La recente scoperta del giacimento Sakarya nel Mar Nero potrebbe costituire una buona occasione per Ankara di stabilizzarsi sul mercato energetico. Geopoliticamente, la scoperta non può che essere letta in termini di empowerment per la Turchia: Sakarya è solo un minimo anticipo di ciò che potrebbe accadere nel Mediterraneo Orientale.

Il 21 agosto scorso, il Presidente turco, Racep Tayyip Erdoğan, ha annunciato con gioia in diretta televisiva nazionale la scoperta di un cospicuo bacino di riserve di gas naturale a largo della costa turca nel Mar Nero. La ribattezzata Sakarya, scoperta dalla nave di trivellazione FATIH della Turkish Petroleum Corporation (TPAO), raccoglie circa 320 miliardi di metri cubi di gas naturale, qualificandosi come la più grande scoperta di gas della Repubblica di Turchia. Durante l’annuncio televisivo, Erdoğan ha ipotizzato con fiducia la possibilità che tale giacimento possa essere utilizzato a partire dal 2023 e che, in tal modo, non solo la Turchia avrà la possibilità di abbassare la propria dipendenza dalle importazioni dall’estero, ma che potrà competere nella battaglia energetica regionale con tutti gli altri attori coinvolti. Mentre da un lato (quello turco) le previsioni sembrano essere molto favorevoli su tale ipotesi, altri esperti avanzano non pochi dubbi sulla effettiva disponibilità di gas nell’immediato futuro, anzitutto per una questione di know-how che, fondamentalmente, manca alla Turchia: la posizione del giacimento, infatti, pone non pochi interrogativi su come e quali difficoltà potrebbe incontrare la compagnia energetica turca nell’estrazione, data la relativa esperienza della TPAO. La Turchia potrebbe allora avvalersi della collaborazione di importanti grandi compagnie di esplorazione ed estrazione, come fatto in passato con Chevron e Petrobras: la possibilità appare remota dopo le dichiarazioni del Ministro dell’Energia turco. L’estrazione verrà condotta, con tutta probabilità, in maniera indipendente dalla Turkish Petroleum, mentre il collegamento con la costa potrebbe essere subappaltata ad una compagnia internazionale. I costi potrebbero essere molto elevanti e i ritorni non sono garantiti. Un altro fondamentale punto interrogativo, che riguarda soprattutto i mercati, rivede l’effettiva quantità disponibile (e quindi economizzabile) di gas e che quantità la Turchia sarà in grado di produrre in un anno.

Le notizie positive sono però molte per la Turchia, su più fronti. Anzitutto, il giacimento contribuirà a rafforzare la posizione energetica di Ankara: da importatore netto di gas, con un costo complessivo di circa 41 miliardi di dollari (2019) per il proprio fabbisogno energetico, potrà in qualche modo ammortizzare la spesa eccessiva. Secondo alcuni calcoli, Sakarya potrà soddisfare per circa 80 miliardi di dollari il fabbisogno energetico turco nei prossimi decenni, contribuendo così alla diminuzione delle importazioni da Russia, Iran ed Azerbaijan (più recentemente anche GNL statunitense e qatarino) e mettere Ankara in una posizione di contrattazione soprattutto con le due più grandi esportatrici, Russia ed Iran. È doveroso ricordare che Ankara, proprio grazie alla sua posizione geografica, è forse lo snodo, l’hub principale fra Asia, Medio Oriente ed Europa: conta quattro contratti di gasdotti take-or-pay, tre dei quali con due importantissimi partner regionali, quali Russia ed Iran. È ragionevole pensare che la Turchia giocherà a ribasso al momento del rinnovo dei contratti, avendo questo nuovo asso nella manica. È indubbio, quindi, che se Ankara sfrutterà bene questa nuova scoperta, nel pieno della transizione energetica, vedrà irrobustirsi la sua posizione in tutto il Mediterraneo. In tutta verità, Sakarya è solo la precognizione, un anticipo di ciò che potrebbe succedere se Ankara riuscisse a trovare finalmente un cospicuo giacimento di gas naturale nel Mediterraneo Orientale. Se, infatti, dopo la recente scoperta, la Turchia si sente forte delle proprie posizioni, è anche vero che non potrà essere ignorata a lungo dagli altri competitors. L’ennesima beffa nei confronti di Ankara è stata la firma, nei giorni scorsi, dello Statuto istitutivo dell’East Mediterranean Gas Forum, organizzazione internazionale nata nel gennaio 2020: Italia, Grecia, Cipro, Egitto, Giordania, Israele e Palestina i firmatari. La Francia, per il momento, resta a guardare. La Turchia, come abbiamo ribadito più volte, ne è sempre stata esclusa sin dalle prime battute, a seguito della scoperta dei giacimenti a largo di Israele ed Egitto.

I dialoghi per una nuova istituzione di stampo energetico sono stati sempre molto favoriti dagli Stati Uniti. Eppure, pochi giorni fa Washington ha lanciato un àncora alla Turchia, nella speranza di distendere gli animi: l’Ambasciata statunitense ad Ankara ha infatti specificato, con tutte le dovute pratiche diplomatiche, che gli Stati Uniti “non ritengono che la Mappa di Siviglia abbia una rilevanza legale”. Nella fattispecie, la Mappa di Siviglia, commissionata dall’Unione Europea nel 2003 all’Università di Siviglia, determina la base continentale della Grecia nel Mediterraneo Orientale. Di fatto, la mappa, così come formulata, limita decisamente le possibilità di manovra di Ankara. La dichiarazione degli States arriva a cavallo della prossima visita di Mike Pompeo ad Atene. Washington sa bene quali sono le sue prerogative strategiche nel Mediterraneo: è importante non spezzare il legame con Ankara, per evitare si rivolga troppo ad Est, verso Russia ed Iran, anche per le questioni del Mare caldo; allo stesso tempo è necessario che la Grecia e Cipro si sentano rassicurati sotto l’ombrello sicuro degli USA. Ed è proprio Washington che, nel caso in cui Bruxelles non trovi la forza di “costringere” Atene ad un dialogo franco e costruttivo, anche a seguito dei colloqui con l’Albania, potrebbe spingere la Grecia al tavolo negoziale e così riscrivere i confini. Ankara preme perché ciò avvenga prima delle elezioni statunitensi, che potrebbero in qualche modo rimescolare le carte in gioco. Una cosa è certa: la Turchia, soprattutto a seguito della recentissima scoperta nel Mar Nero, non mollerà facilmente la presa, nonostante le condizioni economiche non siano delle più favorevoli e non è chiaro quanto a lungo potrà ancora reggere il gioco. Ankara è anche certa che l’Unione non reagirà imponendo le sanzioni tanto paventate anche dalla Commissione: anzitutto per la questione migratoria (e perché, anche Atene su tale questione non è più disposta a pagare il prezzo più amaro di tutti) e, in seconda analisi, per il rischio di crisi valutaria e bancaria che incombe su Ankara (anche a seguito delle considerazioni  di Moody’s) e non è nell’interesse dell’Unione che una nuova crisi si concretizzi in breve tempo. Infatti, gli interessi di natura bancaria e finanziaria che legano la Turchia e i diversi paesi dell’Unione Europea sono molti: miliardi di euro sono stati investiti da diverse banche europee (in test, spagnole, francese e tedesche) in banche e compagnie turche nel corso degli ultimi anni. Sarebbe auspicabile che, in definitiva, l’Unione aiutasse Atene al tavolo negoziale con Ankara, perché può ancora contare su alcuni punti di forza: prese singolarmente, nessuna Nazione europea, nemmeno la Francia, sarebbe in grado di competere in maniera vincente con la Turchia. Ma è proprio nell’Unione che ogni singolo Stato può trovare la propria forza contrattuale: in fin dei conti, la Grecia è la porta sud-orientale dell’Unione Europea. Gli Stati Uniti, finito il tour in Medio Oriente, hanno ora la possibilità di concentrarsi sulla questione più da vicino e portare a casa una nuova vittoria (difficile) prima delle elezioni. Non è certo che la Turchia, dopo un possibile accordo, assumerà una postura più morbida nei confronti degli altri attori regionali. Ma il nuovo ottomanesimo di Erdoğan non fa certo presagire risposte positive. Il discorso tenuto dal Presidente durante la 75esima riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fa ben intendere il reale obiettivo del “Sultano”: riscrivere l’ordine mondiale, perché la Turchia possa sedersi al tavolo dei big.

 

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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