Gli Usa vivono da anni una guerra civile e istituzionale dovuta ad uno scontro fra due opposte volontà, frutto della spettacolare incongruenza tra desiderio di tornare Repubblica e cogenza dell’assetto geopolitico imperiale che genera vulnus democratici imponendo, anche in modo cruento, la preminenza degli interessi strategici su quelli politici, economici e sociali.

Dal basso, la volontà di un parziale disimpegno espressa da larghe fette della lower middle class americana – della quale la Casa Bianca con Obama prima e Trump poi si è fatta latore. Stanca di dover sostenere i costi economici e psicologici del “fardello imperiale”, che impone strutturali disavanzi di bilancio, un costante afflusso di immigrati per mantenere giovane, creativa e violenta la società e la rinuncia ad elevati livelli di benessere in nome del perseguimento della potenza geopolitica. Alla ricerca di un nuovo modo di stare al mondo. Di un nuovo approccio che ne alleggerisca la fatica. E tuttavia non disposta a rinunciare ad essere la potenza numero 1, come rilevato dai sondaggi. Dall’alto, l’esigenza di lungo termine dell’establishment politico-militare e della burocrazia federale di garantire la continuità strategica, mantenendo il paese imbullonato nel pianeta per assicurarne la postura imperiale, il rango di superpotenza egemone[1].

 

L’attualità

I drammatici e brutali fatti di Minneapolis (Minnesota) avvenuti lo scorso 25 maggio con il soffocamento in videoripresa dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto bianco hanno scatenato la rabbia e le frustrazioni delle comunità afro, delle associazioni e dei movimenti per i diritti civili contro il razzismo sistemico e le violenze della polizia.

Negli Stati Uniti centinaia di città, in ogni parte della nazione, sono state teatro di marce in gran parte pacifiche. Tuttavia, non sono mancati episodi di vandalismo e saccheggio degenerati in violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Gli eventi di queste settimane hanno dato luce al profondo malessere da tempo covato da una larga fetta della popolazione americana, acuito dagli impatti psicologici ed economici dell’epidemia da coronavirus e dai livelli record di disoccupazione – 13,3%, oltre 40 milioni di persone. In un paese dove milioni di cittadini vivono in una precaria situazione di vita, sprovvisti di tutele sociali come i sussidi di disoccupazione e le assicurazioni sanitarie sovente correlate al possesso di un contratto di lavoro – nel 2018, 27,5 milioni di americani, pari all’8,5% della popolazione, era privo di una qualsiasi forma di copertura sanitaria. Con la conseguenza di vedersi rifiutare cure anche salvavita se sprovvisti di adeguate risorse economiche.

Fatti il cui riverbero mediatico internazionale ha innescato manifestazioni di solidarietà in tutta Europa e ai quattro angoli del pianeta. Cogliendo di sorpresa un Occidente abituato a leggere le dinamiche d’oltreoceano con lenti teleologiche, post-storiche. Sconvolto da cotanta violenza e ingiustizia. Anche per dolosa e sofisticata narrativa della superpotenza. Che propone sé stessa come la più grande democrazia del pianeta, nazione guida del mondo libero, terra delle opportunità, potenza imperiale benevola, “città sulla collina”, incaricata da Dio – “In God We Trust” – della missione di redimere il mondo, di liberarlo civilizzandolo (leggi americanizzandolo). Formidabili marchi di fabbrica fondativi dell’American Dream e dell’“eccezionalismo americano”. Miti narrativi dall’incredibile efficacia attrattiva per milioni di giovani da ogni parte del globo.

La prospettiva storica

In realtà, l’intera storia degli Usa è costellata da strutturali forme di discriminazioni razziali, seguite da grandi conquiste civili e sociali, che tendono ad esplodere soprattutto in periodi di crisi o di grandi cambiamenti socio-economici. Per compattare le varie componenti etno-religiose attraverso l’affermazione, per violenta contrapposizione, dell’identità dominante fondata sulla matrice etno-culturale bianca, anglosassone, protestante (“Wasp”), propriamente tedesca, decisamente maggioritaria nel paese.

Quanto accaduto durante l’espansione territoriale dei coloni originari del New England verso ovest, con lo sterminio delle popolazioni indigene ritenute non assimilabili perché troppo diverse. Con lo schiavismo, fondato sul suprematismo bianco, che costituiva il pilastro del sistema economico basato sulle piantagioni negli Stati del Sud. Sino al Proclama di emancipazione e liberazione di Abraham Lincoln del 1° gennaio 1863 e alla vittoria degli abolizionisti-unionisti del Nord nella Guerra di Secessione del 1861-1865.

Quindi attraversando le battaglie per i diritti civili degli afroamericani negli anni ’50 e ’60, contro il segregazionismo legalizzato dalle leggi Jim Crow – approvate negli Stati del Sud dopo la sconfitta nella guerra civile – che porteranno al varo del programma della Great Society sotto l’Amministrazione Johnson. La più vasta legislazione sociale, ambientale e civile della storia del paese. Oltre 200 leggi, tra le quali il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act del 1965, che porranno fine alla discriminazione legalizzata basata su razza, colore, origine nazionale, religione o sesso.

Sino alle campagne di disinformazione avviate dalle parti più reazionarie e radicali della destra suprematista e nativista (“Alt Right”) dopo lo shock rappresentato dall’elezione nel 2008 di Obama, primo Presidente nero nella storia del paese per contestarne la legittimità, propagandando la bufala della sua nascita in Kenya. Dunque ineleggibile in quanto non americano. Vittoria interpretata come potenziale sovvertimento dei tradizionali schemi valoriali e di potere “Wasp”, pilastri del patto sociale Usa, da parte di minoranze in ascesa demografica e politica come gli ispanici.

Sino alle discriminazioni e alle disuguaglianze di fatto che ancora oggi permeano la società americana. Esse continuano a scorrere sottotraccia e sottoforma di minori opportunità di lavoro, di reddito e ricchezza patrimoniale, di istruzione e assistenza sanitaria per le minoranze ispaniche, asiatiche e soprattutto afro. Che si traducono in minori opportunità di ascesa sociale e in maggiori probabilità di povertà e di carcerazione. E di disoccupazione, con quella ispanica (17,6%), nera (16,8%) e asiatica (15%), più alta della media nazionale (13,3%) e con quella bianca (12,4%) inferiore ad essa.

Secondo alcune statistiche, per un ragazzo afroamericano il rischio di essere uccisi per police shootings è di 2,5 volte superiore rispetto ad un coetaneo bianco e costituisce una causa di morte più frequente rispetto a decessi causati da diabete o malattie respiratorie o cerebrovascolari. Gli stessi dati sui decessi da Covid-19 registrano un tasso di mortalitàtra i neri americani 2,3 volte maggiore di quello relativo ai bianchi e asiatici, 2,2 volte più alto del tasso dei latinos e 1,7 volte superiore a quello degli indigeni.

La prospettiva geopolitica

Oltre la superfice. Oltre le questioni razziali e virali.

Il malessere dell’America è profondo e radicato perché connaturato alla sua stessa natura imperiale. Ai patimenti e ai risentimenti, alle diseguaglianze economiche, alle asprezze psicologiche, alle ingiustizie sociali e alla violenza fisica e culturale che essa impone alle popolazione autoctona.

Abituata a farsi carico dei problemi del pianeta. A redistribuire benessere nelle province dell’impero per legarne il destino al proprio, comprandone le merci, arricchendo la concorrenza delle imprese straniere a scapito di quelle locali. A drenare miliardi di dollari in spese militari per consentire la libera navigazione delle rotte marittime, sostrato della globalizzazione, mentre le infrastrutture del paese si rivelano fatiscenti. Ad agire come il “poliziotto del mondo” per difendere i confini di altri paesi lasciando porosi quelli patri. A sobbarcarsi manovre antieconomiche a fini strategici, per colpire il nemico (vedi guerra dei dazi e decoupling economico), per mantenere la supremazia tecnologica e militare.

Chiamata ad essere costantemente sul piede di guerra, a mantenersi predisposta alla violenza. Pronta a rivolgere la propria rabbia e le proprie armi verso sé stessa e gli altri. Per difendere il primato globale.

Sofferenze già vissute dai plebei romani, quando, dopo che la Roma Repubblicana aveva distrutto Cartagine nelle Guerre Puniche (264 a.C. 146 a.C.) divenendo improvvisamente impero, padrona del Mediterraneo, essi si ritrovarono nei decenni successivi impoveriti dalla concorrenza delle merci e degli schiavi provenienti dalle nuove province. Perché i romani, come denunciava il tribuno della plebe Tiberio Gracco in un celebre discorso pubblico, “soltanto per il lusso e la gloria degli altri dovevano spargere il loro sangue e morire (…) padroni del mondo (senza, n.d.r.) essere padroni di una sola zolla di terra”.

Sono questi i temi che hanno informato le agende elettorali di Obama e Trump. Entrambe volte ad alleviare i costi economici, psicologici e sociali derivanti dall’overstrech militare tramite un parziale retrenchment della postura statunitense nel mondo – perfettamente sulla stessa linea d’onda, aldilà dell’opposto stile dialettico, perché espressioni della medesima fase sociale e geopolitica vissuta dagli americani.

Così si spiegano le accuse di free-riding indirizzate agli alleati europei, affinché svolgano il proprio compito nella manutenzione della Pax Americana di cui beneficiano. O il tentativo abortito di aprire alla Russia per coinvolgerla nel contenimento della Cina. O, ancora, le promesse rimaste tali di abbandonare l’Europa, di ritirare o ridurre le truppe da contesti come l’Iraq e l’Afghanistan. Di diminuire il deficit commerciale – aumentato da 735 miliardi a 872 miliardi tra 2016 e 2019 – il flusso di immigrati – cresciuto da 43,7 a 44,7 milioni di persone tra 2016 e 2018 – o di attenuare il costo economico dell’impegno militare – anch’esso aumentato da 611 miliardi a 750 miliardi e di 48.200 unità all’estero tra dicembre 2016 e prima metà 2020.

Wishful thinkings puntualmente falliti per la contrarietà di Pentagono, Cia e Dipartimento di Stato. Che continuano a ritenere l’espansione russa come la principale minaccia al Vecchio Mondo, unico quadrante geo-strategico imprescindibile per conservare l’egemonia planetaria. A considerare strategica la presenza americana in Europa e in Medio Oriente in chiave anti-russa, anti-tedesca, anti-cinese, anti-persiana, in prospettiva anti-turca.

Volontà politiche irrealizzabili perché destinate a scontrarsi con il duro e inaggirabile realismo geopolitico. Chiunque uscirà vincitore dalle Presidenziali di novembre non potrà sottrarsi a questi vincoli. Perché l’America continuerà a vivere questa fase di frustrazione negli anni a venire. Perché non può e, nel suo profondo, non vuole smettere di essere l’egemone planetario. Prigioniera del suo “Destino Manifesto”.

 

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