Il 12 maggio è stato diffuso un comunicato di denuncia, firmato da decine di associazioni del Nordafrica impegnate da sempre nella lotta per la tutela delle comunità lgbt. Nella dichiarazione, rivolta ai media locali e internazionali, si legge “Nonostante le informazioni circolate su piattaforme di notizie e social media di recente, il matrimonio tra persone dello stesso sesso è ancora illegale e non riconosciuto in Tunisia, indipendentemente da dove si sia celebrato il matrimonio”. In seguito a questa premessa sono stati invitati “i giornalisti, amici del mondo LGBT e altre organizzazioni a smettere di condividere questa disinformazione e di ottenere informazioni e notizie da fonti affidabili e da attivisti che sono in contatto con la situazione”.



Per comprendere le ragioni di questa dichiarazione bisogna fare un passo indietro. Lo scorso 25 aprile Shams, associazione per la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia, annuncia il riconoscimento, senza precedenti nel Paese, di un matrimonio contratto in Francia tra un tunisino di 26 anni e il suo compagno francese di 31. Fatto che era stato commentato, non senza stupore, dal Presidente dell’associazione Mounir Baatour che aveva l’aveva definito come l’inizio di un percorso che poteva portare a “stabilire il principio del libero arbitrio dell’individuo e il principio di uguaglianza e non discriminazione”.

In realtà i dubbi erano più che fondati dato che pochi giorni dopo Lotfi Zitoun, ministro tunisino degli Affari locali, ha chiarito che il riconoscimento del matrimonio era stato solo frutto di un errore burocratico, in quanto il matrimonio omosessuale non è conforme alla legge tunisina che non riconosce il matrimonio omosessuale. Ad una prima osservazione, nei fatti, il codice penale tunisino, del 9 Luglio del 1913, criminalizza ancora i rapporti omosessuali. L’articolo 230, della Sezione III “Attentats aux moeurs” dichiara infatti che la “sodomia” è punita con tre anni di detenzione.

Tuttavia ci troviamo ancora una volta di fronte ad una vera e propria incoerenza del sistema giuridico tunisino. La Costituzione del 2014, frutto della “rivoluzione dei gelsomini” del 2011, contiene un elenco di diritti fondamentali tra i più avanzati del Maghreb affiancando ai diritti civili, politici, sociali presenti già nelle esperienze di costituzionalismo del dopoguerra (diritto di voto, libertà di espressione, diritto al lavoro, uguaglianza uomo-donna), nuovi diritti come il diritto all’informazione e il diritto dei disabili. Inoltre vengono rafforzati i principi di non-discriminazione, il rispetto della persona e della sua integrità fisica, morale e della vita privata. È chiaro che questa contraddizione si traduce nei fatti in continue forme di discriminazione. Diverse ONG infatti continuano a denunciare abusi, violazione della privacy e il ricorso frequente al test anale, perpetrati dalle autorità nei confronti degli omosessuali o delle persone sospettate di esserlo.

La ragione di questo ritardo nel consolidamento del rispetto dei diritti umani può essere spiegata, in parte, sia da motivi politico-sociali che strutturali.La Tunisia, infatti, rappresenta una delle esperienze post-rivoluzionarie maggiormente positive della regione nordafricana tuttavia, nel processo di transizione, ha avuto un peso determinante il partito islamista Ennahda, che alle elezioni del 2011 aveva ottenuto una buona percentuale di consensi. Nonostante il tentativo di promuovere la Shari’a, come fonte di diritto, però, fu costretta a cedere alle pressioni delle forze laiche del Paese, rinunciando in ogni caso alle pretese più estremiste. Questo in parte ha gettato le basi di un sistema costruito sul compromesso che deve ancora delinearsi.

La seconda ragione invece è conseguenza della prima e, in certo senso, anche causa. La Tunisia, infatti, non è ancora riuscita a portare al termine il suo processo di transizione ed è fortemente in ritardo nell’istituzione della Corte Costituzionale. Ed è proprio la mancanza della Corte, prevista dalla carta tunisina, a favorire la sopravvivenza di tutte quelle norme che continuano a rallentare il progetto democratico tunisino iniziato 9 anni fa. È arrivato il momento, tuttavia, per il Paese, di decidere da che parte stare. Per un maggiore approfondimento si rimanda alla lettura dell’analisi pubblicata il 30 Gennaio. https://iari.site/progetto-democratico-tunisino-non-puo-andare-avanti-senza-la-corte-costituzionale/

 

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Giusy Monforte

Giusy Monforte

Laureata in Scienze Politiche a Catania, si specializza in Studi Internazionali all'Orientale di Napoli prestando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo aver svolto un tirocinio presso la rivista di geopolitica Eurasia, ha collaborato con la rivista di teoria e politica Pandora, con il quotidiano di approfondimento politico L'Indro e con "Russia2018". Attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Osservatorio Russia e per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali.
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