Dopo la sconfitta dell’Isis a Baghuz il 23 marzo le Forze Democratiche Siriane devono far fronte alla convivenza con la popolazione araba, trattare con Assad, difendersi dalla Turchia e occuparsi degli ex miliziani di Daesh

Il governatorato di Deir Ezzor, il più ampio della Siria orientale, situato al confine tra Siria e Iraq, è popolato da circa 1,6 milioni di abitanti e si estende per 33.000 km²[1]. Si caratterizza per essere ricco di risorse petrolifere, gasifere e agricole, mal gestite dal regime siriano sin dal colpo di stato del 1970 che portò al potere il papà di Assad. Negli anni successivi, a partire dal 2000, Assad junior si è mostrato poco attento alla valenza di quest’area che è diventata preda della disoccupazione, del sottosviluppo, della corruzione, del disinteresse politico e sede dal 2011 di vari gruppi dell’opposizione siriana, tra cui l’Esercito Siriano Libero (FSA) e dei combattenti dello Stato Islamico.

Deir Ezzor, un complesso e strategico governatorato

Dal 2011 ad oggi la popolazione, per il 90% araba e sunnita, affiancata da una minoranza di religione sciita, ha chiesto al regime riforme che potessero migliorare le condizioni economiche e sociali della provincia ma queste non sono mai arrivate. Il malcontento, l’insofferenza nei confronti di un potere settario, profondamente radicato e, abituato ad agire con misure repressive, ha condotto ampie fasce della popolazione a supportare la causa dei ribelli per rovesciare il regime e unirsi all’Is. In realtà, già dopo l’intervento militare statunitense contro Saddam Hussein nel 2003, Deir Ezzor si era trasformata in crocevia per il passaggio di elementi salafiti che nel 2011 hanno dato vita all’organizzazione terroristica di Jabhat al-Nusra, entrata successivamente in combutta con l’Isis e passata ad assumere il nome di Haya’t Tahrir al-Sham. Tra il 2012 e il 2017 numerosi cittadini locali sono fuggiti verso altre aree della Siria o sono stati portati in Turchia per la presenza dell’Isis, ma il governatorato ha dovuto affrontare la divisione e la disintegrazione sociale dovute alla lotta contro il regime, all’esistenza di sunniti radicali e al consolidamento dell’autoamministrazione curda. A ciò si è aggiunta la competizione locale tra le tribù per il controllo del potere e delle infrastrutture ormai indebolite dal conflitto civile. I vari gruppi tribali si concentrano per la maggior parte nelle aree rurali tra la città di Deir Ezzor, al-Mayaadeen e Abu Kamal e negli anni hanno gradualmente ceduto il proprio potere politico ed economico al regime siriano, mostrando incapacità nella costituzione di una comunità unita.

Attualmente la parte occidentale del governatorato di Deir Ezzor, quella a ovest del fiume Eufrate, è sotto il controllo dei lealisti, della polizia militare russa e delle milizie filo-iraniane che hanno debellato i terroristi. A est del corso d’acqua sono presenti i Curdi, in particolar modo le Forze Democratiche Siriane, composte dal Partito dell’Unione Democratica (PYD) e dall’Unità di Protezione delle donne (YPJ) che da prima del 2017, hanno iniziato la loro campagna militare contro l’Isis con il supporto della coalizione internazionale a guida statunitense. Queste si sono collocate nelle aree settentrionali e orientali del governatorato, riuscendo a strappare ai terroristi giacimenti di petrolio.

Fonte: Limes

…Le difficoltà dell’autoamministrazione curda

Sconfiggendo l’Isis, negli ultimi anni i Curdi dell’YPG e delle FDS hanno occupato il nord e l’est della Siria, tra cui una parte della provincia di Deir Ezzor, inaugurando una propria forma di amministrazione che si concretizza in un modello di governo decentralizzato che fa capo al PYD, istituito nel dicembre 2013 con lo scopo di dar vita alla regione autonoma della Federazione Democratica del nord siriano. L’area di riferimento doveva essere quella del governatorato di Hasaka che avrebbe seguito la gestione di Kobane, Ayn al-Arab e Afrin, conquistata militarmente dalla Turchia nel gennaio 2018 con l’operazione “Ramoscello d’ulivo”. L’idea dei territori autonomi è stata poi applicata e allargata alla città di Manbij, oggetto di tensioni tra Turchia e Stati Uniti, e a Raqqa e Deir Ezzor. Con un mandato esclusivo degli USA, le FDS hanno rafforzato la loro compagine militare in parte della provincia di Deir Ezzor, istituendo il Consiglio Militare[2] che si è rivelato determinante nell’offensiva contro i foreign fighters.

Tuttavia, la nascita di questo apparato di coordinamento militare, così come la scelta dei suoi membri, si è rivelata controversa. Alcuni attori, tra cui Ankara, lo considerano come un mezzo di copertura del PYD, visto a sua volta come estensione del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e delle sue ambizioni politiche. Inoltre, il consolidamento dei Curdi a Deir Ezzor ha fatto emergere tensioni con la popolazione araba locale, singolare per la sua identità conservatrice che non accetta il progetto federalista curdo. Da quando i Curdi si sono sostituiti all’Isis sono aumentati gli scontri tra le due parti. Le divisioni culturali, settarie giocano un ruolo importante e costituiscono un ostacolo anche per il rafforzamento del Consiglio Civile[3] curdo il cui scopo è sostituirsi, nel nord e nell’est della Siria, al potere di Damasco.

Le tribù arabo-sunnite non vedono di buon occhio il meccanismo di funzionamento che viene giudicato come espediente per ridurre il loro controllo e potere sull’area a vantaggio dei Curdi, specialmente nei servizi pubblici e nell’economia. La popolazione di Deir Ezzor teme il carattere totalitario dell’YPD e il suo metodo di prendere le decisioni nei settori strategici dell’area; di fatto non legittima la natura stessa del Consiglio Civile. E ancora, le tribù arabo-sunnite hanno più volte criticato il modus operandi del Consiglio Militare, descritto come forma di interferenza negli affari interni del governatorato. A lenire le tensioni tra Curdi e arabi ci hanno pensato le monarchie del Golfo, tra cui Arabia Saudita e Emirati Arabi, assieme agli Stati Uniti. I tre attori sono fortemente interessati alla stabilità, alla sicurezza del territorio in questione e alla gestione delle risorse. Difficile prevedere se le tribù arabe potranno esercitare un ruolo determinante affianco ai Curdi nell’area di Deir Ezzor nel futuro post-conflitto. Di certo esse resisteranno a lungo per non cedere quel poco di potere di cui dispongono. Ci dovranno pensare gli Stati Uniti che hanno supportato, tra l’altro, l’idea della possibile implementazione dell’Esercito del Nord della Siria che possa ricomprendere anche la popolazione araba locale. Ultimamente il clima resta teso: infatti, sui muri della città araba del governatorato, Shuhail, sono comparse delle scritte contro le FDS, accusate di essere responsabili dell’aumento del prezzo del petrolio. Le milizie curde sono state anche accusate di aver arrestato arbitrariamente alcuni cittadini e di aver confiscato loro auto, abusando del loro potere.

Assad mira a riprendersi il petrolio di Deir Ezzor

Il regime siriano sta cercando di reagire alle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea che hanno portato al crollo della produzione di greggio a partire dallo scoppio del conflitto civile. In vista dell’inverno vuole assicurarsi il controllo degli idrocarburi, soprattutto quelli che non sono ancora nelle proprie mani. Gas e petrolio sono necessari per la sopravvivenza di Assad e del suo entourage e per la popolazione siriana. Alcune stime precisano che le riserve di greggio siriano si aggirano intorno ai 2,5 bilioni di barili al giorno e si collocano specialmente nel nord-est del Paese, quindi nel governatorato di Hasaka che è attualmente controllato dai Curdi che sono riusciti a strapparlo all’Isis che, a sua volta, lo aveva sottratto alla Syrian Petroleum Company[4].

Damasco ha come obiettivo riprendersi la parte est di Deir Ezzor che produce circa un terzo di tutto il greggio siriano e che ospita, nella parte meridionale, quasi dodici giacimenti. Per far fronte alla necessità di idrocarburi, fondamentali per il consumo interno e per le infrastrutture, in questi anni la Siria ha importato anche illegalmente almeno 400000 barili di greggio da Iran, Russia e Ucraina. In un futuro non molto lontano il dittatore siriano dovrà trattare necessariamente con i Curdi a est dell’Eufrate per riprendersi i giacimenti di petrolio più importanti per l’economia del Paese, quello di Tabiyeh e al-Omar. Egli spera nel ritiro degli USA dal suo Paese per tentare di facilitare i negoziati con le FDS ma queste, in cambio, chiederanno certamente maggiore autonomia nel nord e nell’est, nell’area del Rojava che comprende Raqqa, Hasaka e Deir Ezzor, condivisione delle risorse, tra cui petrolio, acqua e grano e, possibilmente, delle garanzie di protezione contro Erdogan. In questo sarà determinante il ruolo degli Stati Uniti che, senza dubbio, non abbandoneranno il loro appoggio ai Curdi nell’est siriano[5].

Le FDS e il nemico Erdogan

Le Forze Democratiche Siriane devono difendersi da Erdogan che, recentemente, tramite il Ministro degli Esteri Çavuşoğlu, ha comunicato di voler optare per una safe zone tra il confine turco e le aree a nord della Siria sotto il controllo delle YPG. In questa maniera Ankarasarebbe al riparo da potenziali attacchi rivali, e per l’area settentrionale ha suggerito la sostituzione delle milizie curde con militari turchi e/o dell’Esercito Siriano Libero che è stato protagonista della conquista di Afrin. Inoltre, agli Stati Uniti ha fatto intendere che che se non verrà implementata tale safe zone, ci sarebbero tutti i presupposti per compiere una manovra militare contro le FDS a est dell’Eufrate. A conferma di questo scenario dall’alto potenziale, la Turchia sta ammassando carri armati al confine con la Siria, facendo, di fatto, pressione sugli Stati Uniti per la costituzione della buffer zone.

Una guerra a est dell’Eufrate coinvolgerebbe il nord siriano, precisamente Derik e Manbij, che la Turchia vuole controllare per smantellare l’enclave curda nella regione. Çavuşoğlu, durante l’incontro con Jeffrey, inviato speciale statunitense per la Siria, ha rimarcato la necessità impellente della creazione di una safe zone che comprenda il triangolo Kobane-Tell Abyad-Ain Issa, aree a maggioranza curda, per contenere possibili attacchi rivali. Più precisamente, la zona cuscinetto partirebbe da Jarablus, già sotto il controllo turco, per arrivare ad Akcakale, con un’estensione di quasi 40 km. Chiaramente le FDS hanno espresso la loro contrarietà, comunicando di essere d’accordo per la riproposizione della soluzione adottata per Manbij: il nord sotto il controllo dei militari turchi, il sud nelle mani delle YPG affiancate dalle forze speciali USA. I Curdi devono rispondere alle esigenze del loro nemico che ha chiesto a Washington che tutte le armi pesanti possedute dalle YPG vengano tenute ad almeno una distanza di 20 km dalla ipotetica buffer zone. Ankara preme per avere il controllo dello spazio aereo di tale area.

È difficile prevedere come si evolverà la questione della safe zone. Un’eventuale operazione militare turca al di là dell’Eufrate contro le FDS dovrebbe avere necessariamente l’avvallo statunitense, molto improbabile. Erdogan cerca di ammortizzare, così, i colpi subiti dopo la recente sconfitta alle elezioni municipali, mentre le milizie curde cercano di proporre soluzioni alla Turchia per evitare qualsiasi scontro armato diretto. La prima soluzione consiste nella creazione di una zona cuscinetto di 5 km nel nord-est della Siria, chiedendo alla controparte garanzie sulla non aggressione, l’istituzione di una forza di monitoraggio neutrale, nonché una specie di forza internazionale che escluda militari turchi o i ribelli dell’ESL cooptati dalla Turchia.

Come gestire gli ex militanti dell’Isis? Dopo la vittoria su Raqqa dello scorso anno che è equivalsa all’espulsione quasi totale del Califfato nero dall’est siriano, i Curdi delle FDS hanno dovuto affrontare il problema relativo alla detenzione in alcune prigioni degli ex miliziani dell’organizzazione terroristica e delle loro famiglie[6]. È una soluzione temporanea, non a lungo termine, che si scontra con il rischio di evasione, di nuove forme di radicalizzazione nel Siraq. Mancano le risorse primarie per controllare la loro presenza nelle carceri, tecnologie che possano tenerli costantemente sotto controllo. La soluzione sarebbe quella di rimpatriarli nei loro rispettivi Paesi d’origine ma pesa il rifiuto di giudicarli da parte di Paesi come Francia, Belgio, Australia e Regno Unito.

L’amministrazione statunitense ha pensato a due alternative: incrementare i fondi per le prigioni delle Forze Democratiche Siriane o ripiegare su Guantanamo. Queste due ipotesi vanno a sommarsi a chi, nell’ambiente della superpotenza, ha tentato di pensare ad Assad per risolvere il rebus. Tuttavia, molti politici americani la escludono perché considerano il dittatore siriano un criminale che non farebbe altro che alimentare quel clima di torture e punizioni che vige nelle carceri del suo Paese. In questi mesi ci ha pensato l’Iraq con il Primo Ministro Abdul-Mahdi che ha proposto di giudicare 13 foreign fighters d’origine francese di cui Parigi non voleva proprio sapere. Ci si potrebbe affidare interamente a Baghdad? Le carceri della capitale sono già colme di miliziani dell’Isis e di ex militanti di al-Qaeda.

L’ultima soluzione su cui si è dibattuto tra i Curdi di Siria durante il recente vertice internazionale di Hasaka è stata quella di chiedere alle Nazioni Unite la creazione di un Tribunale internazionale che giudichi i combattenti di Daesh, considerandoli criminali di guerra. Insomma, i Curdo-siriani sono chiamati a confrontarsi con diverse sfide a medio e a lungo termine che non potranno essere affrontate senza il supporto degli Stati Uniti e una strategia efficace della comunità internazionale.

[1] https://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/52824/RPR_2018_02_Eng.pdf?sequence=4&isAllowed=y

[2] Composto da Curdi e parte della popolazione arabo-sunnita della zona

[3] La sua struttura prevede 2 co-presidenti, 5 vicepresidenti e 15 comitati specializzati

[4] https://www.petroleum-economist.com/articles/politics-economics/middle-east/2019/syria-desperately-seeks-fuel

[5] Cfr. https://www.kurdistan24.net/en/news/9165d97f-2c36-4098-8676-91a065245c5c

[6] Sono circa 800 i foreign fighters catturati dai Curdi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: