Per la prima volta nella storia del partito, le proteste hanno investito anche Hezbollah, rompendo un solido tabù tra la popolazione sciita di intoccabilità dei leader del partito.

Dal 17 ottobre, il Libano è interessato da proteste anti-governative di massa. La portata dell’evento fa parlare di “thawra”, rivoluzione, lungo l’onda delle primavere arabe che dal 2011 non si è mai arrestata.
Le contestazioni sono state innescate dalla cosiddetta “tassa su Whatsapp”, una tassa sulle chiamate Whatsapp che si trovava all’interno di ulteriori misure di austerità previste dal governo per ridurre l’ingente debito pubblico.

Tuttavia, è l’intero sistema politico ed economico ad essere messo in discussione da una popolazione stanca di una classe dirigente corrotta e responsabile della grave crisi economica in cui riversa il Paese.
Sin dall’inizio, la classe politica libanese non è stata in grado di rispondere alle richieste dei manifestanti in maniera adeguata, provocando, in questo modo, uno scisma netto tra popolo sceso in piazza e discorso politico.

Il fallimento della classe politica ha dissolto l’aurea di intoccabilità che alleggiava sui maggiori leader, il presidente Aoun, il primo ministro Hariri e, in particolare, il segretario di Hezbollah Nasrallah. Le proteste non costituiscono una novità per il Libano. Basti pensare alla Rivoluzione dei Cedri, scoppiata nel 2005 contro l’occupazione siriana nel paese. In quell’occasione, il paese si divise nettamente tra forze anti-siriane e forze pro-siriane.

In foto il Primo Ministro Hariri


Al contrario, le protese attuali per la prima volta sono trans-confessionali, superano le divisioni religiose che hanno da sempre caratterizzato il paese. “Tutti significa tutti” è uno degli slogan cantati dai manifestanti ed indica la volontà di cambiare radicalmente il sistema politico, nessun leader escluso.


L’ulteriore elemento di novità è costituito dal fatto che il malcontento coinvolge anche Hezbollah, criticato apertamente dalla comunità sciita, base del suo consenso. Difatti, le proteste sono scoppiate anche nelle tradizionali roccaforti del partito, nel sud del Paese, dove non erano tollerate precedentemente. Ma ora “un tabù è stato infranto” ed i manifestanti accusano pubblicamente e personalmente Nabih Berri, speaker del parlamento e membro del partito Amal, e il segretario di Hezbollah, Hassan Nashrallah.

In foto Hassan Nashrallah

Questo è significativo se si pensa che la fine dell’occupazione israeliana in Libano nel 2000 e, in particolare, la guerra contro Israele nel 2006 avevano determinato la trasformazione di Nasrallah da leader di un piccolo gruppo islamico a carismatico eroe pan-arabo, famoso per la sua umiltà e per il suo carisma.
Secondo l’ex primo ministro, Ibrahim Chamseddine, il dissenso mostrato dalla comunità sciita verso i propri leader non costituisce una novità, ma la per prima volta viene espresso in maniera pubblica, incoraggiata dal clima di contestazione generale.

Le proteste hanno costituito una minaccia per Hezbollah perché denunciano l’intero sistema politico, di cui anche il partito è parte integrante.
Inizialmente, seppur supportando le rivolte, il segretario Nasrallah aveva invitato i manifestanti alla moderazione, poiché il vuoto di potere provocato dalla caduta del governo avrebbe potuto far precipitare la regione in una nuova guerra civile, incubo dei libanesi.

In seguito, di fronte al protrarsi delle proteste, ha cambiato, decisamente, la sua posizione.
Il 25 ottobre, in un discorso televisivo, ha dichiarato che il partito non accetta la caduta del governo, le dimissioni del presidente e l’indizione di nuove elezioni. Inoltre, ha cercato di delegittimare le contestazioni, considerandole come un complotto ordito da Israele e Stati Uniti per delegittimare il governo libanese. Nella stessa giornata sono stati riportati scontri avvenuti tra manifestanti e sostenitori del movimento sciita nella capitale Beirut e nella città meridionale di Tiro, nel contesto di proteste totalmente pacifiche.

Le dimissioni del primo ministro Hariri, nella giornata del 29 ottobre, hanno peggiorato la posizione di Hezbollah. Quest’ultimo necessita della presenza di Hariri, poiché non solo ha l’appoggio della comunità sunnita, ma poiché dispone della credibilità necessaria a livello internazionale per attuare da intermediario con le istituzioni finanziarie mondiali e gli investitori stranieri.
Di fronte alla difesa dello status quo, formato da una classe dirigente profondamente corrotta e che ha portato il paese sull’orlo di una crisi finanziaria, e al vano tentativo di screditare le proteste, definendole guidate da potenze estere, il Partito di Dio ha perso parte della sua credibilità di fronte ai manifestanti.


Le posizioni espresse ora dal partito appaiono quanto mai lontane da quelle contenute nella “Lettera agli oppressi” del 1985, primo documento politico del movimento. In esso, si rifiutava il settarismo in quanto ostacolo per la modernizzazione, per lo sviluppo e la creazione di un Libano forte ed indipendente. Per capire appieno la portata dell’evento, è necessario comprendere innanzitutto l’importanza che il partito riveste in Libano.


Hezbollah è nato come un movimento di resistenza libanese, ma, attraverso un singolare pragmatismo, ha saputo trasformarsi ed adattare la propria identità ai vari cambiamenti socio-politici fino a diventare un attore non statale di primo piano nel contesto domestico e regionale.
Con gli accordi di Ta’if del 1989, ha ottenuto l’autorizzazione ufficiale a conservare la sua ala armata, necessaria per porre fine all’occupazione di Israele. Gli accordi, che posero fine alla sanguinosa guerra civile, prevedevano il disarmo di tutte le milizie, ad eccezione di Hezbollah, appunto, che fu riconosciuta come gruppo resistenziale anziché milizia.

Le trasformazioni hanno avuto successo perché avvenute all’interno di uno stato libanese debole e fortemente penetrato da forze esterne. A questo si aggiunge l’abilità del partito di trarre vantaggio dall’incapacità del governo centrale di attuare politiche contro l’arretratezza economica delle aree a maggioranza sciita e dall’incapacità di porre fine all’occupazione israeliana nelle aree del sud.
Nato come partito anti-establishment, uno dei suoi punti chiave era il rifiuto dello stato libanese in quanto apostata. Gradualmente, ha rinunciato alle sue posizioni più radicali per integrarsi nel sistema politico fino a diventare un attore politico fondamentale. I risultati delle ultime elezioni governative dimostrano ciò.

Hezbollah ha ottenuto il numero maggiore di seggi, 45 su 128 ed ha rafforzato ulteriormente la propria posizione attraverso un ministero chiave, quello della salute. Tuttavia, gli otto anni di guerra in Siria a fianco di Bashar al-Assad e le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti hanno avuto delle pesanti ripercussioni sulle sue capacità finanziarie.
A marzo, infatti, il segretario generale aveva invitato la sua base popolare a sostenere le attività del gruppo attraverso donazioni.

Quest’ultimo ha cessato la sua funzione di “stato nello stato”, ovvero dispensatore di servizi essenziali che il debole stato centrale non riusciva a garantire, come costruzione di scuole e ospedali, fornitura di medicinali, riparazione di strade. Ciò è stato il motivo fondamentale del successo di Hezbollah nel passato. Nelle zone a maggioranza sciita, l’efficienza e l’avanguardia dei servizi garantiti dal partito, anche grazie agli ingenti finanziamenti dell’alleato iraniano, hanno assicurato il sostegno e la fedeltà della popolazione al partito. La grave crisi economica, congiunta alla corruzione e all’arricchimento dei leader del partito, ha dissolto il consenso e il timore di opporsi.


Il tentativo di preservare ad ogni costo l’attuale sistema politico e i suoi protagonisti potrebbe avere delle conseguenze inaspettate per Nasrallah e il suo partito. Per uscire dalla situazione di crisi in cui si trova, Hezbollah dovrebbe adottare un atteggiamento più flessibile circa la possibilità di formare un nuovo esecutivo.
La sopravvivenza di Hezbollah è stata garantita dalla debolezza dello stato centrale e dalle divisioni settarie. Attualmente, però, non è più scontata.

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Noemi Verducci

Noemi Verducci

Sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione MedioOriente. Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus. Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.
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