Nel 70esimo anno dalla sua fondazione, la più importante organizzazione militare al mondo- la North Atlantic Treaty Organization (NATO)- si trova di fronte ad una situazione che potrebbe scompaginare la solidità dell’alleanza e i rapporti tra i due membri dell’organizzazione più potenti militarmente: Stati Uniti e Turchia. L’avanzata dell’esercito turco nel nord-est siriano, più precisamente nelle regioni autonome amministrate dai curdi, desta parecchia preoccupazione all’interno della NATO, così come espresso dal suo Segretario, Jens Stoltenberg, in occasione dell’incontro, tenutosi a Istanbul lo scorso 11 ottobre, con il Ministro degli Esteri turco,Çavuşoğlu. «Ho condiviso con Çavuşoğlu la mia seria preoccupazione per il rischio di ulteriori destabilizzazioni della regione, l’aumento della violenza e le sofferenze dei civili. Nonostante la Turchia nutra legittime preoccupazioni di sicurezza nazionale, mi aspetto che agisca con moderazione. Abbiamo un comune nemico: Daesh […] una preoccupazione imminente è che ai terroristi prigionieri non venga permesso di evadere», ha affermato Stoltenberg nella conferenza stampa congiunta.

Tuttavia, a parte le pressioni diplomatiche e gli inviti alla moderazione, l’alleanza NATO non dispone di strumenti operativi e giuridici per dissuadere il Presidente Erdogan a porre fine all’avanzata del suo esercito nei territori curdi. In più, la differenza di posizioni tra gli Stati membri non permette alla NATO di esprimere una netta condanna contro le azioni della Turchia, dato che alcuni Paesi, come Bulgaria e Ungheria, non condividono le critiche avanzate dai partner europei e dall’alleato statunitense. Al contrario, i Governi di Finlandia, Italia, Francia, Germania e Norvegia, hanno dato un forte segnale, sospendendo le vendite di equipaggiamenti militari verso Ankara.

Il Trattato istitutivo NATO, inoltre, non contiene alcuna disposizione in merito all’espulsione di un membro oppure alla sua sospensione temporanea– a differenza di altre organizzazioni internazionali, come Nazioni Unite o Unione Europea. Anche se, in base all’art.60 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati, qualsiasi parte contraente potrebbe essere accusata di “violazione materiale” del Trattato nel caso in cui violasse una disposizione essenziale per il perseguimento degli scopi del Trattato stesso. In questo senso, la NATO si configura preminentemente come alleanza militare, ma, come disciplinato dall’art. 2 del Trattato istitutivo, si identifica anche come una comunità di principi e valori (democrazia, promozione di pacifiche e amichevoli relazioni internazionali, della libertà individuale e della stabilità territoriale), ritenuti fondamentali per raggiungere gli obiettivi del patto.

Dunque, se i 28 Paesi membri NATO fossero unanimemente d’accordo, potrebbero rompere il Trattato di Washington del 1949 a livello bilaterale con la Turchia, accusandola di “violazione materiale” del Trattato e di fatto estromettendola dall’alleanza. Tale opzione, però, è destinata a rimanere confinata nel campo delle interpretazioni giuridiche, poiché una mossa così estrema potrebbe pregiudicare l’intero assetto e la proiezione geostrategica dell’organizzazione. La Turchia è, fin dalle origini, un membro importane dell’alleanza atlantica, per via della sua posizione strategica tra Europa, Medio Oriente, Asia Centrale e nel Mar Nero, dove è di stanza una flotta navale russa. Inoltre, la Turchia possiede il secondo più grosso esercito tra i Paesi membri NATO (dopo gli Stati Uniti), ed ospita nel suo territorio la base aerea di Incirlik, storicamente chiave d’accesso NATO alla regione mediorientale, e una cinquantina di testate nucleari statunitense. Un’operazione di estromissione del genere, considerato il periodo storico, parrebbe imprudente e controproducente per due ragioni principali: imbaldanzirebbe le ambizioni territoriali e strategiche di Erdogan nella regione mediorientale; getterebbe, una volta per tutte, Ankara nel ménage à trois con Iran e Russia. Da quest’ultima la Turchia ha acquistato il sistema di difesa aereo S400, suscitando dure critiche dal Segretariato della NATO e da Washington, la quale, in queste ore, sta implementando delle sanzioni economiche per indebolire l’alleato NATO e indurlo a ritirare l’esercito dalla Siria.

Una NATO afona e monca guarda con preoccupazione agli sviluppi nel nord-est siriano, mentre emerge in modo sempre più lampante la sua debolezza ed obsolescenza. I segni del tempo, la mancanza di riforme e i cambiamenti geopolitici dell’ultimo ventennio stanno erodendo la solidità della NATO, quasi a farla apparire come un 70enne orpello novecentesco.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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