Il nuovo presidente dell’Ucraina Zelenskij ha sciolto il parlamento subito dopo il suo insediamento, provando a sfruttare l’onda di popolarità in proprio favore. Una mossa che però nasconde alcune insidie. Il confronto con il caso di Macron.

Non ha aspettato neanche un giorno. Volodymyr Zelenskij, il nuovo presidente dell’Ucraina, ha mostrato subito un piglio decisionista assumendosi la responsabilità di far sciogliere la Rada (il parlamento di Kiev) lo stesso giorno del suo insediamento ufficiale alla carica più alta del Paese.

Dietro una mossa apparentemente così azzardata, ci sono tuttavia delle ragioni ponderate.

Innanzitutto, partiamo dai fondamentali: Zelenskij, attore comico e personaggio fino a pochi mesi fa del tutto estraneo al mondo della politica, è diventato presidente dell’Ucraina con una campagna basata quasi esclusivamente sulla lotta alla corruzione e alla vecchia politica, e senza un vero partito alle spalle. Due presupposti che richiedono, al giovane presidente, un particolare sforzo per restare in sella senza tradire le attese. Le ambiziose promesse elettorali non saranno infatti facili da esaudire con un parlamento in buona parte ostile nei suoi confronti, e senza un partito strutturato (o comunque una squadra di uomini fedeli) che le appoggino.

Da qui l’idea di sciogliere la Rada, sfruttando anche l’enorme popolarità del momento al fine di raccogliere quanti più deputati possibile.

Una mossa che, a pensarci bene, ricorda qualcuno di molto più vicino a noi. Esattamente due anni fa, tra maggio e giugno 2017, in Francia Macron viveva un momento politicamente simile. Appena eletto presidente, Macron si trovava alla testa di un movimento (En Marche) privo di un reale radicamento, ma era anche in ascesa in tutti i sondaggi dopo aver battuto al ballottaggio la sua sfidante Le Men. In quel caso, il presidente francese non ebbe nulla da dover scegliere, ma fu anzi fortunato: il caso volle che esattamente un mese dopo il trionfo elettorale si votasse per le amministrative, e in tale occasione riuscì a capitalizzare molto più dei suoi consensi originari.

Con le dovute differenze, sembrerebbe che Zelenskij voglia provare un azzardo simile. Conscio o meno dell’esperienza francese, il neopresidente ha tutte le ragioni per accelerare i tempi istituzionali, e anticipare così un voto che altrimenti sarebbe stato organizzato per il prossimo autunno. Con il rischio di disperdere il consenso acquisito in uno stallo parlamentare poco consono alle promesse elettorali.

Dietro un’azione così lineare, tuttavia, si celano molte insidie. Come Macron, Zelenskij rischia di portare in parlamento molta gente inesperta, salita sul carro del vincitore all’ultimo momento e pronta a scendere, in caso le cose dovessero andare male. Con l’aggravante, tutta ucraina, di un sistema frequentemente corrotto e quindi con maggiori incentivi per i cambi di casacca. Più in generale, Zelenskij dovrà stare attento al fenomeno della volatilità elettorale, in evidente crescita in Europa ma del tutto peculiare a Kiev: nessun presidente ucraino, dall’inizio degli anni Duemila in poi, è riuscito a farsi rieleggere. Anzi, rivedendo qualche caso (leggi Janukovyč), c’è il rischio di non arrivarci nemmeno, alle elezioni.

In ogni caso, per le prossime elezioni parlamentari (programmate adesso per il 21 luglio) Zelenskij dovrà stare attento. Non verrà certo replicato il 73% dei consensi personali ottenuti al ballottaggio, più probabile che il risultato si avvicini al 30% raggiunto al primo turno. Sulla strada dell’ex comico, tuttavia, si pongono due ostacoli. Il primo, legato ai suoi oppositori: i partiti sconfitti non sono certo morti, e anzi daranno battaglia in virtù della loro maggiore strutturazione sui territori. Il secondo ostacolo è costituito dal presidente stesso, o meglio dalle sue prime scelte politiche. In questi giorni, in Ucraina, sta infatti già infuriando la polemica sulle nomine ai vertici dell’amministrazione effettuate da Zelenskij, che sembrerebbero ricalcare il modus operandi dei suoi predecessori: amici e collaboratori stretti selezionati in una sorta di spoil system di cui gli elettori non sentivano la mancanza. Tanto più grave dopo una campagna elettorale basata sulla lotta alla corruzione e ai nepotismi.

Tuttavia, per certi versi, una deriva del genere appare inevitabile. Zelenskij non è – e non sarà – del tutto indipendente nelle sue scelte. Al di là dell’innegabile successo mediatico della sua candidatura, ad averlo portato a risultati così alti è stato anche qualche specifico appoggio esterno, come quello dell’oligarca Kolomoisky – uno degli uomini più ricchi d’Ucraina – tornato nel Paese (e tornato a contare) dopo qualche anno di esilio. Appoggi per i quali sarebbe ingenuo credere che il neopresidente non debba pagare dazio.

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