Nel mentre in cui il mondo è giustamente focalizzato sulle notizie concernenti il corona virus, una vecchia star dei media torna a farsi sentire per le proprie quotidiane vessazioni: I Rohingya.

Questo gruppo etnico di religione musulmana, compreso secondo diversi censimenti tra i 1.400.000 e i 2.000.000 di individui e disperso su 12 stati asiatici, è stato a partire dal 2016 vittima di una persecuzione violenta e costante da parte del governo di Myanmar con operazioni di vera e propria pulizia etnica.Coordinate dai vertici delle forze armate birmane, le persecuzioni, eppur in effetti con intensità minore, hanno inizio dal lontano 1978 e in particolare dal 1982 anno in cui una legge nazionale ha impedito formalmente a questa popolazione di prendere cittadinanza in Birmania, ostacolandone l’integrazione e la regolarizzazione.

Oltre alla giusta indignazione per le violenze e le riallocazioni forzate, la vicenda ha mostrato l’effettiva impotenza del Presidente premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, segno della debolezze congenite delle istituzioni birmane e dell’affannato percorso del paese verso la democrazia. Inizialmente, e ancora non del tutto erroneamente, molti osservatori hanno indicato come catalizzatore dello scontro etnico la differente religione dei Rohingya rispetto al paese a maggioranza buddista. In effetti questa peculiarità rappresenta un grande ostacolo alla convivenza con il resto della popolazione Birmana, eppure tuttavia i recenti eventi di cronaca in Bangladesh, paese rifugio per i Rohingya, mettono in luce un ulteriore importante aspetto della vicenda.

Il governo del Bangladesh ha deciso infatti di spostare i campi profughi Rohingya nell’isola di Bashan Char, utilizzando il pretesto di preservare le condizioni igieniche del paese in tempi di epidemia di corona virus.Il Bangladesh, dall’inizio della crisi, ha già accolto quasi un milione di profughi, anche in virtù stavolta della comune appartenenza alla Umma Islamica, ma la creazione dell’isola di detenzione ha assunto connotati più inerenti alle questioni di nazionalità. I Rohingya, sebbene musulmani, rappresentano un gruppo etnico differente e quindi un elemento di disturbo che potrebbe acuire le tensioni con la popolazione bengalese. Nella più funesta delle ipotesi, il terribile precedente del settembre nero palestinese, in Giordania, rimane da monito per chi sottovaluti le tensione derivanti dai fenomeni di migrazione e su chi ancora, in buona fede, dimentica che il mondo ancora è diviso in stati nazionali.

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