I confini di Gerusalemme e il suo status per la Comunità Internazionale

Alla fine della guerra del 1967, Israele ha unilateralmente annesso Gerusalemme Est insieme ad una parte della Cisgiordania e ha sottoposto l’intera area alla sua giurisdizione ampliandone i confini municipali. I nuovi confini municipali di Gerusalemme (estesi su 108 km2 tra Gerusalemme Est e Ovest) furono progettati per garantire l’integrità geografica e la maggioranza ebraica in entrambe le parti della città

La Comunità Internazionale non ha mai riconosciuto l’occupazione israeliana e, tutt’oggi, considera Gerusalemme Est, come il resto della Cisgiordania e la striscia di Gaza, Territorio Palestinese Occupato (oPt). Questa posizione è stata espressa in numerose risoluzioni delle Nazioni Unite. Inoltre, i principi fondamentali del diritto internazionale che regolano il rapporto di una potenza occupante con i residenti di un territorio occupato sono applicabili a Gerusalemme Est, tra cui la Convenzione dell’Aia del 1907 e la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Nel definire il suo status, infine, la Comunità Internazionale considera la città ancora sotto il controllo internazionale in linea con la Risoluzione 181 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA) del 1947, questa posizione è stata ribadita dalla risoluzione 303 dell’UNGA nel 1949. Quando il 30 luglio del 1980 il governo israeliano dichiarò che Gerusalemme era la sua “capitale eterna e indivisa”, attraverso la sua Legge Fondamentale, la mossa fu condannata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 478, la quale affermava che “tutte le misure legislative e amministrative e le azioni intraprese da Israele, la potenza occupante, che hanno alterato o preteso di alterare il carattere e lo status della Città Santa di Gerusalemme e in particolare, la recente Legge Fondamentale su Gerusalemme, sono nulle e devono essere immediatamente revocate”.

punto di vista politico che spaziale, culturale, economico e sociale. La mappa mostra i cambiamenti dei confini della città dal 1949 ad oggi

Nonostante lo status di territorio occupato, e, nonostante a livello diplomatico i negoziati siano ancora in una fase di stallo, ad oggi, Israele controlla de facto la città e, attraverso l’uso dello spazio urbano, ha creato una situazione sul campo che difficilmente potrà essere modificata in futuro. Dal 1967 ad oggi la città è mutata profondamente proprio a seguito degli interventi israeliani messi in campo nel duplice processo, così definito da Chiodelli, di “ebraicizzazione” e “de-arabizzazione” di Gerusalemme sia da un punto di vista politico che spaziale, culturale, economico e sociale. La mappa mostra i cambiamenti dei confini della città dal 1949 ad oggi.

 

Le politiche della Municipalità israeliana a Gerusalemme Est

Gerusalemme è composta per il 60% dalla popolazione ebraica mentre quella araba rappresenta il 40%. Quest’ultima è stata da sempre considerata una “minaccia demografica” per la sopravvivenza stessa dello Stato d’Israele infatti, le azioni che sono state messe in campo da parte delle autorità israeliane mirano a contenere la sua espansione e a limitare il suo sviluppo in tutti i campi. Israele, fin da subito, ha annesso il territorio di Gerusalemme Est ma non i suoi abitanti conferendogli lo status di residente permanente. Questo status pone gli arabi gerosolimitani in una condizione differente non solo dai cittadini israeliani, ma anche dai palestinesi in Cisgiordania. Un residente arabo di Gerusalemme ha il diritto di beneficiare dei servizi pubblici israeliani quali sanità, istruzione e assistenza sociale; può vivere e lavorare in Israele, partecipare alle elezioni municipali e può muoversi liberamente, mentre i palestinesi di Cisgiordania e Gaza devono richiedere un permesso ad hoc per poter entrare in Israele e a Gerusalemme Est. A differenza dei cittadini israeliani, però, gli arabi gerosolimitani non hanno il diritto di partecipare alle elezioni nazionali e non possono trasmettere automaticamente il proprio status al coniuge o ai figli, questa situazione rende il ricongiungimento familiare molto difficile per alcuni e pone molti palestinesi davanti alla scelta di dover rinunciare ai benefici dello status e abbandonare la città per poter vivere con la propria famiglia. Inoltre, lo status di residente può essere revocato se non si riesce a dare prova di risiedere stabilmente all’interno del perimetro municipale (ad esempio bisogna fornire il pagamento dell’arnonao delle tasse sugli immobili o dei contratti di locazione). Questa politica restrittiva ha determinato l’inizio di una deportazione silenziosa con la revoca dei permessi di residenza, tra il 1967 e il 2018, di 14,643 palestinesi di Gerusalemme Est.

La costruzione del muro ha reso ancora più difficile la vita dei palestinesi dividendo la Gerusalemme Est araba dalla Cisgiordania e tagliando ogni tipo di legame economico, sociale e culturale con il resto della Palestina. Circa 140.000 palestinesi (1/3 della popolazione araba di Gerusalemme) residenti di Gerusalemme Est vivono nei quartieri tagliati fuori dalla città a causa della costruzione barriera di separazione e che, formalmente, sono ancora parte della Municipalità. Per loro la vita oltre il muro è più difficile: per poter aver accesso ai servizi, andare a lavoro o per portare i propri figli a scuola devono attraversare i checkpoints ed essere costantemente monitorati. Inoltre, queste zone (come Shu’fat e Kufr Aqab) sono state abbandonate dalla Municipalità che, invece di fornire infrastrutture e servizi, ha agito con l’obiettivo di separare questi quartieri dalla città favorendo il loro deterioramento urbanistico, economico e sociale. 

La presenza dei coloni israeliani all’interno dei quartieri arabi di Gerusalemme Est si è rafforzata, soprattutto nei quartieri adiacenti alle mura della Citta Vecchia, cambiando per sempre l’immagine della città. Le autorità israeliane hanno poi portato avanti una politica di espropriazione dei territori e delle proprietà palestinesi per “scopi pubblici” dove quest’affermazione è esatta solo se il termine “pubblico” è in riferimento agli ebrei, per i quali è giustificabile ledere i diritti di proprietà dei palestinesi.

Subito dopo l’occupazione, gli interventi pubblici in materia di infrastrutture e fornitura dei servizi si sono concentrati quasi esclusivamente sulle aree ebraiche, tanto a Gerusalemme Ovest quanto a Gerusalemme Est, mentre nelle aree arabe essi sono stati sporadici e inadeguati alle necessità. La carenza infrastrutturale e la scarsità di aree zonizzate a residenza (solo il 13% di tutta Gerusalemme Es è adibito alla costruzione di abitazioni) non hanno permesso lo sviluppo della popolazione araba di Gerusalemme Est. Inoltre, l’alto costo per ottenere un permesso di costruzione e i requisiti relativi alla registrazione dei terreni impediscono a molti di fare richiesta per poter costruire nelle aree edificabili. Di conseguenza, i residenti palestinesi di Gerusalemme Est si trovano ad affrontare una grave carenza di alloggi e un alto tasso di crescita della popolazione (secondo le statistiche, la densità abitativa nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est è di 8 persone per unità), per cui molti non hanno avuto altra scelta se non quella di costruire edifici “illegalmente” rischiando quindi la demolizione e lo sfollamento. Il numero delle case demolite aumenta se ci si avvicina ai quartieri arabi adiacenti alla Città Vecchia, come il quartiere di Silwan, dove le demolizioni sono state portate avanti per favorire lo sviluppo del sito archeologico della “Città di David” o per la costruzione di ulteriori insediamenti. Il motivo per cui molte abitazioni palestinesi vengono demolite è che esse risultano essere “illegali” quando, in realtà, ad essere illegale è l’occupazione israeliana di questi territori.

Tuttavia, la minaccia di essere strappati via dalle loro case ha rafforzato l’attaccamento palestinese alla terra, tzmud, e, ancora oggi, dopo più di cinquant’anni di occupazione, la tenacia dei residenti palestinesi nel non abbandonare la città, nonostante le complicate condizioni di vita, dimostra chiaramente che il popolo palestinese ha radici profonde e ben radicate su questa terra.

L’emergenza del coronavirus a Gerusalemme Est

in foto immagine di Gerusalemme Est

Il 72% della popolazione palestinese di Gerusalemme Est vive sotto la soglia della povertà rispetto al 26% delle famiglie ebraiche. Gli abitanti di Gerusalemme Est soffrono di una grave carenza di servizi pubblici e infrastrutture, compresi i servizi sanitari e di istruzione, i servizi di welfare, i servizi postali e i sistemi idrici e fognari. La Municipalità di Gerusalemme, ben cosciente della situazione, negli anni, non ha intrapreso alcuna azione significativa per migliorare lo status degli abitanti palestinesi infatti, si stima che la quota di budget municipale investito a Gerusalemme Est è compresa tra il 8,7% e il 10,87%. Con lo scoppio dell’emergenza del coronavirus sembrerebbe che, ancora una volta, è la popolazione palestinese che vive nei territori occupati a pagare il prezzo della sua fragilità multidimensionale. La crisi del Covid-19 ha solo aggravato un sistema di discriminazione già esistente a Gerusalemme come nel resto dei Territori Occupati. Israele non ha perso occasione per utilizzare le misure precauzionali di contrasto al virus per porre ulteriori limitazioni alla libertà di movimento, aumentare il controllo della polizia nelle aree occupate, proseguire con gli sgomberi e le demolizioni, attuare arresti e punizioni, esercitare violenze e intimidazioni. Questa emergenza ha messo ancora una volta in luce la vulnerabilità della popolazione palestinese: mentre è criticata la mancanza dei tamponi a disposizione per gli abitanti di Gerusalemme Est, vi è la paura che il governo israeliano possa chiudere il checkpoint all’entrata del Campo Profughi di Shu’fat e lasciare totalmente isolate intere comunità palestinesi di Gerusalemme Est che vivono oltre il muro come quella di Kufr Aqab. L’associazione Ir Amim ha denunciato la situazione sottolineando che la mossa di chiudere il checkpoint è in linea con le politiche israeliane di esclusione della popolazione palestinese dalla città e non, come è stato dichiarato, per evitare l’aumento dei contagi. In realtà, il numero più alto dei contagi a Gerusalemme finora è stato registrato dagli operai impiegati in Israele che sono rientrati in città o in Cisgiordania e dalle comunità ultraortodosse (che rappresentano circa il 75% dei contagi a Gerusalemme – fonte Michele Giorgio). Anche il sindaco della città, Moshe Leon, si è dimostrato contrario alla chiusura definitiva del checkpoint.

In una situazione già fragile come quella dei Territori Occupati, le prospettive per la comunità palestinese sono desolanti, tuttavia, il numero dei contagi in Israele supera i 10mila casi e, pur volendo continuare a spingere i palestinesi fuori dalla città peggiorando le loro condizioni di vita, questa volta, non esiste muro che Israele possa costruire per contrastare il virus.

Fonti

ACRI, the Association for Civil Rights in Israel, East Jerusalem: Facts and Figures 2019 May 2019.  https://fef8066e-8343-457a-8902-ae89f366476d.filesusr.com/ugd/01368b_20dc66c3a088465286ce4c6d5a87c56c.pdf

B’Tselem, During the Coronavirus crisis, Israel confiscates tents designated for clinic in the Northern West Bank https://www.btselem.org/press_release/20200326_israel_confiscates_clinic_tents_during_coronavirus_crisis

Haaretz, Israeli Police Continue Operating in Flash Point East Jerusalem Neighborhood Amid Coronavirus Outbreak, https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-israeli-police-operate-in-east-jerusalem-neighborhood-amid-coronavirus-outbreak-1.8694577

Haaretz, Palestinian Forces Conduct Rare Operation in Israeli-controlled Jerusalem Neighborhood

https://www.haaretz.com/middle-east-news/palestinians/.premium-palestinian-forces-conduct-rare-operation-in-israeli-controlled-j-lem-neighborhood-1.8728232?fbclid=IwAR3-vxSJdC0DGVMJTo5L5Rz8h-3OJ2atScex0WeNTkSJJtC4G1GYGbgLki8.

Il Manifesto, Il coronavirus non ferma raid israeliani e arresti nei Territorihttps://ilmanifesto.it/il-coronavirus-non-ferma-raid-israeliani-e-arresti-nei-territori/

Il Manifesto, Allarme per il «contagio di ritorno» degli operai palestinesi https://ilmanifesto.it/allarme-per-il-contagio-di-ritorno-degli-operai-palestinesi/?fbclid=IwAR1rIjfPHDVfZrHoBna5Hkk4FUTHYqi4WkWUKfKU8dlEsND9sjeIfOopf5E

Ir Amim, COVID-19 Crisis: Mounting Israeli Attempts to Cut Off Neighborhoods Beyond the Barrier from Jerusalem, http://www.ir-amim.org.il/en/node/2443?fbclid=IwAR2phToHuus3lXLdF_uDjgpOeJY3oZYzU6b1LnPw2Bgmm_cLIN_hSZGSf8U

Ir Amim, Jerusalem Municipality Budget Analysis for 2013: Share of Investment in East Jerusalem December 2014, http://www.ir-amim.org.il/sites/default/files/PL_Investment%20in%20East%20Jerusalem%20December%202014-2%2025%2015.pdf.

Ir Amim, Shady Dealings in Silwan, May 2009, http://www.ir-amim.org.il/sites/default/files/Silwanreporteng.pdf.

Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: 252 (1967), 267 (1969), 298 (1971). 446 (1979), 476 (1980), 672 e 681 (1990).

UNOCHA oPt , East Jerusalem: Key Humanitarian Concerns – Special focus March 2011https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/EA60081C85B7FA70C125785C0035A6DF-Full_Report.pdf

 

 

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