La tensione nel Golfo Persico è in aumento e le recenti vicende con annessi sabotaggi, sequestri di imbarcazioni, schieramenti e manifestazioni di forza preludono a una possibile escalation frutto di possibili errori di calcolo in una partita combattuta in un contesto cronicamente instabile. L’amministrazione Trump, in primis il “cluster” neoconservatore facente capo al Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, sta manifestando una viscerale ostilità anti persiana, unica ratio in grado di rispondere alla passata (e incontrastata) assertività mediorientale portata avanti dagli ayatollah. Dallo stralcio dell’accordo sul nucleare negoziato dalla precedente amministrazione Obama, Trump sta perseguendo la strada dello strettissimo regime sanzionatorio, bloccando le possibilità di esportazioni di idrocarburi alla ricerca di un Iran maggiormente disposto a sedersi al tavolo delle trattative o forzare la caduta del regime teocratico.

Errori di calcolo, pressioni reciproche dallo stato profondo o precise strategie potrebbero portare Teheran e Washington a uno scontro diretto che, a scapito della manifesta superiorità americana sul campo, potrebbe trascinarsi nel tempo in quanto costringerebbe i differenti proxies, alleati ed attori locali a prendere parte a uno scontro distribuito lungo differenti teatri nazionali. La possibilità di un escalation preoccupa principalmente Arabia Saudita ed Israele, gli alleati storici di Washington nell’area, anche in vista delle recenti intenzioni iraniane di procedere nuovamente all’arricchimento dell’uranio oltre soglie consentite. Quali potrebbero essere le implicazioni per Israele di un ennesimo conflitto armato in Medio Oriente? A preoccupare la leadership ebraica non è certamente il potenziale bellico dell’Iran stessa in quanto, ad esclusione di diversi missili intercontinentali, la proiezione di forza diretta iraniana rimane limitata, ma la radicata presenza ai confini di entità allineate con Teheran in grado di sfidare l’egemonia israeliana nelle sue prossimità. L’esplodere delle ostilità fornirebbe a Hezbollah dal fronte nord libanese e Hamas dal sud gazawi, a sfidare nuovamente lo stato ebraico con la consueta pioggia di missili in grado di paralizzare il ristretto retroterra israeliano. Una duplice offensiva di terra su entrambi i fronti costringerebbe Israele a una sovraesposizione tattica e strategica complicata anche in vista delle recenti crisi con un Hamas imprevedibile e con un Hezbollah temprato dal vittorioso impegno siriano. Bombardamenti tattici, omicidi mirati, interventi terrestri chirurgici e un necessario sostegno internazionale per una guerra che si prevede molto piu dura dei precedenti impegni del 1982 e del 2006.

Oltre all’impegno bellico nella prossimità geografica, Israele dovrebbe coinvolgere il suo potenziale bellico nello sforzo teso a indebolire le linee di difesa iraniane e distruggere il residuo supporto che gli ayatollah possono contare in Iraq e Yemen. Un ulteriore contrapposizione in Medio Oriente rischia di trasformarsi in un conflitto mondiale in piccola scala in grado potenzialmente di sfuggire dai consueti schemi iniziali e di trasformarsi nell’ennesima sfida occidentale alla sovranità nazionale o persino all’Islam. Un conflitto con Hamas e il variegato fronte palestinese (Jihad Islamica, Brigate della resistenza nazionale, Tawhid al Jihad) metterebbe, inoltre, a dura prova l’innovativa convergenza strategica tra Gerusalemme e gli stati arabi costringendo quest’ultimi a schierarsi in una partita ideologica. Non è da sottovalutare la possibilità che l’Iran, Hezbollah e differenti proxies schierati con il regime teocratico si spingano a colpire obiettivi israeliani dall’Africa all’America Latina proprio nei giorni in cui ricade l’anniversario del disastroso attentato all’Associazione ebraica argentina a Buenos Aires il 18 luglio 1994 che ha ucciso 85 persone. Al fianco di un impegno militare, Israele dovrebbe impegnarsi in un poderoso sforzo diplomatico, d’intelligence e di sorveglianza internazionale titanico persino per il temprato Mossad e lo Shin Bet.

Coesione, resilienza, preparazione e prontezza all’azione contribuiranno alla deterrenza di possibili provocazioni. Allo stesso tempo, è sempre più importante per Israele dimostrare abbastanza chiaramente, sia agli amici che ai nemici, che Israele è pronto e in grado di agire contro l’Iran, se necessario, nonostante l’elevato prezzo che Hezbollah e l’Iran probabilmente esigeranno. Solo un messaggio così fermo può convincere sia gli Stati Uniti sia i pertinenti attori regionali che affrontano l’Iran che la crisi in evoluzione dovrebbe essere considerata un’opportunità e una prova di volontà in cui l’Iran dovrebbe essere costretto a ritirarsi.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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