Lo scandalo delle armi serbe impiegate contro i civili in Iraq riapre vecchie questioni e nuove polemiche sul governo di Belgrado e il suo legame storico con Baghdad

Strumenti di morte che vengono da lontano. Armi da guerra di produzione serba stanno mietendo vittime dall’altra parte del mondo, in Iraq. Secondo quanto scoperto e denunciato recentemente da Amnesty International in collaborazione col network BIRN (Balkan Investigative Reporting Network), le forze governative di Baghdad avrebbero usato sui manifestanti, durante le proteste di ottobre, armi altamente pericolose in grado di uccidere. Queste armi sarebbero quelle importate circa dieci anni prima grazie ad uno storico accordo commerciale con la Serbia. Tuttavia la questione è molto più complessa. Il governo di Belgrado è stato travolto da scandali e polemiche legati alla gestione di questi accordi per la vendita di armi, le quali però si sono diffuse a tal punto da essere protagoniste anche in altri teatri di conflitto nel mondo. Una confusione e disseminazione tale da portare le armi serbe persino nelle mani dei miliziani jihadisti.

Tramite il proprio portale, Amnesty ha accusato pubblicamente le autorità irachene di usare contro i civili non solo metodi repressivi particolarmente violenti, ma anche armi dal notevole impatto offensivo, tra le quali spiccano le granate M01 e M99 da 40 mm, anch’esse di produzione serba ed importate con l’accordo del 2008. Sempre secondo quanto riportato da Amnesty, queste armi sarebbero responsabili di decine delle oltre 400 vittime che finora i disordini hanno registrato. A suscitare clamore nell’inchiesta sono state le testimonianze, le foto e le ricostruzioni al computer dei crani perforati da questo tipo di granate, ben lontane dai semplici lacrimogeni in uso alla maggior parte delle forze dell’ordine di altri Paesi. Le accuse sono state respinte dalle autorità irachene, che hanno negato anche l’importazione delle granate di tipo militare incriminate tramite il ministro della Difesa Najah al-Shammari (smentito però dall’inchiesta di BIRN).   

Le proteste di Baghdad sono iniziate nel mese ottobre, con la popolazione esasperata dalla forte disoccupazione, dalla corruzione crescente e dalla scarsa capacità del governo di garantire i servizi essenziali. La concomitante decisione dell’attuale primo ministro Adel Abud Mahdi di rimuovere il popolare ufficiale e veterano della guerra all’ISIS Abdul-Wahab al-Saadi dall’incarico di comandante delle Forze antiterrorismo, avrebbe accesso ancora di più gli animi già portati al limite. Le manifestazioni antigovernative si sono presto estese a tutto il Paese, con episodi violenti tra forze di polizia e popolazione civile. Da allora, le vittime sarebbero diverse centinaia cui vanno aggiunti decine di migliaia di feriti.

In foto Adel Abud Mahdi – Primo Ministro dell’Iraq dal 25 ottobre 2018

Alla base dell’inchiesta condotta dai giornalisti di BIRN, i quali sono stati etichettati dal presidente serbo Aleksandar Vucic come “bugiardi e traditori”, vi sarebbero gli stretti legami intercorsi in particolare dal 2008 tra Serbia e Iraq riguardo la compravendita di armi. In realtà quella cercata all’epoca dai due governi era una rinnovata partnership post epoca Milosevic-Saddam, interrotta dalle vicende che hanno portato alla caduta dei rispettivi regimi tra il 2000 e il 2003. In quegli anni foriero degli eventi successivi fu lo scandalo esploso nel novembre 2002 (caso “Orao”), quando venne alla luce l’incresciosa problematica della vendita di armamenti prodotti in Serbia alle forze di Saddam Hussein, il tutto gestito dall’agenzia statale Yugoimport (nota anche con l’acronimo SDPR). L’affare rientrava in un accordo segreto firmato proprio da Slobodan Milosevic e Saddam nel 1999, anno dei bombardamenti NATO su Belgrado (Operazione “Allied Force”). All’epoca la Serbia fu accusata dagli Stati Uniti di violare l’embargo di armi decretato dall’ONU nei confronti dell’Iraq, sul quale pesavano già le numerose misure sanzionatorie adottate con diverse risoluzioni dal 1990 in poi in seguito all’invasione del Kuwait.        

Successivamente, altri due accordi tra i rispettivi governi hanno rilanciato i rapporti tra Belgrado e Baghdad, non senza conseguenze che legano passato, presente e futuro lungo una linea sottile fatta di polvere da sparo, soldi e purtroppo, sangue. Nel 2008 la Serbia stipulò un accordo per la vendita di armi al governo iracheno dal valore di 235 milioni di dollari esportando mortai, pistole, munizioni, attrezzature balistiche, velivoli da addestramento militare, gas lacrimogeni e granate. L’allora ministro della Difesa serbo, Dragan Sutanovac, commentò molto positivamente l’accordo (definito in patria “del secolo”), sottolineando come un affare di tale portata economica rappresentasse una grande prospettiva per l’industria militare del Paese. L’anno successivo un accordo di cooperazione militare (che prevedeva anche l’addestramento di personale militare iracheno su territorio serbo) tra i due governi rinsaldò questo legame, segnato per l’occasione dalla calorosa accoglienza riservata a Sutanovac, il quale si recò direttamente a Baghdad per la firma. L’ex Ministro commentò successivamente tale accoglienza come “straordinaria in tutti i sensi”.   

Dieci anni dopo quest’ultimo accordo (e a venti da quello Milosevic-Saddam) questa partnership fondata sulla compravendita di armi fa ancora una volta parlare di sé, travolgendo di polemiche l’attuale esecutivo serbo. Così come accaduto nel 2002, un altro scandalo riguardante i rapporti tra autorità statali serbe e aziende nazionali produttrici di armi mette in risalto quella lunga linea che collega Belgrado a Baghdad dai tempi della Jugoslavia. A far venire alla luce la questione è stato Alksandar Obradovic, impiegato nella fabbrica di armi e munizioni Krusik a Valjevo (circa 90 km dalla capitale serba) che ha denunciato il caso di corruzione e affari illeciti nella vendita di armi in Serbia. Il caos politico e mediatico che ne è seguito coinvolge direttamente il governo, in quanto al centro della vicenda vi è Branko Stefanovic, padre dell’attuale ministro degli Interni,  e il vice-primo ministro Nebojsa Stefanovic. Una decisione costata cara all’esperto informatico, il quale diffuse materiale e documenti sulla vicenda sul portale ArmsWatch. Obradovic venne arrestato dagli agenti della BIA (l’intelligence serba) il 18 settembre, con l’accusa di violazione di segreto commerciale.

Stefanovic padre, in qualità di rappresentante della privata GIM, avrebbe interceduto per l’acquisto a prezzo ridotto di un cospicuo lotto di armi dall’azienda statale Krusik. Il prezzo pagato dalla GIM è stato nettamente inferiore al reale prezzo di mercato, così provocando un danno alle casse statali e un beneficio a quelle di un’impresa privata. Le entrate della GIM sono aumentate in maniera esponenziale in pochissimo tempo: da appena 340.000 euro nel 2016 a oltre 8 milioni di euro nel 2017. Altro problema non di poco conto è che le armi acquistate dalla GIM sono state a loro volta vendute ad altre aziende all’estero, in particolare alla saudita Rinad Al Jazira. Secondo ArmsWatch proprio tramite il governo saudita le armi sarebbero finite addirittura nelle mani dell’ISIS. Immediata è stata la presa di distanza sia del ministro Stefanovic che del presidente Vucic. Tuttavia l’opposizione ha chiesto chiarimenti in merito direttamente al governo tramite la deputata del partito SSP Marinika Tepic, che in una conferenza stampa di ottobre ha esortato Vucic a fornire spiegazioni. Inoltre la Tepic ha lanciato accuse pesantissime sul Presidente, ritenendolo coinvolto in qualche modo nella morte del personale dell’ambasciata serba in Libia nel 2015 (allora Vucic ricopriva la carica di ministro della Difesa). Anche quest’ultima triste vicenda ha a che fare col traffico d’armi, in questo caso tra Serbia e Libia.

Quindi non solo Iraq. Le armi serbe tra scandali e accordi nel corso degli ultimi decenni hanno fatto il giro del mondo. In particolare ha attirato l’attenzione dei media internazionali anche la loro presenza in Yemen, rivelata dal portale investigativo Bellingcat a settembre. Anche in questo caso sarebbe coinvolta l’Arabia Saudita che, una volta acquistate le armi dalle fabbriche serbe, le avrebbe girate alle Forze di Supporto Rapido Sudanesi e all’Esercito Sudanese dislocato sul confine saudita-yemenita. Altri avvistamenti di armi prodotte in Serbia si sono avuti in Afghanistan, Nigeria, Siria e Camerun.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: