La Task Force TAKUBA integrerà le operazioni già attive in Sahel o sarà solo uno strumento per mantenere il controllo francese nella regione?

La forza multinazionale di contrasto alla minaccia terroristica in Sahel, denominata Task Force TAKUBA, aveva già ottenuto il pieno sostegno della coalizione composta da Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Mali, Paesi Bassi, Niger, Norvegia, Portogallo, Svezia e Regno Unito dopo la videoconferenza del marzo scorso. Lanciata ufficialmente in quell’occasione si è previsto sarà ufficialmente e pienamente operativa nel 2021. Nel frattempo, si procede a perfezionare l’organizzazione interna della forza. Si potrebbe pensare ad una Task Force istituita unicamente per dare supporto alla Francia, eppure si ipotizza che il comando della stessa cambierà a rotazione semestrale.

La Francia ha espressamente richiesto l’aiuto italiano. Nelle nuove disposizioni sulle missioni internazionali per il 2020, per la prima volta l’Italia ha autorizzato a partecipare con propri mezzi e personale militare alla forza multinazionale. Come espressamente indicato dalle disposizioni ufficiali, l’Italia parteciperà con un contributo di 200 unità militari, 20 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei (con quattro elicotteri da trasporto UH -90 e quattro elicotteri d’attacco AH-129D MANGUSTA). Pare che i mezzi inviati siano stati individuati come i più adatti a competere con i gruppi di ribelli armati tuareg che si muovono agilmente spostandosi tra Algeria, Libia Niger, Mali, e Burkina Faso.

La forza multinazionale TAKUBA si inserisce in un nuovo quadro operativo strategico che riunisce “sotto comando congiunto” l’Operation Barkhane (2014) e la Force conjointe du G5 Sahel (2017) – operazioni create e autorizzate dalle Nazioni Unite, tra gli altri motivi, per integrare l’azione della missione MINUSMA – è finalizzata a coordinare meglio la lotta di contrasto al terrorismo, ai flussi di traffici e ai flussi migratori illegali. In questo modo, l’idea è essenzialmente quella di rafforzare gli sforzi militari nelle aree di confine del Mali, del Burkina Faso e del Niger. Annunciata nel 2019 dal Presidente francese, ha assunto il principale obiettivo di cambiare metodo e prospettive nella lotta al terrorismo, aprendosi alla possibilità di stringere nuove partnership internazionali.

Durante il vertice G5Sahel di Pau, convocato il 13 gennaio 2020 dal Presidente Macron, dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, dal Presidente della Commissione dell’Unione Africana e dal Presidente del Consiglio europeo, si è concordata la nascita della “Coalizione antiterrorismo per il Sahel”. Insieme ai leader africani dei Paesi del G5 Sahel, si è così deciso di riunire le forze sotto un unico comando. Infatti, l’operazione Barkhane sembra stia perdendo la sua legittimità considerate le numerose vittime subite negli ultimi tempi. Episodi di fallimento che sono sempre più facilmente attribuiti all’incapacità delle forze francesi di garantire la sicurezza.

La necessità di creare una nuova struttura e di stabilire una nuova linea d’azione deriva dal crescente sentimento antifrancese, interno al continente africano, che aleggia tra le popolazioni locali a causa del progressivo deterioramento dei sistemi di sicurezza supportati dalla stessa potenza europea. Non bisogna dimenticare che la Francia ha mantenuto la sua influenza in molti Paesi africani anche dopo il raggiungimento dell’indipendenza post-coloniale di questi. Il retaggio coloniale ha determinato, dal 1980, la necessità di ricorrere ad interventi da parte delle potenze occidentali che proponevano piani di aggiustamento strutturale per risolvere le profonde crisi che hanno investito i governi africani successivamente ai molteplici tentativi falliti di realizzare la teoria delle “soluzioni africane a problemi africani”.

Questa relazione tra il paese europeo e le ex-colonie africane ha assunto, inizialmente, un’accezione del tutto positiva, difatti il Presidente ivoriano nel 1955 aveva utilizzato il termine “France-Afrique” per indicare l’importanza di mantenere uno stretto legame al fine di permettere agli Stati dell’Africa sub-sahariana di accogliere la sfida dello sviluppo. Tuttavia, in un secondo momento, il termine France – Afrique ha celato un significato totalmente negativo che pone l’accento sugli interessi francesi di mantenere il controllo militare nelle zone strategiche del continente, di mantenere un facile accesso alle risorse minerarie e petrolifere e di trarre vantaggio dalle cooperazioni economiche in favore delle multinazionali francesi presenti nel continente (per multinazionali si intendono principalmente le grandi imprese francesi che fanno parte del CAC40). Per non parlare dell’influenza monetaria esercitata su alcuni governi del continente.

Nella capitale del Mali, hanno cominciato ad insorgere manifestazioni contro il governo maliano ma anche contro quello francese, accusato di essere implicato negativamente e di “fare il doppio gioco”, soprattutto perché quest’ultimo supporta ancora la carica di un presidente che sembra ormai non avere più un ampio consenso.

Alcuni hanno persino pensato che la Francia abbia avuto delle complicità con i gruppi armati e questo spiegherebbe come mai l’esercito francese presente in Africa, nonostante sia sempre stato ben equipaggiato, ampiamente finanziato e nonostante abbia goduto del supporto di altre potenze occidentali esterne, non sia mai riuscito a sconfiggere i terroristi jihadisti.

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