Le tribù indigene rappresentano circa il 5% della popolazione mondiale e l’ONU stima che ciò si traduca in circa 370 milioni di persone raggruppate in più di 5000 comunità stabilite in una novantina di Stati.

Sebbene le fonti ufficiali del governo argentino neghino l’esistenza delle popolazioni indigene, grazie anche agli esiti del processo di colonizzazione e delle sue campagne militari che hanno caratterizzato il XIX secolo provocando la persecuzione e lo sterminio di varie tribù, queste non sono del tutto scomparse; ancora oggi, infatti, dopo lotte centenarie, continuano a battersi per il riconoscimento della propria identità, della propria autonomia politica e dei propri diritti sulle loro terre di origine. Perfino il numero delle tribù esistenti nel Paese è tema contrastato; infatti, mentre le comunità affermano di essere 38 popolazioni diverse distribuite su tutto il territorio nazionale, il Governo centrale ne riconosce solo 34 regolarmente iscritte nel RENACI (Registro Nazionale delle Comunità Indigene), come, ad esempio, gli Atacama, i Mapuche e i Quechua. Secondo i dati raccolti dall’INAIL (Istituto Nazionale degli Affari Indigeni), poi, questi popoli vivono organizzati in 1653 Comunità indigene identificate, delle quali solo 1456 hanno personalità giuridica propria, in quanto anch’esse registrate nel RENACI e nei Registri anagrafici provinciali.

Secondo la “Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 13 settembre 2007,”.. i popoli e gli individui indigeni sono liberi e uguali a tutti gli altri popoli e individui e hanno il diritto di essere liberi da ogni tipo di discriminazione nell’esercizio dei propri diritti, in particolare di quelli che fanno riferimento alle loro origini o identità indigene”; sulla stessa scia, già nel 1994, i diritti delle tribù indigene erano stati integrati nella Costituzione argentina; eppure, in concreto, la strada per un effettivo riconoscimento del loro diritto a partecipare alla vita politica del Paese è ancora lunga. Gli indigeni argentini, infatti, sono quotidianamente ostacolati nell’accesso alla giustizia e ai servizi essenziali, dal riconoscimento del diritto di proprietà sulle loro terre alla possibilità di accedere all’istruzione e alla sanità pubblica. Anche se non ci sono norme che ufficialmente negano agli indigeni l’accesso alla giustizia, sono le fattispecie concrete a dare la vera immagine della realtà e a preoccupare l’opinione pubblica internazionale, tanto da far sollecitare costanti incontri in seno alle Sottocommissioni delle Nazioni Unite dedicate alla tutela di queste minoranze.  Il problema fondamentale è rappresentato dalla quasi totale assenza di rappresentanti indigeni nelle istituzioni fondamentali del tessuto socio-politico dello Stato e le insormontabili barriere linguistiche, che rendono estremamente difficile per le comunità persino la ricerca di tutte le informazioni necessarie per il corretto esercizio dei propri diritti.

L’accesso all’educazione per le popolazioni aborigene, infatti, è quasi impossibile a causa delle misere condizioni di vita e della qualità dell’insegnamento che non prevede, se non in casi isolati, la trasmissione della storia indigena, della loro lingua e delle tradizioni. In tutto il Paese, oggigiorno, esistono più di 30 lingue indigene ancora parlate ma, nonostante la Costituzione argentina garantisca un’educazione basata sul bilinguismo e l’approccio interculturale, molte di queste non vengono valorizzate né tramandate alle nuove generazioni; a causa della perdita delle loro terre e delle risorse naturali, troppo spesso fagocitate dallo sviluppo industriale smodato dei nostri tempi, infatti,  molte popolazioni indigene sono costrette a migrare verso le aree urbane, in cerca di migliori prospettive di vita, istruzione e occupazione. Qui, però, a pochissimi bambini viene data la possibilità di apprendere il bagaglio culturale della propria comunità di origine e non perdere il legame con il loro passato, mentre la stragrande maggioranza di loro viene completamente assorbita dal sistema educativo ispanofono. Alla luce degli stretti legami culturali che legano da tempo Italia e Argentina, è interessante notare che anche il nostro Paese ha percorso una lunga strada per garantire i diritti delle minoranze: partendo, infatti, dal dettame dell’art.6 della nostra Costituzione, secondo cui “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, sono stati necessari diversi interventi susseguitisi nel tempo per giungere ad una concreta protezione (ancora in divenire) dell’identità delle varie comunità stabilite su tutto il territorio nazionale, il cui esempio principale è dato dalla promulgazione della L.482/99. E’ per tali motivi che, in un’ottica di maggiore cooperazione tra il nostro Paese e i lontani cugini latinoamericani, sarebbe auspicabile scendere in campo più energicamente per dare loro consigli e aiuti concreti per raggiungere l’obiettivo di una maggiore tutela dei diritti delle popolazioni indigene.

Un altro dato che sottolinea le condizioni di disuguaglianza e discriminazione delle tribù indigene riguarda i tassi di povertà, disoccupazione e analfabetizzazione della popolazione su tutto il territorio nazionale, molto più alti nelle zone di stanziamento degli indigeni rispetto alle zone urbanizzate, così come maggiori sono i casi di mancato accesso ad assicurazioni sanitarie e di diffusione di malattie croniche. Il prossimo 9 Agosto, quindi, Giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 23 dicembre del 1994 in ricordo del primo incontro, nel 1982, del gruppo di lavoro dell’ONU sui popoli indigeni, appartenente alla Sottocommissione per la promozione e la tutela dei diritti umani, non sembra avere i caratteri di un giorno di festa quanto un necessario momento di riflessione sui traguardi raggiunti e su quanto ancora ci sia da lavorare per il riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali dei vari popoli nativi.

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