Il 31 marzo scorso i cittadini ucraini sono andati alle urne per eleggere il loro nuovo presidente. Poroshenko, l’uscente, ha sfidato ben 38 pretendenti e per poco non ha rischiato di restare fuori dai ballottaggi (che si terranno il prossimo 21 aprile). Ad affrontarlo ci sarà Zelen’skyj: un giovane comico che, pur estraneo al mondo della politica, col 30% ottenuto domenica scorsa ha dimostrato di avere ottime carte per la vittoria finale. Economia, corruzione, identità nazionale e guerra civile sono stati e saranno i temi dominanti la campagna, ma in misura molto diversa tra loro.

I pronostici, alla fine, sono stati rispettati. A vincere il primo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina è stato Zelen’skyj, chiamato da alcuni il “Grillo ucraino” per la sua attività di comico e attore portata avanti prima del suo ingresso in politica. Al secondo posto, per pochi punti percentuali, il presidente uscente Poroshenko l’ha spuntata sulla Tymoshenko. Quest’ultima all’ennesimo (ormai l’ultimo?) tentativo di raggiungere la poltrona più ambita.

Il Paese che è andato al voto domenica scorsa è profondamente diverso da quello diventato indipendente quasi trent’anni fa, nel 1991. Innanzitutto, è un Paese privato della sua regione strategicamente più importante, la Crimea, annessa dalla Russia nel 2014. Nello stesso anno, com’è noto, nella regione orientale del Donbass è partita una ribellione contro il governo centrale che di fatto ha reso autonome le due repubbliche protagoniste dell’eversione, Doneck e Lugansk. Lo scontro è ben presto degenerato in una vera e propria guerra civile, artefice di un numero di vittime (oltre 10.000) senza eguali nella storia recente d’Europa, se si escludono le guerre successive all’implosione dell’ex Jugoslavia.

Tali fattori, com’è naturale, hanno inciso profondamente nel voto del 31 marzo, e in almeno due modi. Nel senso più diretto e immediato, la secessione del Donbass e l’annessione russa della Crimea hanno privato l’Ucraina del 12% dei suoi elettori originari, una distorsione che si è resa evidente anche nei risultati finali (come vedremo più avanti). In senso più indiretto, la guerra civile ha inciso sulla campagna elettorale non tanto nei suoi temi (sorprendentemente non in primissima linea) bensì nell’atmosfera generale di stanchezza e di rabbia verso i poteri costituiti, generalmente accusati di incapacità nella soluzione della crisi e di scarso ascolto verso i bisogni popolari.

L’affermazione di Zelen’skyj, dunque, deve essere letta innanzitutto attraverso questi parametri. Il giovane comico (solo 41 anni), fino a poco tempo fa assolutamente digiuno di politica al di fuori dei propri show (in uno dei quali, curiosamente, interpretava proprio il presidente ucraino), è stato evidentemente riconosciuto da una consistente percentuale di elettori come la risposta più drastica al malgoverno percepito. Se infatti un terzo dei votanti ucraini (esattamente il 30,3%) ha optato per un personaggio del genere, pur in presenza ai margini del Paese di una guerra civile ancora irrisolta, c’è qualcosa che deve essere letto al di fuori dei tradizionali schemi della politica. Schemi che solitamente prevedono, nei casi di maggiore instabilità, una richiesta aggiuntiva di sicurezza alle autorità correnti (o ai candidati che si mostrano più capaci di garantirla).

Evidentemente l’Ucraina nel 2019 sembra aver bisogno di altro. O almeno questo dicono i risultati di domenica, che – è sempre opportuno ricordare – non sono definitivi e possono essere ribaltati al secondo turno, che si terrà il prossimo 21 aprile. Innegabile però il tonfo di Poroshenko, che sebbene abbia raggiunto l’obiettivo (minimo) dei ballottaggi, non può certo dirsi soddisfatto di una parabola politica che l’ha visto crollare dal 54% del 2014 allo stentato 16% di domenica scorsa. La guerra, da sola, non può spiegare un trend del genere. Soprattutto perché, al di là del costoso tributo di sangue, i risultati militari dopo cinque anni di conflitto non sono stati così disastrosi, in fondo. E a livello civile, anzi, si è vista una rinascita dell’identità ucraina (a scapito naturalmente delle altre, russa e ungherese in primis) e una compattazione dello spirito nazionale di fronte all’immensa sfida della sopravvivenza dello Stato stesso.

A battere Poroshenko in questo primo turno elettorale non sono state le repubbliche separatiste né tantomeno le ingerenze di Putin, bensì i deficit del suo stesso governo. Deficit di crescita, dato che il PIL pro capite ucraino resta il secondo più basso in Europa e le finanze statali rischiano ancora la bancarotta, ma deficit soprattutto di trasparenza, per via di una corruzione dilagante che oltre all’economia soffoca qualsiasi speranza di riscatto.

In foto Yulia Tymoshenko

In una situazione complessiva così grave, non è tutto (de)merito di Poroshenko se a Kiev non si è ancora vista la svolta. Eppure, a fronte di un altissimo numero di candidati (39 quelli presenti sulle schede elettorali), nessun altro al di là del presidente uscente e di Zelen’skyj ha riscosso una fiducia tale da essere menzionata. Non Yulia Tymoskenko (13,4%), sebbene fosse probabilmente il volto più noto della politica ucraina, sia in patria che all’estero: un astro calante che non ha saputo interpretare in modo convincente né la responsabilità e l’esperienza del potere (la pasionaria è stata già premier nel decennio scorso), né le istanze anti-sistema confluite in massa su Zelen’skyj. Non Yuriy Boyko (11,5%), l’unico candidato palesemente filorusso tra quelli usciti dalle urne con la doppia cifra: l’esclusione dalla competizione elettorale delle regioni maggiormente russofone (Crimea e Donbass), come anticipato sopra, avrà certamente influito nella marginalizzazione di quel settore politico che vede nel dialogo con la Russia una prospettiva ammissibile per il futuro di Kiev.

Ciò tuttavia non esclude che si torni a una contrapposizione tra russofoni e ucrainofoni in vista del ballottaggio. Ma si tratterà, con ogni probabilità, di un confronto strumentale, portato avanti dal solo Poroshenko. Il quale, per recuperare consensi, ha già iniziato a puntare sulla retorica della difesa dell’identità ucraina, un tema in cui è sicuramente più forte del suo giovane sfidante. Non è affatto detto, tuttavia, che gli elettori gli prestino ascolto. Al di là delle popolari posizioni anti-sistema di Zelen’skyj, infatti, i voti ottenuti da quest’ultimo sembrerebbero dimostrare una certa stanchezza verso le divisioni identitarie, percepite probabilmente come una fonte inesauribile di conflitti. In una nazione, quella ucraina, in cui la purezza etnica e linguistica non è mai esistita, né potrà esistere mai.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: