US Census Bureau, 2013 – 2017 American Community Survey. Business Insider

Gli immigrati non sono mai stati tanti quanti oggi negli Stati Uniti d’America. Attualmente sono circa il 13% della popolazione che vive nel paese. Da dove provengono tuttavia queste persone? Quale impatto avranno sulla politica (anche estera) e la demografia degli States? Tanto per cominciare iniziamo col dire che i messicani sono tutt’oggi la più grande popolazione immigrata in una larga maggioranza degli stati federali che compongono gli USA. Nonostante ciò tuttavia il numero di nuovi immigrati che provengono dal Messico è in forte calo dal 2008, infatti sia la crisi economica che colpì in quell’anno l’America, sia una vistosa diminuzione dei tassi di natalità del paese latinoamericano che un aumento di espulsioni e controlli (sotto Obama vennero espulsi 3 milioni di immigrati perlopiù messicani) oltre ad una maggiore industrializzazione del Messico hanno ridotto notevolmente il numero di ingressi legali o illegali di cittadini messicani negli Stati Uniti.

Questa carta mostra pertanto, stato per stato, quali popolazioni immigrate ad esclusione dei messicani sono maggioritarie nei vari stati. Notiamo senza ombra di dubbio una forte immigrazione indiana nel paese. Ad oggi molti non fanno mistero del fatto che nel giro di pochi anni sarà l’India a sostituire definitivamente il Messico quale luogo da dove proverranno la maggioranza degli immigrati degli USA nel futuro. Gli Indiani si sono stabiliti in tutti gli angoli del paese spinti sia da una forte cultura imprenditoriale che dalla volontà delle loro classi borghesi di mandare i propri figli istruiti a studiare e lavorare nel paese più potente del mondo. Molti sono gli stati dove oramai gli indiani se escludiamo i messicani sono la più grande popolazione immigrata : Texas, Georgia, Kentucky, Pennsylvania, Michigan e South Carolina per citare i più famosi. Nel vecchio sud dove tradizionalmente spesso le relazioni tra la maggioranza bianca e le persone di colore sono state in passato complesse e difficili per usare un eufemismo, oramai il termine indiano come in Alabama è sinonimo di ricco.

Gli Indiani-americani posseggono la media dei più alti patrimoni familiari negli Stati Uniti e gran parte dei cervelli della Silicon Valley provengono dal gigante asiatico. Ciò sta’ modificando fortemente anche le previsioni dei demografi sul panorama religioso del paese, se infatti in pochi decenni molti tra loro ritenevano che sarebbe stato l’islam a diventare la seconda religione degli Stati Uniti scavalcando l’ebraismo adesso non pochi ritengono che quel posto spetterà all’induismo. Nonostante ciò tuttavia molti indiani si convertono al protestantesimo e si integrano nella realtà americana. A livello politico nel 2016 l’80% degli indiani degli Stati Uniti hanno votato per Hilary Clinton e per il Partito Democratico, tuttavia nonostante ciò il Partito Repubblicano sta riservando loro notevoli attenzioni facendo di tutto per ingraziarsi questa comunità con alcuni risultati nel Midwest ancorché piuttosto modesti ma significativi. In particolare la prima governatrice asiatico-americana della storia è stata pochi anni fa Nimrata “Nikki” Randhawa coniugata Haley nella South Carolina, una delle maggiori promesse politiche del GOP per il futuro, nonché ex Ambasciatrice degli USA alle Nazioni Unite sotto Donald Trump dal gennaio 2017 al dicembre 2018.

In particolare il Presidente Trump nella sua campagna elettorale del 2016 è stato appoggiato da alcuni ricchi magnati indiani ed ha reso omaggio alla cultura hindu pubblicamente adottando una linea dura contro l’islam politico e una politica di forte scetticismo verso il Pakistan accusato già in campagna elettorale dal futuro Presidente di essere ambiguo col terrorismo islamico. Da ciò possiamo notare quanto notevole possa essere già oggi e diventare ancora di più il peso della diaspora indiana in America. Corteggiati dai Repubblicani che col loro voto potrebbero difendersi meglio dalla crescita degli elettorati delle altre minoranze che votano perlopiù Democratico, specie nel sud (ma non solo) ad oggi sono politicamente influenti come non mai. L’amministrazione Trump ha avuto il maggior numero di indiani degli USA nella storia dei governi statunitensi, la Haley è stata la prima governatrice asiatico-americana nella South Carolina e Piyush “Bobby” Jindal anche lui Repubblicano è stato Governatore della Louisiana dal 2008 al 2016. Una candidata per metà di origine indiana, Kamala Harris sta’ poi concorrendo tra i big in corsa per la Nomination Democratica alla Presidenza. Altre popolazioni notevoli di immigrati nel paese ad oggi sono i cinesi particolarmente forti nello stato di New York, i filippini che hanno superato i giapponesi come maggior popolazione asiatica cinesi e giapponesi nel South-West e nelle Hawaii.

Importante anche la migrazione di Vietnamiti cresciuta negli ultimi anni e profondamente differente dalla diaspora storica fuggita durante la guerra per non cadere in mano ai comunisti. I Vietnamiti si sono insediati molto bene adattandosi anche in realtà interne quali il Mississippi e l’Oklahoma. Altro forte gruppo di immigrati particolarmente estesi più che altro a livello geografico i canadesi. Tradizionalmente presenti in America dall’ottocento sono un popolo bianco perlopiù anglosassone la cui permanenza in America è facilitata dal NAFTA, il trattato di libero scambio nordamericano. In un america dove germanico-anglosassone si assottiglia ed è diventato quasi irrilevante per le migrazioni rispetto al passato i canadesi rappresentano una tipologia estremamente familiare culturalmente di immigrati tanto che spesso non sembrano assolutamente neppure tali. Sono numerosi nel New England cuore delle tradizioni anglosassoni del paese, nel Montana, nell’Idaho e persino in Arizona, nello Utah e nel North Dakota. I mesoamericani invece, nonostante l’attenzione mediatica, rappresentano un gruppo relativamente piccolo ma in crescita coi guatemaltechi che dopo i messicani rappresentano la seconda popolazione straniera in Alabama e nel Nebraska mentre i salvadoregni lo sono nell’Arkansas in Virginia e nel Delaware e infine gli honduregni in Louisiana. Africani sub sahariani invece primo gruppo di migranti non-messicani sia nel South Dakota con gli etiopi che i Somali nel Minnesota.

Gli europei, che invece in passato costituivano il più grande gruppo di migranti nel paese, sono secondi ai messicani come maggior gruppo straniero nel paese solo nello stato del New Mexico dove vive una cospicua popolazione di origine tedesca. I cubani invece si confermano anche prima dei messicani come principale comunità di immigrati in Florida, swing state sempre più cruciale. Diaspora questa profondamente anticomunista e anticastrista orientata storicamente verso i Repubblicani con senatori quali Rubio tra i più potenti del GOP al Congresso in grado di influenzare in maniera cruciali i rapporti tra gli Stati Uniti e Cuba (e sempre più anche col Venezuela). In sintesi vedremo un’America dei migranti che sarà sempre più asiatica e meno latina, gli asiatici sono il gruppo maggiormente in crescita nel paese a livello demografico. Ciò porterà gli Stati Uniti che si stanno orientando sempre più al pacifico ad essere anche culturalmente più vicini a quest’area geografica e potenzialmente in grado di capirla più da vicino, vedendola però sempre più anche attraverso lo sguardo di potenti diaspore quali quella indiana che in futuro molto probabilmente influenzerà sempre più i rapporti di Washington con Nuova Delhi e Islamabad.

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