

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