L’importanza strategica della penisola coreana spiega l’entità della débâcle subita dalla superpotenza. La nuclearizzazione di fatto di Pyongyang ha da tempo cancellato il suo massimo proposito di arrivare alla Cina via Corea. I progressi nucleari e missilistici del regime nordcoreano rischiano di varcare anche l’ultima linea rossa portando la minaccia nucleare direttamente sul suolo americano. Nei prossimi mesi la tensione è destinata a salire. Gli Usa chiamati ad agire potrebbero tergiversare. Tra engagement diplomatico e azione militare, Washington potrebbe dover imparare a convivere con una Corea del Nord nucleare.



Le notizie trapelate lo scorso aprile sulla scomparsa per tre settimane del leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) Kim Jong Un dalle scene pubbliche hanno alimentato voci e speculazioni sul suo grave stato di salutee sugli impatti di una eventuale sostituzione al vertice nell’equazione strategica Usa-Cina-Corea, sempre più determinata dalle azioni di Pyongyang.

L’eventuale dipartita di Kim priverebbe il regime di un capace tattico abile a giocare sul crinale follia-lucidità e a muoversi con una imprevedibilità superiore a quella del suo interlocutore. Rallenterebbe il programma nucleare e missilistico a causa dell’incertezza interna. Ma non produrrebbe un capovolgimento strategico da parte di un regime che non rinuncerà all’arma atomica, unica polizza assicurativa alla sua sopravvivenza contro attacchi esterni volti a un regime change. Unico strumento per conferire al Regno Eremita autonomia strategica e un peso internazionale, altrimenti pressocché nullo, per acquisire una posizione di forza nel dossier sulla riunificazione dell’intera penisola sotto il dominio dei Kim. Obiettivo di lungo termine del regime.

Dal punto di vista statunitense, poi, non cancellerebbe la disfatta subita dalla superpotenza nella partita nordcoreana. Fallimento collegato all’importanza strategica che la penisola ha storicamente rivestito.

La sua posizione geografica, all’appendice della massa euroasiatica, l’ha resa nel corso della storia preda ambita dalle potenze regionali. Più volte soggiogata e invasa da cinesi e giapponesi. Perché una volta dominata essa costituisce un naturale ponte fisico attraverso il quale una potenza marittima (il Giappone ieri, gli Usa oggi) può trasferire dal mare alla terra un attacco verso la Cina portandosi al suo confine, frapponendosi e proiettando potenza tra essa e la Russia.

Obiettivo primario della superpotenza, svanito già sotto la precedente Amministrazione. Nel novembre 2016 Obama in occasione del passaggio di consegne al successore Trump indicava nella minaccia nucleare nordcoreana il principale problema di sicurezza nazionale del paese. La nuclearizzazione di Pyongyang ne impediva il massimo proposito, quello di privare la Cina del suo cuscinetto di sicurezza sul 38° parallelo visto come ponte fisico per trasferire il contenimento marittimo sulla terra al confine della Repubblica Popolare Cinese (Rpc).

Nel corso del 2017 il regime inizia a testare strumenti balistici intercontinentali (ICBM) come il Hwasŏng-14 (gittata di 10.000 km) e il Hwasŏng-15 (gittata di 13.000 km) e sottomarini lanciamissili balistici (SLBM) per dotarsi della massima capacità di deterrenza fondata sul “second strike”, in grado di portare un attacco diretto alle Hawaii, sede del Pacific Command (Pacom), e al territorio continentale nordamericano. Secondo un rapporto riservato dell’Intelligence, la RDPC aveva inoltre sviluppato anche la tecnologia per miniaturizzare una testata nucleare e poterla adattare ai missili balistici. Alla fine dell’anno, Kim dichiarava il completo sviluppo dell’armamentario nucleare nazionale.

La nuova Amministrazione era costretta a ripiegare sul piano tattico. A giocare in difesa. Ad arretrare la linea rossa. L’obiettivo della “denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile” era di fatto svanito. Il margine di manovra si riduceva drasticamente. Bisognava impedire alla Corea del Nord di dotarsi dei vettori in grado di trasportare la minaccia nucleare direttamente sul suolo Usa.

Il presidente Trump prometteva di scatenare “fuoco e furia”. Ad un passo dal veder superata anche la seconda linea rossa, nel mese di novembre spinge il Pentagono a preparare le opzioni per un attacco preventivo contro le installazioni nucleari, trovando la contrarietà dei militari. Il costo dell’attacco, gli spiegano, sarebbe stato immensamente superiore al suo ritorno. La carenza di una completa intelligence sulla localizzazione degli impianti nucleari e missilistici non ne avrebbero assicurato la totale eliminazione, ma soltanto ritardato lo sviluppo. Inoltre, Seul manifestava che si sarebbe opposta all’operazione negando il supporto logistico, arrivando a minacciare persino l’espulsione dei militari statunitensi. Consapevole di essere la prima vittima della rappresaglia dell’artiglieria convenzionale di Pyongyang che, direttamente puntata sulla capitale, avrebbe provocato milioni di vittime sul suo territorio.

Da qui l’apparente svolta. Acquisita una posizione di forza negoziale con i test missilistici eseguiti nel 2017, Kim si dimostrava attore estremamente razionale e decideva di passare all’incasso. Accettava l’invito americano di sedersi al tavolo diplomatico. Sospendeva ulteriori test e dal giugno 2018 partecipava a tre storici incontri con il presidente Trump, rompendo un gelo diplomatico che perdurava dalla Guerra di Corea. Fino alla storica, prima visita di un presidente Usa al di là della zona demilitarizzata (DMZ) il 30 giugno 2019.

Gli incontri, in realtà, si riveleranno meri artifici scenografici motivati dalle esigenze elettorali del Presidente Trump in vista delle elezioni di midterm del novembre 2018 e dalla necessità degli apparati di guadagnare ulteriore tempo per comprendere le reali intenzioni della controparte ed elaborare le possibili opzioni tattiche. A Singapore, nel 2018, Trump arriva a promettere che allenterà le sanzioni e sospenderà i giochi di guerra congiunti con la Repubblica di Corea (RoK), vero obiettivo del regime insieme al ritiro delle truppe Usa da Seul. Kim strappava una posticcia vittoria propagandistica ottenendo legittimazione internazionale ma nulla di più. Ignorando i reali meccanismi decisionali interni alla superpotenza dove scelte di tale portata strategica esulano dai volubili desideri del Presidente, spettando agli apparati federali la responsabilità di mantenere la continuità geopolitica del Paese.

L’attuale drammatica situazione interna del paese dovuta al combinato disposto di sanzioni economiche ed effetti della pandemia da coronavirus porterà Kim a indurire la sua posizione e a compiere nuove azioni provocatorie e test con ICBM, proseguendo lo sviluppo delle infrastrutture e delle capacità del sistema nucleare e di consegna a lungo raggio per rafforzare la sua immagine, esternalizzare la pressione sociale interna e proseguire la guerra psicologica nei confronti della Corea del Sud per minarne il supporto dell’opinione pubblica alla guerra per i costi umani che essa comporterebbe e per allargarne lo iato con gli Usa, alimentando le ansie sudcoreane sul futuro della deterrenza nucleare estesa.

Ad oggi, la completa denuclearizzazione della penisola, sancita a Singapore nel 2018, pare alquanto improbabile in quanto le parti non concordano sul suo significato e perseguono obiettivi strategici contrapposti. Ciò ha determinato sinora il fallimento dell’opzione diplomatica. Il regime, inoltre, ha  dato prova di poter resistere alle sanzioniinternazionali che colpiscono il 90% del suo export (carbone, minerale di ferro, piombo e prodotti marini, tessili e alimentari) e vietano le importazioni di petrolio e gas naturale e il commercio di armi, attrezzature militari, tecnologie dual use. Riuscendo ad attenuarne i danni trafficando in droga, conducendo attacchi cibernetici contro infrastrutture finanziarie ed eludendo una parte delle sanzioni attraverso triangolazioni con società cinesi, russe e singaporiane e grazie al commerciale ed energetico della Cina[1].

Messa di fronte ad una nuova escalation, la superpotenza sarà chiamata ad agire. L’ennesima, forse ultima, finestra temporale per un intervento militare preventivo potrebbe chiudersi presto. Alle prese con un dossier in gran parte compromesso e con una esplosione di malessere sociale e violenza interna, nei prossimi mesi Washington potrebbe riversare tanta violenza all’esterno conducendo uno strike con bombardamenti contro siti nucleari e missilistici.

[1] il 95% delle importazioni nordcoreane e il 62,5% delle sue esportazioni ha come fonte e destinatario la Cina. il 97% degli approvvigionamenti petroliferi del paese proviene da Russia e Cina, cfr. https://oec.world/en/profile/country/prk/#Exports 

Ma i limiti che sconsigliarono il blitzkrieg già nel 1993 e poi nel 2017 permangono tutt’ora. Inoltre, Trump probabilmente auspicherebbe riaprire la strada diplomatica per ottenere un qualche ritorno di immagine nell’anno elettorale. Sarebbe difficile per il Presidente che aveva promesso di “riportare a casa i soldati” e non di aprire nuovi fronti giustificare un intervento militare. Di più, una operazione militare, ancorché mirata, contro il regime distrarrebbe Washington dall’obiettivo primario di stroncare le ambizioni cinesi proprio nel momento in cui l’estrema debolezza di Pechino sembra fornire una finestra tattica per tramutare il contenimento nel suo roll back con una offensiva a tutto campo.

Le prossime mosse dipenderanno da quale linea prevarrà all’interno degli apparati. Al momento sembra prevalere la linea del Dipartimento di Stato dove pare si stia lavorando sullo scenario di una convivenza con una Corea del Nord nucleare.

Tale opzione produrrebbe seri rischi geopolitici per gli Usa. Nell’immediato provocherebbe un danno d’immagine e un pericoloso precedente che incentiverebbe altri attori (vedi Iran) ad accelerare i loro programmi nucleari per usarli come strumento di potenza. Soprattutto, nel medio-lungo termine potrebbe determinare uno sconvolgimento dell’equilibrio strategico regionale. Provocando lo slittamento di Seul nella sfera di influenza di Pyongyang e l’espulsione dalla penisola della presenza militare Usa, nonché accelerando il definitivo abbandono del “pacifismo” giapponese e il suo riarmo (anche nucleare).

Probabilmente, gli Usa premeranno ulteriormente sul regime con una tattica di “massima deterrenza”. Implementando nuove sanzioni unilaterali (snapback). Ampliando il raggio d’azione delle esercitazioni militari aeronavali congiunte e ricostruendo il rapporto trilaterale con Seul e Tokyo. Rafforzando la cooperazione di intelligence all’interno dell’alleanza dei Five Eyes (Australia, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanda) allargata a Giappone, Corea del Sud e Francia. Senza escludere un embargo marittimo e operazioni segrete e cibernetiche preventive volte a interrompere e disabilitare la ricerca, i programmi e la produzione nucleare.

Per isolare e stritolare economicamente il regime e costringerlo a negoziare una riduzione/congelamento del programma missilistico. Con il rischio di ritornare al punto di partenza del “rompicapo” nordcoreano.

 

 

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