Il commercio mondiale ai tempi del coronavirus subisce una battuta d’arresto, e con esso molte nazioni in via di sviluppo rischiano di essere estromesse dalla compravendita di beni e servizi. Ma in questo scenario di anti-globalizzazione un paese popoloso e importante come l’India intravede uno spiraglio luminoso, difficile da centrare e accompagnato anch’esso da pro e contro, ma pur sempre un’opportunità unica nel suo genere.

 

Per poter operare su suolo straniero, un’azienda ha bisogno di numerosi fattori concomitanti. Un sistema fiscale favorevole, costi del lavoro competitivi e sopratutto, accordi politici di sostegno agli investimenti. Poiché i buoni rapporti tra paesi risultano conditio sine qua non necessaria ad ottenere il permesso ad operare ed assumere personale in loco, risulta evidente l’importanza assunta dalle ambasciate di ogni paese che lavorino ad instaurare buoni rapporti con le autorità e negoziare accordi di mutuo beneficio. A sei anni dall’inizio del suo premierato, il Presidente del Consiglio dei Ministri Indiano, Narendra Modi, sembra essere riuscito a coniugare la necessaria apertura dell’India nei confronti del mondo ai sentimenti nazionalistici di un paese ancora flagellato da numerose condizioni di arretratezza e povertà, nonostante la crescita costante del PIL osservata dal 1995.

Nel 2014 Il Presidente Modi ha vinto le elezioni generale presentandosi come incarnazione anti-establishment, cavalcando la frustrazione del popolo indiano nei confronti dello storico partito di governo di centro-sinistra, l’Indian National Congress, e formandosi politicamente nel partito hinduista Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS). Dovendo poi tenere le redini di due vettori diversi, Modi ha dovuto far leva su due concetti cardine per accontentare sia base elettorale che rappresentanti dell’imprenditoria: crescita ad ogni costo del PIL e costante avanzata verso l’obbiettivo ultimo dell’induismo, l’egemonia religiosa e culturale.

Tra le misure del suo primo mandato, nel 2016, l’abolizione di banconote di taglio più basso è stata adottata senza la diffusione di strumenti di credito adatti, scatenando una importante crisi economica che a fatica il paese è riuscito a sanare anni dopo due anni dopo.

Promuovendo importanti politiche di austerity e spending review, Modi ha abbracciato assieme all’abolizione del contante l’ideologia neoliberista, volendo marcare la differenza tra il suo modo di intendere la società e l’ormai odiatissimo sistema a conduzione familiare dei Ghandi, fortemente dirigista e improntato all’assistenzialismo.

Obbiettivi primari di Modi: la riduzione della corruzione, il miglioramento del sistema burocratico e la formazione e regolamentazione in massa di lavoratori specializzati. La crescita del paese è quindi necessariamente legata agli investimenti esteri. In particolare, con saggezza, l’India ha scelto di puntare sul settore terziario al fine di evitare competizione con la Cina. Il settore terziario costituisce il maggiore traino per l’economia ed è l’outsourcing straniero a svolgere un ruolo di primo piano, poiché l’India controlla circa la metà del mercato mondiale grazie ai bassi costi di produzione.

Nella seconda fase del premierato, Modi ha avviato un ambizioso programma di detassazione alle imprese, portandola dal 30 al 22%, una politica simile a quella adottata dalla Cina negli anni 80, rendere appetibile il mercato del lavoro indiano per attirare imprese straniere e relativo know-how. Modi vorrebbe «imprimere una significativa accelerazione al business ed allo sviluppo economico-commerciale tra Italia e India», come si legge in una nota diffusa il 10 ottobre 2019 dall’Ambasciata indiana e dalla società Octagona, società di internazionalizzazione italiana promotrice, assieme al personale diplomatico italiano, del programma di joint venturing.

L’india vede dunque la crisi covid come un’occasione di rilancio, un’opportunità politica per superare le ultime resistenze del retaggio filo socialista ed entrare nell’era del business internazionale, ma questa decisione arriva in opera con un tempismo mal calcolato.
Il corona virus giustamente, come ogni crisi, porta in se un’epoca di sconvolgimenti, ma difficilmente torneremo all’impostazione sociale a cui abbiamo dovuto rinunciare, seppur temporaneamente, e la guerra commerciale USA-CINA non favorisce certo la ripresa del processo di globalizzazione.

Un altro settore dove l’India deteneva un primato di eccellenza è il campo della produzione di farmaci generici, un surrogato maggiormente settoriale di ciò che la Cina ha conquistato nell’industria pesante. A riguardo, uno dei farmaci che inizialmente pareva essere in procinto di veder impennare la propria domanda era l’idrossiclorochina, un farmaco anti malarico che pareva da alcuni test adatto a contrastare il virus pandemico. E’ di martedì 26 maggio 2020 la notizia che l’Agenzia Italiana per il Farmaco ha di fatto sospeso l’impiego del suddetto farmaco, previa raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e ovviamente ci si aspetta che molti altri stati seguiranno questa direttiva. L’esempio dell’idrossiclorochina, lungi dal dimostrare pro e contro della globalizzazione, dimostra quanto può essere pericoloso adottare determinate politiche volte a sovvenzionare alcuni settori chiave, in particolare in questo momento dove le società si stanno progressivamente rendendo conto di non poter dipendere da un commercio non diversificato.

Nonostante questi segnali di inversione di tendenza, il Presidente Modi intende scommettere sulla ripresa di una globalizzazione e su politiche di libero mercato, cercando inoltre di subentrare progressivamente alla Cina come terra di delocalizzazioni.

Accompagnata da problemi di politica interna, quali l’acuirsi di tensioni con la comunità musulmana ed il contenimento del corona virus, l’India si presenta come paese estremamente fragile ma anche ricco di opportunità. Il paese è pronto per avviare una serie di riforme audaci, ma il resto del mondo non sembra esserlo, il Presidente Modi rischia di essere affezionato ad un modello di sviluppo realmente superato ed il contraccolpo delle sue politiche si vedrà nel breve periodo in relazione alla riuscita del contenimento del corona virus.

Viste le già esigue spese per la sanità pubblica, ulteriori tagli potrebbero causare una recrudescenza dei decessi nelle zone rurali del paese, innescando una crisi umanitaria nella crisi pandemica, elementi che gli investitori non apprezzano e una fuga di capitali rimane un incubo per qualsiasi sistema economico, a prescindere dal suo grado di sviluppo.

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