In Medio Oriente, instabile crocevia oggetto di tensioni strategiche sempre nuove tra le grandi potenze e quelle di carattere regionale, la politica estera del Pakistan guidato dal Primo Ministro Imran Khan è alla ricerca di uno spazio di manovra per rispondere efficacemente alle mutate condizioni geopolitiche.



Il conseguimento di un dinamismo diplomatico e strategico, a conferma del ruolo pakistano di potenza regionale, è stato affetto negli ultimi anni da diverse criticità che ne hanno condizionato la riuscita. Il perseguimento di questo obiettivo, già condizionato dalla riduzione dell’assistenza militare ed economica statunitense a favore del Pakistan dal 2011, e bruscamente interrotta durante l’amministrazione Trump, è divenuto ancora più difficoltoso a causa della maggiore volatilità degli scenari globali provocata dalla pandemia.

Gli eventi a questa legati hanno infatti acuito le minacce al multilateralismo, quali le guerre commerciali e tecnologiche tra le grandi potenze. A ciò si aggiungono i tentativi da parte delle potenze minori di ritagliarsi un proprio ruolo nelle vicende della regione.Quanto di già affermato permette di ottenere un’ulteriore chiave di lettura sulle nuove sfide che il Pakistan deve affrontare.

L’attuale scenario della politica estera pakistana ruota attorno a quattro punti chiave:
1) Le tensioni tra Stati Uniti e Cina
2) L’annosa questione del Kashmir e i rapporti con l’India
3) Il processo di pacificazione in Afghanistan
4) Il bilanciamento delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran per mantenere una equidistanza diplomatica.

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha un impatto diretto sul Pakistan, che risente di una vicinanza storica di natura politica, militare, economica e strategica con entrambi i Paesi. È perciò massima priorità evitare che il confronto tra queste due superpotenze costringa Islamabad a prendere posizione in favore di una compromettendo i rapporti con l’altra.  Il contrasto sino-americano mostra già segnali di tensione, e rischia di intensificarsi sempre di più nel corso del 2020, anno di elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Infatti, l’attuale presidente Trump ha reso quello della Cina uno dei punti nodali della sua campagna elettorale, facendo leva sul sentimento pubblico anti-cinese rafforzato dall’emergenza Covid-19 in corso.

Oltre a servire tali obiettivi di politica interna, la pandemia si è rivelata funzionale nell’ottica della riduzione statunitense dalla dipendenza economica dalla Cina attraverso la diversificazione delle sue catene di approvvigionamento globali, nonché nell’attuazione di una sempre maggiore politica di contenimento verso Pechino. Ciò è stato possibile grazie a un sistematico riassetto degli equilibri statunitensi in Asia durante la presidenza Trump. Ciò ha fatto emergere l’India, storico rivale del Pakistan e seconda industria manifatturiera dell’Asia dopo quella cinese, quale partner economico più forte di Washington nella regione. L’iniziativa statunitense potrebbe quindi far emergere l’India quale contrappeso strategico alla Cina. Il Primo Ministro indiano Narendra Modi sembra ben disposto a svolgere questo ruolo, come confermato dalla sua visita di stato negli Stati Uniti nel settembre 2019 e rimarcato da quella di Trump in India nel febbraio 2020.[1]

L’implicazione più evidente di questa intesa è stata rappresentata dal tacito assenso di Washington sulla politica di New Delhi riguardo il Kashmir. Questo territorio, oggetto di contesa tra India e Pakistan e da questi occupato sin dal 1947, ha goduto fino ad agosto 2019, nella parte indiana, di uno status particolare caratterizzato da ampia autonomia riconosciuta e garantita dalla stessa Costituzione. L’improvvisa abrogazione dello status quo, e cioè del riconoscimento dell’autonomia politica e identitaria kashmira, ha provocato un forte dissenso tra la popolazione al quale il governo centrale di New Delhi ha risposto con una decisa repressione, anche a scapito del rispetto dei diritti umani.
Oltre a ciò l’India, già quinto Paese al mondo per spese militari, è in continuo potenziamento della propria capacità bellica. Risulta perciò rimarcabile, ai fini di questa analisi, che durante la visita di Trump nel Paese a febbraio 2020, l’India abbia deciso di cancellare un ordine precedentemente in essere con la Russia per l’acquisto di un sistema antimissile S400 a favore della fornitura statunitense di THAAD e PAC-3.
È chiaro quindi che una maggiore vicinanza tra Stati Uniti e India significherà per il Pakistan un accresciuto squilibrio strategico nel quale operare.

 

Gli Stati Uniti sono ben consci della necessità di un contenimento cinese, soprattutto alla luce dei megaprogetti quali il Corridoio Economico Sino-Pakistano (China-Pakistan economic corridor – CPEC) e la nuova via della seta (One belt one road).
A maggio 2020, un rapporto del National Secutiry Council ha affermato che la nuova via della seta fornirà alla Cina una “indebita influenza politica e militare”.[2] Tuttavia, sebbene l’obiettivo di Islamabad includa l’evitare di lasciarsi coinvolgere nell’attrito tra USA e Cina, il CPEC è emblematico dell’obiettivo cinese di attrarre il Pakistan nella sua orbita. È perciò altamente probabile che il futuro strategico del Pakistan comporterà un maggior avvicinamento alla Cina.

Nonostante i legami con gli Stati Uniti siano recentemente migliorati, soprattutto dopo il gelo diplomatico del 2018 provocato dalle accuse di Trump verso un Pakistan reo di aver rappresentato, nonostante aiuti economici di circa 33 miliardi di dollari versati negli anni da Washington, una vera e propria “oasi per terroristi e gruppi jihadisti”, mancano però di contenuti sostanziali. Per ora, la principale comunanza tra i due Paesi è legata all’Afghanistan e al suo fragile processo di pace. Inoltre, la sempre più stretta relazione tra Islamabad e Pechino renderà le consultazioni con la Cina una tappa obbligata sulle principali questioni globali e regionali, inclusa quella afghana.

Il Pakistan ha modo di giocare un ruolo chiave sul tanto ritardato processo di pace in Afghanistan, sebbene si tratti di un percorso tortuoso e pieno di sfide. Piccoli barlumi di speranza sono emersi in occasione del recente cessate il fuoco tra talebani e le forze governative di Kabul durante la festa musulmana di fine Ramadan di Eid al-Fitr dal 24 al 26 maggio.
Ciò con cui l’establishment pakistano deve però fare i conti è la ferma intenzione del presidente Trump di procedere con il ritiro delle truppe statunitensi di stanza in Afghanistan indipendentemente dall’esito dei colloqui di pace. Inoltre, nonostante il risultato delle elezioni presidenziali di novembre, sarà alquanto improbabile che la posizione di Washington circa il disimpegno dall’Afghanistan cambi nel breve periodo. Sia Trump che Biden, il candidato democratico in lizza per la Casa Bianca, hanno opinioni simili circa il futuro del costoso coinvolgimento militare in Afghanistan. Per questo motivo, indipendentemente dalla strategia statunitense, il Pakistan avrà modo di influenzare il processo di pace in Afghanistan e il futuro politico del Paese. Resta da capire fino a che grado, considerando la presenza e l’interferenza di attori esterni in questo processo, in particolare Iran, India e Cina. Ognuna di esse interessata a influenzare e cadenzare i colloqui di pace nel Paese secondo i propri specifici obiettivi.
Islamabad deve quindi pensare a una strategia a lungo termine per l’Afghanistan preparandosi ai diversi scenari che potrebbero emergere.

La sfida più imponente del Pakistan nel breve e medio periodo rimarrà tuttavia la storica gestione delle relazioni con l’India, da sempre caratterizzata da fasi altalenanti di tensione e distensione. Nell’immediato le maggiori interferenze nel dialogo sono rappresentate dalla gestione indiana della questione kashmira caratterizzata da livelli di violenza e brutalità senza precedenti, e da una politica sempre più dichiaratamente antimusulmana da parte del BJP, partito della destra ultra indù del quale Modi è rappresentante. Ad alimentare la tensione si aggiungono episodi di schermaglie a cadenza quasi regolare tra gli eserciti indiano e pakistano in prossimità della Line of Control, il confine tra i due Paesi in territorio kashmiro.[3]

Per il Pakistan la questione kashmira è intrinsecamente legata alla sua stessa identità nazionale. Il Paese ha bisogno di un approccio strategico e di una sostenuta campagna diplomatica di più ampio respiro, che riesca a giungere a un accordo pacifico mediato da organismi internazionali. Riguardo invece alla posizione del Pakistan nei confronti della tensione nel Golfo tra Arabia Saudita e Iran, il Paese è alla ricerca di un sempre maggiore bilanciamento delle sue relazioni con entrambi.
A causa degli enormi interessi in essere, il Pakistan sta tentando di perseguire una linea politica che gli permetta di mantenere un’equidistanza diplomatica e rimanere fuori dalla loro rivalità.
A prescindere dalla presa storica esercitata sul Pakistan sotto forma dei vantaggi finanziari derivanti dalla vicinanza politica all’Arabia Saudita.

 

Fonti

[1] B. Dolven, B. Vaughn, “Indo-Pacific Strategies of U.S. Allies and Partners: Issues for Congress”, in Congressional Research Service, 30/01/2020

[2] National Security Council, “United States Strategic Approach to the People’s Republic of China, 26/05/2020

[3]La Line of Control (LoC) è un confine geografico tra le porzioni dell’antico Stato principesco del Kashmir attualmente sotto il controllo rispettivamente dell’India e del Pakistan. L’area sotto il controllo indiano, è conosciuta come lo Stato del Jammu & Kashmir, mentre la parte controllata dal Pakistan è divisa in Azad Jammu & Kashmir e Gilgit-Baltistan. Questa linea, altamente militarizzata, non è in realtà un confine internazionale ufficialmente riconosciuto. L’attuale denominazione fu il prodotto del cosiddetto “accordo di Simla (India)” firmato nel luglio 1972, quando questo confine, precedentemente conosciuto col nome di “Cease-fire Line” (Linea di cessate il fuoco) fu ufficialmente ribattezzato “Line of Control” (Linea di controllo).

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