Il sistema normativo dell’Egitto prevede un controllo serrato dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni della società civile e consente al Presidente di reprimere manifestazioni e proteste, servendosi delle forze militari. In aggiunta, attraverso leggi e tribunali speciali, al-Sisi esegue costantemente incarcerazioni ed esecuzioni senza prove fondate ed equo processo

Autoritarismo e repressione

Salito al potere nel 2013 attraverso un golpe militare, al-Sisi ha subito fatto leva sulla necessità di rafforzare la sicurezza interna nel Paese. Sulla base di ciò, il governo ed i media locali hanno giustificato le repressioni, le condanne a morte, le torture e gli arresti arbitrari compiuti. L’Egitto si è classificato al sesto posto al mondo per il maggior numero di esecuzioni e al terzo posto per il  maggior numero di condanne a morte. Nel solo settembre 2018, un tribunale penale del Cairo ha emesso 75 condanne a morte in seguito agli eventi di piazza Rab’a nell’agosto 2013.  

Le azioni del Presidente, stando alla sua retorica, sono necessarie per proteggere il Paese dalle organizzazioni terroristiche e dai nemici interni che minacciano la sua stabilità. Nelle carceri del Paese, sono detenuti attivisti politici e scrittori che denunciano le ingiustizie messe in atto dal regime, oltre che migliaia di civili ed ex funzionari dello Stato.

Stando a quanto riportato da Human Rights Watch nel rapporto del 2019, In Egitto ci sono circa 60.000 prigionieri politici tra cui giornalisti ed attivisti. L’organizzazione Reporter senza frontiere classifica il paese al 163° posto su 180 per libertà di stampa. Centinaia di organizzazioni in tema di informazione e di diritti umani, come molti siti web relativi, sono bloccati in Egitto senza ordini giudiziari, incluso il sito Web di Human Rights Watch.

Per tali motivi, il Paese è costantemente sotto accusa da parte delle organizzazioni umanitarie locali ed internazionali per violazione dei diritti umani oltre che per crimini contro l’umanità. Le autorità giudiziarie hanno indagato su pochissimi ufficiali che hanno attuato sparizioni forzate e torture. Centinaia di organizzazioni in tema di informazione e di diritti umani, come molti siti web relativi, sono bloccati in Egitto senza ordini giudiziari, incluso il sito Web di Human Rights Watch.  

Dalle proteste anti-regime del 2011 alle proteste di questo Settembre

La grande euforia del 2011, quando le proteste popolari in Egitto avevano portato all’espulsione del dittatore Hosni Mubarak, ha spianato la strada ad un regime ancora più autoritario e repressivo all’interno del quale l’accentramento del potere al di fuori dei canali istituzionali, come previsto dalle recenti modifiche Costituzionali di quest’anno, è ordinario.

Attraverso il referendum tenutosi ad aprile 2019, il Presidente è riuscito ad assicurarsi di rimanere alla guida del Paese fino al 2030, se non oltre, oltre a estendere i suoi poteri ed a rafforzare il ruolo dell’esercito all’interno del Paese a discapito del Parlamento e della Magistratura.

In foto Hosni Mubarak

Gli eventi che precedono la sua ascesa il potere, sono relativi alla Primavera Arava del 2011. Il movimento di dissenso popolare regionale ,così denominato, ha interessato molti Stati dell’area MENA (Middle East North Africa) ed in particolar modo l’Egitto. Il popolo chiedeva la destituzione di Hosni Mubarak.

A partire dalla prima metà degli anni Novanta, molti partiti erano stati soppressi e la repressione del dissenso interno per mezzo delle forze di polizie e di sicurezza era diventata sistematica da parte del dittatore. Tali misure erano giustificate come necessarie per contrastare le azioni di organizzazioni terroristiche islamiche, che dal 1992 al 1997 hanno sconvolso l’Egitto.


In seguito alle dimissioni di Hosni Mubarak, dopo 18 giorni di proteste, i militari hanno assunto il controllo del Paese tramite l’insediamento al potere del Consiglio Superiore delle Forze Armate. Da qui, si sono susseguiti per circa due anni scontri continui tra i giovani rivoluzionari e gli oppositori del cambiamento.

Questa fase di transizione, detta anche contro rivoluzione, si è conclusa con le elezioni, svoltesi tra il novembre 2011 e il gennaio dell’anno successivo, che sono state le prime elezioni libere in Egitto dal 1950. I risultati hanno visto trionfare la coalizione dominata dal partito ‘’Giustizia e Libertà’’ dei Fratelli Musulmani, nato all’indomani della Rivoluzione del 2011 come forza islamista, sotto la guida di Muhammad Morsi.

In foto Muhammad Morsi

Nell’agosto del 2012 si verifica un attacco nel Sinai, attribuito ad un gruppo terroristico legato ad al-Qaida, in seguito al quale Al-Morsi ordina un’offensiva militare. Allo stesso tempo egli destituisce alcuni vertici delle Forze Armate. Il Paese permane in uno stato di profonda crisi socio-economica ed il consenso nei confronti del Presidente viene sempre meno, al punto che ad aprile 2013 prende piede un movimento giovanile che chiede la sua destituzione.  

Il Presidente aveva ampliato i suoi poteri in materia giudiziaria, avviando l’iter per l’approvazione di una Nuova Costituzione che avrebbe contemplato la legge islamica come principale fonte della legislazione egiziana. A tale decisione si erano opposte le minoranze religiose, come quella dei copti oltre che a molti cittadini laici. Facendo leva sul sentimento di delusione della popolazione nei confronti del Presidente, Abdel Fattah al-Sisi e le sue forze militare salgono al potere con un colpo di stato nel luglio del 2013. Al-Morsi viene imprigionato, processato ed il suo partito politico di riferimento, i Fratelli Musulmani, messo al bando.

Le manifestazioni di protesta di coloro che richiedevano il ritorno dell’ex presidente al-Morsi sono continuate fino al 2015, sotto la continua repressione da parte del nuovo Presidente.

Esemplificativo di questa situazione è il massacro avvenuto in piazza Rabia al Cairo, nell’agosto del 2013, dove i sostenitori dell’ex presidente si erano riuniti per settimane dopo il colpo di Stato militare. La repressione messa in atto da al-Sisi e dall’esercito è stato definito da Human Rights Watch ‘’uno dei più grandi massacri al mondo di dimostranti in un solo giorno’’.

Nelle elezioni presidenziali di Maggio 2014, al-Sisi viene rieletto con il 96,1% del dei consentendo ai funzionari statali di rappresentare la sua vittoria come il risultato di un processo di democratizzazione del Paese, respingendo i pareri contrari di critici ed attivisti politici. In verità, stando a quanto dichiarato da Eric Bjornlund, presidente di Democracy International,  “L’ambiente politico repressivo dell’Egitto ha reso impossibili le elezioni presidenziali democratiche”.

Il Cairo 21 Settembre 2019, i manifestanti chiedono le dimissione di al-Sisi [Reuters]

Tra Gennaio e Febbraio 2018, in vista delle nuove elezioni presidenziali, le forze di sicurezza hanno effettuato una serie di arresti ai danni di pacifici oppositori e critici politici, come è il caso di Aboul Fotouh, il cui nome è stato inserito nella lista dei terroristi del Paese come la stragrande maggioranza delle forze di opposizione al Presidente.

Le forze speciali hanno anche arrestato due potenziali candidati alla presidenza tra cui l’ex generale Ahmed Shafiq e l’ex capo di stato maggiore dell’esercito Sami Anan. Le elezioni hanno visto solo un altro candidato, aperto sostenitore di al-Sisi, il quale vince le elezioni con il 97% dei voti.

Il 18 agosto 2018, il Presidente ha approvato una nuova legge, denominata legge sulla criminalità informatica, che limita fortemente la libertà di espressione e che conferisce al governo centrale ampi poteri in materia di informazione. Il mese precedente il Parlamento aveva anche approvato una serie di leggi a limitazione della libertà di stampa, che permetteva al Presidente di censurare testate giornalistiche, e qualsivoglia, senza previ ordini giudiziari. Inutili sono stati le opposizioni da parte del Sindacato dei giornalisti egiziani.

Il 17 Giugno 2019 il presidente al-Morsi muore, al termine dell’udienza del processo in cui era imputato per spionaggio ai danni dello Stato. Stando a quando riportano i media locali, la morte è avvenuta a causa di un infarto. Subito dopo, le autorità egiziane hanno dichiarano lo stato di massima allerta, temendo proteste o manifestazioni da parte dei sostenitori dell’ex Presidente.

Human Rights Watch riferisce che l’ex Presidente non aveva goduto dell’assistenza medica adeguata alla sue condizioni di salute, nonostante le sue ripetute richieste. Il mancato riconoscimento dei suoi diritti da detenuto costituisce una violazione del ‘’Patto Internazionale sui diritti civili e politici’’, oltre al fatto che i maltrattamenti a cui era stato sottoposto equivalgono a torture ai sensi della ‘’Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura’’. In aggiunta, anche l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che le condizioni di detenzione a cui al-Morsi era stato sottoposte erano brutali e pertanto lo Stato egiziano è colpevole della sua morte.

 Nel Settembre del 2019 sono scoppiate al Cairo, Alessandria e Suez una serie di proteste anti-regime contro la corruzione, la repressione e le misure di austerità chiedendo le dimissioni del Presidente al.Sisi. Più di di 2.300 persone sono state arrestate e 69 detenuti sono stati accusati di ‘’appartenenza a un gruppo terroristico’’.

All’origine di questa recente ondata di dissenso ci sono una serie di video pubblicati su Facebook e Twitter da Muhammad Ali, un imprenditore edile che vive in un esilio autoimposto in Spagna. Nei video al-Sisi ed il suo entourage sono accusati di sperperare le finanze statali, anziché risolvere i problemi del Paese e la dilagante povertà. Al-Sisi ha negato tali accuse ed ha minimizzato le proteste definendole ‘’nessuna ragione di preoccupazione’’.

II 24 Ottobre il Parlamento europeo ha emanato una risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Egitto, condannando le attuali restrizioni ai diritti fondamentali, gli arresti arbitrari e le intimidazioni nei confronti dei difensori dei dritti umani. Tale atto ha messo in luce anche la volontà da parte dell’Unione Europea di rivedere le relazioni con l’Egitto.

In risposta, la Camera dei deputati egiziana, presieduta da presieduta da Ali Abdel Aal, ha sottolineato la falsità di tale accuse accuse ed ha fortemente criticato il contenuto della risoluzione esprimendo rammarico per il fatto che il Parlamento europeo sia ormai nelle mani di organizzazioni ed ONG che, oltre a voler interferire negli affari interni del Paese, hanno obiettivi sospetti e collegamenti con note organizzazioni terroristiche.

Conclusioni

Abd Al-Fattah al-Sisi ha instaurato in Egitto un governo autoritario attraverso leggi speciali e modifiche Costituzionali che gli hanno permesso di reprimere qualsiasi forma di opposizione interna, come dimostrano le elezioni del 2018 in cui il suo unico avversario era un suo sostenitore.

The following two tabs change content below.
Nicki Anastasio

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: