Fin dalla sua annessione, Israele ha trattato Gerusalemme Est diversamente rispetto al resto dei territori palestinesi. L’obiettivo di Israele è stato quello di “ebraicizzare” Gerusalemme Est, attraverso un processo di annessione della terra più che degli abitanti: la terra prima delle persone, anzi, escludendo di fatto la popolazione palestinese. Se da una parte però questa strategia israeliana è stata efficace sul piano del risultato atteso, rendendo la vita insostenibile e difficile per gli abitanti di Gerusalemme Est, mettendoli in condizione di dover lasciare la città e le proprie case, in realtà, dall’altra parte, questo processo di esclusione ha rafforzato l’identità palestinese e le forme di organizzazione collettiva nella dimensione della resistenza e dell’appartenenza alla terra stessa. La minaccia di essere strappati via dalle loro case, per esempio attraverso la politica delle demolizioni, ha rafforzato l’attaccamento palestinese alla terra, di conseguenza il principio musulmano di tzumud, cioè l’obbligo di attaccarsi alla propria terra, è stato recentemente reintrodotto nel vocabolario giornaliero dei palestinesi di Gerusalemme Est.

Sumud: la resistenza passiva, resilienza

Per chi si trova a osservare oggi, o a ricercare le forme con cui nel tempo la popolazione ha provato a organizzarsi nelle diverse forme di opposizione all’occupazione, inevitabilmente rileverà la capacità trasformativa, l’attitudine, cioè, a dare risposte nuove a condizioni e restrizioni nuove. La repressione cambia come cambia la Resistenza. Se tradizionalmente indichiamo con il termine muqawama la cosiddetta resistenza storica della Palestina, quella fatta di sostanziale opposizione -fin con i propri corpi- alla costruzione degli insediamenti ebraici e alla espropriazione della terra, sembra che nel tempo le forme di denuncia e contrasto passino per una nuova consapevolezza, significa così realizzare la cronistoria del proprio popolo, narrare i fatti, dare dignità alle date perché possano fissare in modo inalterato nel tempo lo spirito combattivo di un popolo, la spinta alla reazione e il desiderio di libertà. Lottare per poter scrivere e il mezzo della scrittura stessa nel processo di demolizione identitario messo in atto dal governo britannico prima, dal movimento sionista e dall’occupazione israeliana sembra dare senso a quello che oggi Wasim Dahmash identifica con il termine sumud: quello che comunemente tradurremmo come “resilienza”, ma che più profondamente rappresenta al meglio quella forma di resistenza passiva, fatta di pazienza e consapevolezza della forza del diritto, costanza fiduciosa nel restare aggrappati alla propria terra a qualunque costo, facendosi portavoce di quegli anni di rovine e annichilimento generati dalla Nakba e spinti fino alla guerra del 1967, e che oggi è in grado di dar voce alle nuove forme culturali di resistenza nonviolenta che trovano spazio nell’arte, nel cinema, nella poesia.

La Resistenza culturale appare in questo ultimo ventennio come l’insieme delle pratiche culturali tese a combattere il potere dominante, spesso costruendo una visione diversa del mondo da quella ufficiale. La resistenza, in sé, indica qualsiasi atto di “opposizione”, in qualsiasi ambito, incluso naturalmente quello scientifico-fisico. Ciò che ci interessa è il rapporto tra “opposizione” e “cultura” e come quest’ultima viene usata nella pratica di opposizione. Risale a Edward Said la necessità di porre l’intellettuale come centro di elaborazione, di illuminazione e liberazione, individuando nella Resistenza due anime: da un lato, la resistenza come mezzo per recuperare la terra occupata, e dall’altro come resistenza “delle idee”, definibile come l’insistenza di cercare un metodo alternativo per vedere la storia umana che cancelli le barriere tra le culture, intendendo dire cioè che la Resistenza culturale non è solo un’auto-liberazione, ma anche la realizzazione della propria identità. Said credeva che la cultura fosse un mezzo per resistere ai tentativi di cancellazione e rimozione, una forma di memoria contro l’oblio.

Fin dai primi giorni dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza, la resistenza assume alcune delle modalità scaturite dall’esperienza della lotta di massa fra le due guerre mondiali, contro l’occupazione inglese e il progetto coloniale sionista. Ma nella coscienza politica palestinese vi è un dato nuovo emerso dopo la Nakba, ed è la consapevolezza della minaccia all’esistenza stessa della società e all’identità dei Territori Occupati. È soprattutto nel consolidarsi del sumud, divenuto con gli anni base di una nuova coscienza nazionale, nell’accumulo di esperienze nell’affrontare l’operato del sistema di occupazione tendente a espropriare i palestinesi del loro Paese e nell’intollerabilità delle condizioni di vita imposte che vanno individuati i motivi principali dell’esplodere dell’intifada. L’esperienza del sumud è ben diversa da quella della guerriglia che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso ha contraddistinto l’azione politica e militare dei palestinesi nella diaspora. Per fare qualche esempio, una famiglia a cui viene demolita la casa e che resta sulle macerie della propria abitazione demolita, sotto una tenda o sotto il cielo senza riparo, e si rifiuta di andarsene, compie un’azione di resistenza, di sumud appunto. Così pure le centinaia di migliaia di lavoratori e studenti che pazientemente aspettano per ore davanti ai posti di blocco per poter raggiungere i loro luoghi di lavoro o studio sono dei resistenti, compiono atti di sumud quotidiano. I contadini che vedono le loro coltivazioni distrutte con le ruspe dell’esercito d’occupazione e i loro alberi secolari sradicati e bruciati, ma che tornano a piantare e coltivare, sono dei resistenti.

Gli scioperi e le manifestazioni, le forme più palesi di resistenza popolare nonviolenta, hanno caratterizzato il corso dell’occupazione della Palestina fin dall’inizio, dal primo momento dell’occupazione britannica, avvertita dalla popolazione come minaccia concreta non solo alla vita nazionale e politica ma anche ai diritti civili e umani. L’intifada, intesa quale azione collettiva di intervento sociale, politico e in parte economico, innesca un processo di emancipazione politica e sociale e di rinnovamento culturale che risulta chiaro osservando le risposte della popolazione palestinese alla repressione del governo d’occupazione. Le uccisioni, il ferimento e la mutilazione di decine di migliaia di giovani e bambini, gli arresti in massa, le punizioni collettive, la demolizione delle abitazioni, il sequestro delle terre coltivate e delle fonti d’acqua, la distruzione dei raccolti, lo sradicamento di alberi e culture, i continui coprifuoco che colpiscono l’attività produttiva, l’espulsione dal territorio, la chiusura di scuole e università, le irruzioni negli ospedali, la negazione delle cure a feriti e malati, gli impedimenti al lavoro, pur sottopagato, senza nessuna sicurezza sociale o difesa sindacale, la negazione di ogni libertà di stampa, di associazione, di movimento, l’infinito elenco di proibizioni, divieti e malversazioni, costituiscono la vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione. Pur fra difficoltà, dubbi e contraddizioni, l’intifada è riuscita a riproporre il popolo palestinese quale soggetto politico di diritto.

Le nuove forme di Resistenza

Appare importante chiedersi quale siano le nuove forme di resistenza, con quale livello di creatività prescindono dalle esperienze del passato di contrasto all’occupazione, e quanto acquisiscano più o meno consapevolmente i caratteri della “guerriglia intellettuale” e dell’azione nonviolenta, siano esse spontanee od organizzate, private o in “rete”.

La Jordan Valley Solidarity (JVS) ad esempio, vuole affermare il diritto inviolabile dei Palestinesi a vivere nella propria terra e goderne i frutti mentre Israele vuole annettersi il territorio. Dal 2003 JVS è una rete di comunità locali che tutela e sostiene i palestinesi residenti nella valle del Giordano. A causa delle numerose e ripetute demolizioni di abitazioni e infrastrutture perpetrate dall’esercito israeliano, JVS ricostruisce abitazioni e infrastrutture con mattoni di fango, economici e facilmente riciclabili e si occupa anche di redigere report sulle demolizioni e sulle altre violazioni dei diritti umani.

I membri del Bil’in Popular Committee e il gruppo Stop the Wall Coalition si incontrano con cadenza settimanale per discutere e analizzare le ultime notizie, i temi chiave del momento e la situazione politica interna ed esterna, e propongono nuove idee e azioni mirate a conseguire obiettivi a breve termine e realizzabili, in linea con strategie di più ampio respiro. Questo processo è molto simile a quello attuato dai palestinesi di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della striscia di Gaza durante la Prima Intifada (1987-93), che fu caratterizzata da un grande uso di azioni nonviolente, supportate da comitati locali di tutta la Palestina. Bil’in si è fatta conoscere per le sue marce settimanali e per la creatività delle idee e la varietà delle tattiche nella resistenza nonviolenta. Ricordiamo gli attivisti che si sono legati agli ulivi che dovevano essere sradicati dalle ruspe per spianare il tracciato del muro; quelli che si sono chiusi in gabbie che necessitavano di una gru per essere rimosse; o quelli che si sono incatenati a pilastri d’acciaio piantati a terra. Gli agricoltori di Bil’in cercano anche di conquistare i soldati, offrendo loro dei fiori e scherzando con loro nel tentativo di stabilire una connessione umana, nonostante i soldati continuino ad arrestare, picchiare e a volte uccidere molti dei loro compagni.

Israele ha sempre trattato Gerusalemme Est in modo differente rispetto alle altre città palestinesi. Da un lato, ha cercato di controllare la vita dei suoi abitanti e, dall’altro lato, li ha esclusi favorendo lo sviluppo di una propria economia. Il paradosso della politica di esclusione israeliana è che questa ha portato ad una situazione in cui i palestinesi si sono sentiti marginalizzati dalla società e hanno cercato altre fonti per la costruzione della loro identità. A Gerusalemme Est le forme di resistenza possono essere ricondotte a quelle che Braverman definisce come “tattiche di resistenza quotidiane”, everyday tactics of resistance, sono gesti di vita quotidiana che rimandano ad una forma di resistenza, che si distinguono dal resto dei movimenti di resistenza attiva. Scegliere di continuare a vivere nelle proprie case, nonostante il rischio che vengano demolite, procurarsi accesso ai servizi da soli quando questi non vengono forniti direttamente dalla Municipalità (seppur pagati), raccontare la propria storia a persone non del posto, confrontarsi ogni giorno con lunghe file al checkpoint, andare a lavoro in ambienti israeliani pur conservando la propria identità, avere riserve di acqua in taniche nere sopra le proprie case, perché non si sa mai quando questa possa mancare, ironizzare sul fatto che ogni giorno, per un paio d’ore, la corrente elettrica è staccata e utilizzare le candele per fare luce, tutte queste rappresentano piccole forme di resistenza quotidiana che, unite, possono costituire un grande atto per opporsi al potere dominante.

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