Il presidente tunisino, Kaïs Saïed, ha sempre mostrato un profilo molto diplomatico riguardo i critici equilibri regionali in Nord Africa e nel Medio Oriente. Non ha mai mancato di precisare, con una certa fermezza, che una soluzione al conflitto libico sia possibile solo in caso di mediazione fra le due parti e secondo il diritto internazionale. Eppure, i fatti politici fanno presagire ben altro: questa mediazione nasconde in realtà il già vincitore, il cavallo sul quale Tunisi punta tutto (o quasi).

Il gioco delle “alleanze” continua nel Mediterraneo e a spuntare, fra le altre, è ora la Tunisia. Parlare di alleanze, nel caso tunisino, è certamente troppo, dato il profilo infrangibile e impenetrabile del Presidente Saïed. Ciononostante, il Presidente tunisino ha sempre dimostrato, anche se con una certa dose di diplomazia e neutralità, una decisa fermezza sia nell’analisi che nelle risposte alle problematiche cruciali del proprio Paese ed anche della regione.

Il caso libico, in particolare, interessa molto da vicino la Tunisia, condividendo 461 km di confine ed essendo anche uno dei paesi maggiormente colpiti dalle scorribande originarie del territorio libico. Anche per questo motivo, Tunisi si è sempre posta in un tono di dialogo, alla ricerca di una sincera riconciliazione fra le due parti del conflitto armato.

Con l’ascesa di Kaïs Saïed, sembrava chiaro che in un certo senso la Tunisia avrebbe svolto un ruolo di primo piano nel processo di risanamento libico. Ed effettivamente alcuni passi importanti sono stati compiuti, e anche la direzione sembra essere a tratti chiara, nonostante la inossidabile diplomazia del Presidente.

Due stati in un unico territorio (libico). Due interessi sotto uno stesso cielo (libico). Difficile credere, in ottica meramente realista, che si possa dare un colpo al cerchio ed una alla botte in una trama così intricata come quella Nord Africana, per quanto uno Stato possa desiderare una soluzione mediata.

Un tassello va aggiunto al puzzle: la telefonata del 26 maggio fra Erdoğan e Saïed. La Libia, ovviamente, è stato uno dei temi affrontati. Durante la telefonata, il Presidente tunisino ha reso chiaro al suo omonimo che una soluzione è possibile solo se legittima, in termini di diritto internazionale, e se mediata da un accordo fra le parti.

Tuttavia, la telefonata è arrivata dopo alcuni importanti fatti accaduti in questi giorni, che possono offrirci un quadro d’insieme: anzitutto, l’arrivo dei contingenti turchi in Tunisia, i cui aiuti erano indirizzati non solo a Tunisi, ma anche a Tripoli; la facile ripresa dell’aeroporto al-Watiya e l’avanzata della GNA verso Tarhuna, città strategica per il Generale Haftar; il conseguente spostamento del gruppo “Wagner” (i mercenari russi al servizio del Generale) a sud-est da Tripoli.

Per quanto, dunque, Saïed mostri, senza torto, una certa neutralità, sembra più che evidente la direzione verso cui pende l’ago della bussola di Tunisi, se pensiamo a come invece l’Egitto – l’altro Stato confinante e profondamente interessato alla questione libica – stia gestendo la faccenda, ponendosi in piena contrapposizionecon la Turchia su molte questioni, e mostrando una certa ambiguità in altri scenari – ad esempio, quello palestinese.

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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