Mentre a Idlib e dintorni i lealisti siriani e i Russi continuano a confrontarsi con vari gruppi dell’opposizione legati alla Turchia e con i terroristi dell’ex Fronte al-Nusra di Haya’t Tahrir al-Sham, un missile lanciato dal territorio siriano ha ferito cinque persone in un’abitazione al confine turco. Secondo alcune indiscrezioni, tale attacco sarebbe da attribuire alle milizie curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare) che controllano gran parte del nord e dell’est siriano con il supporto statunitense. La Turchia, a sua volta, ha risposto colpendo sette postazioni nel confine siriano, probabilmente nei pressi delle aree controllate dalla milizie curde. La risposta militare della Turchia arriva nel momento in cui James Jaffrey, inviato speciale di Washington per la Siria, si è recato in Turchia per discutere con il Ministro degli Esteri turco Çavuşoğlu della creazione di una safe zone nel nord del Paese. Ankara considera prioritaria per la sua strategia geopolitica un’area che possa contenere eventuali attacchi delle milizie curde contro i propri confini. Per questo motivo teme una potenziale espansione delle milizie dell’YPG verso i propri confini. Questo metterebbe in discussione la propria sicurezza e il tentativo di dominare incontrastata nel nord della Siria, dopo aver mantenuto indirettamente il controllo di Idlib e la provincia di Hama con i propri ribelli anti-Damasco.

Nell’incontro con il rappresentante degli USA, il Ministro degli Esteri turco ha optato per una safe zone tra il confine turco e aree del nord siriano sotto il controllo delle YPG. Tale soluzione metterebbe al riparo Ankara e non prevederebbe la presenza delle YPG che verrebbero sostituite da militari turchi e/o dall’Esercito Siriano Libero, uno dei più importanti gruppi dell’opposizione siriana filo-turca sin dallo nascita del conflitto. Inoltre, la Turchia ha comunicato agli Stati Uniti che se non verrà implementata tale safe zone, ci sarebbero tutti i presupposti per compiere una manovra militare contro le Forze Democratiche Siriane e quindi le Unità di Protezione del Popolo, legate alle prime, a est dell’Eufrate. Questo complicherebbe ulteriormente le relazioni tra la potenza a stelle e strisce e uno dei membri più importanti della NATO, rese già tese a seguito dell’acquisto di Ankara del sistema anti-aereo S-400 dalla Russia. A questa mossa è seguita la sospensione, da parte del Pentagono, della partecipazione turca al programma di acquisizione dei caccia F-35. Tuttavia, una frattura definitiva tra le due parti, resta un’utopia. Nel dettaglio, sulla realizzazione della buffer zone nel nord della Siria, la Turchia ha fatto intendere agli USA che resta prioritario il ritiro delle YPG da Manbij, chiesto più volte negli ultimi due anni.

E ancora Çavuşoğlu, durante l’incontro con Jeffrey, ha fatto intendere di essere favorevole alla creazione di una safe-zone che comprenda il triangolo Kobane-Tell Abyad-Ain Issa, aree a maggioranza curda, per contenere possibili attacchi rivali. Più precisamente, la buffer zone partirebbe da Jarablus, già sotto il controllo turco, per arrivare ad Akcakale, con un’estensione di circa quaranta chilometri. Al contrario, chiaramente, le FDS hanno espresso tutta la loro contrarietà, comunicando di essere d’accordo per la riproposizione della soluzione adottata per Manbij: il nord sotto il controllo dei militari turchi supportati dall’Esercito Siriano Libero e il sud nelle mani delle YPG aiutate dagli Stati Uniti. Questo sembrerebbe essere lo scenario più plausibile, perché difficilmente Ankara avanzerebbe militarmente a est dell’Eufrate senza l’avvallo della superpotenza. Le richieste non sono terminate qui, con la Turchia che si è mostrata molto esigente, essendo consapevole di giocare una partita decisiva nel nord siriano. È stato chiesto a Washington che tutte le armi pesanti possedute dalle YPG vengano tenute almeno ad una distanza di venti chilometri dalla ipotetica buffer zone e che le venga affidato il controllo delle tre città precedentemente citate, richiamando l’elemento storico. Come Afrin, anche queste zone per Ankara sono state fin da sempre a maggiorana araba, anche se, in realtà, attualmente ospitano numerosi Curdi. L’elemento demografico rafforzerebbe le pretese geopolitiche turche, ripetendo lo stesso scenario di Afrin del gennaio 2018.Infine, è stato proposto agli USA di avere il controllo dello spazio aereo della futura zona cuscinetto.

È difficile prevedere come si evolverà la questione della safe-zone ma difficilmente ci si discosterà dal modello di Manbij. La Turchia è impegnata a mantenere la sua presenza a Idlib e dintorni nel tentativo di realizzare una “grande Idlib” a guida turca e una possibile operazione al di là del fiume Eufrate contro le FDS non verrebbe approvata dagli Stati Uniti che potrebbero reagire con forti ripercussioni sulla sua economia. La Turchia fa la prova a dominare incontrastata nel nord siriano ma viene limitata dalla strategia statunitense per cui i Curdi sono funzionali alla lotta al terrorismo e alla riduzione di manovre militari nell’est di siriani ed iraniani. Erdogan, operando contro i Curdi in Siria, cerca di ammortizzare i colpi subiti dopo la recente sconfitta nelle elezioni municipali e spera di recuperare consensi all’interno del suo partito “Giustizia e sviluppo”.

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