Con la fine della Guerra Fredda, la neonata Federazione Russa pareva essersi dimenticata dell’America Latina. L’arrivo di Putin alla presidenza, coincidente con l’elezione di alcuni governi latinoamericani posizionati a sinistra, ha riacceso l’interesse russo nella regione.

In Russia, poche settimane fa (25 giugno – 1 luglio) si è registrata la vittoria del SI al Referendum finalizzato ad apportare alcune modifiche alla Costituzione del 1993, voluto dal Presidente Vladimir Putin. Tra i 206 emendamenti proposti dalla nuova riforma, quello che più ha fatto discutere prevede l’azzeramento del numero di mandati del leader del Cremlino. Il nuovo emendamento permettere ad un politico di detenere la presidenza solo per due mandati – e non più “due consecutivi” – ma per chi detiene già la presidenza è previsto il cosiddetto “azzeramento” dei mandati. Questo dà a Putin la possibilità di candidarsi alle presidenziali del 2024 e del 2030 e quindi, potenzialmente, di rimanere al Cremlino fino al 2036.

Cosa significa questo per l’America Latina?

L’ URSS in America Latina

Nella prima metà del XX secolo, l’allora Unione Sovietica non considerava l’America Latina come aria prioritaria della sua politica estera, tenendo in conto la lontananza geografica e le poche occasioni utili per intromettersi nel continente. Non bisogna dimenticare, infatti, la c.d. Dottrina Monroe del 1823 che rese pubblica l’intenzione del governo statunitense di non accettare ulteriori intromissioni delle potenze europee negli affari del continente americano. L’emanazione di questa dottrina trasformò, negli anni, gli Stati Uniti in “sorveglianti” dell’indipendenza americana, permettendo loro di avviare una fase espansionistica ed abusando, per un lungo periodo, del ruolo di garante della sicurezza del continente[1]. In questo modo l’America Latina diventò il “cortile di casa” di Washington, ovvero un’area di interesse strategico statunitense.

La prima vera possibilità che ebbe l’Unione Sovietica di invischiarsi negli affari latinoamericani ci fu nel 1959 con l’inizio della Rivoluzione Cubana che ebbe l’effetto di trasformare La Habana in un grande alleato sovietico. Da quel momento in avanti l’URSS si impegnò a sostenere tutti i regimi di izquierda della regione. Con la fine della Guerra Fredda, però, l’influenza sovietica iniziò a diminuire sempre più: dati i problemi economici che imperversavano nella neonata Russia ed il desiderio iniziale di questa di cooperare con le potenze occidentali, per la maggior parte degli anni ‘90 l’ex URSS restò assente politicamente ed economicamente in America Latina, non avendo alcun interesse nel bilanciare, attraverso il sostegno ai regimi alleati dell’emisfero occidentale, il potere statunitense.

 

 

 

 

La presidenza di Vladimir Putin

A partire dal 2000, con l’arrivo di Vladimir Putin alla presidenza della Federazione Russa inizia ad essere evidente una trasformazione della politica estera del Cremlino. Dopo anni di atteggiamento votato alla cooperazione, si assiste ad azioni di volta in volta più aggressive, che avevano – ed hanno – l’intento di riportare il Paese a ricoprire lo status di ‘grande potenza’.

Il tema principale sul quale si basa l’agire della politica estera russa è la denuncia dell’esistenza di un mondo unipolare, guidato dagli Stati Uniti e dall’Europa. Con questa premessa, il ruolo dell’America Latina si riconfigura come uno degli obiettivi centrali della nuova politica di Putin. È possibile notare ciò nel Foreign Policy Concept Of The Russian Federation” – approvato dallo stesso Presidente – nel quale si asserisce che la Russia continua ad essere impegnata nel rafforzare le relazioni con gli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (ALC), tenendo conto del ruolo crescente di questa regione negli affari globali,  cercando di consolidare i legami nell’ambito di forum internazionali e regionali, ampliando la cooperazione con le associazioni multilaterali e le strutture di integrazione latinoamericane e caraibiche.

L’importanza dell’America Latina per la Russia è data soprattutto dalla vicinanza geografica di quest’ultima agli Stati Uniti. La strategia politica di Putin, che si fonda sulla percezione di aver restituito al Paese il ruolo di potenza globale, fa emergere gli Stati Uniti come principali rivali (fonte Nuso.org). Le attività ed i rapporti della Russia con i Paesi latino americani offrono ai media locali la possibilità di disegnare Mosca come una potenza in ascesa, capace di affermare la propria presenza anche nel ‘cortile di casa’ degli Stati Uniti.

L’idea di Putin è quella di agire come una ‘spina nel fianco’ nella strategia di Washington, che dopo anni di assoluto controllo sulle Americhe, si ritrova a vedere erosa la propria leadership. L’America Latina si ritrova in questo modo ad essere, suo malgrado, uno dei tanti fronti nei quali Russia, USA (e Cina) si affrontano per l’espansione delle rispettive sfere d’influenza.

La complicità latino americana

 

In America Latina Putin ha potuto contare su numerosi alleati desiderosi, come lui, di trasformare in realtà l’idea del mondo multipolare; in particolare: Raúl Castro, Hugo Chávez e Daniel Ortega – personaggi principali del cosiddetto “giro hacia la izquierda[2]. Al riguardo però bisogna sottolineare che il Presidente russo, in quanto fautore di una visione e di una politica molto pragmatica ha stretto relazioni anche con altri governi della regione (esempio ne è il Brasile che fa parte dei BRICS) – diversamente dalla logica della Guerra Fredda che vide l’URSS sostenere soltanto le amministrazioni che si dimostravano essere filo-comuniste (fonte BBC).

 

 

Effettivamente Russia ed America Latina insieme potrebbero favorire la creazione di un polo alternativo – in un ipotetico nuovo ordine internazionale – sommando le riserve di energia, gas e petrolio, capitale umano istruito ed innovazione tecnologica. Studi contemporanei[3] mettono in evidenza che se in passato sono stati evidenziati gli aspetti politici delle relazioni tra la Russia e i paesi dell’America Latina, ora sono più visibili le opportunità economiche, soprattutto per quanto riguardal’apertura dei mercati e la promozione degli scambi, sia per l’industria della difesa e del settore energetico, sia per far fronte alle sanzioni imposte dall’Occidente e agli squilibri economici internazionali – ovvero il prezzo del petrolio. Se questa tendenza dovesse continuare, l’America Latina attirerebbe sempre di più ingenti investimenti russi, a vantaggio delle imprese private della regione. La Russia, da parte sua, continuerebbe a fomentare l’anti-americanismo aumentando ancora di più la vendita di armi e tecnologia militare ai Paesi latini.

 

Oltre Cuba

La dimostrazione dell’interesse russo nel panorama latino americano è evidente dai recenti avvenimenti che hanno coinvolto non solo “la vecchia amica e partner fedele” Cuba, ma anche Venezuela e Bolivia. A febbraio di quest’anno, il Cremlino ha concesso a L’Avana un prestito di quasi un miliardo di euro, finalizzato a realizzare progetti congiunti tra i quali infrastrutture ferroviarie e l’ammodernamento dell’industria metallurgica ed energetica. Non è la prima volta che Putin corre in soccorso del governo di Miguel Díaz Canel. La partecipazione diretta di capitali russi nell’economia cubana ha contribuito ad alleviare la crisi economica, peggiorata negli ultimi anni a causa delle sanzioni statunitensi. Come prova dell’impegno russo si pensi anche che, nel 2014, il Presidente Putin – in visita sull’isola – cancellò il 90% del debito accumulato dal governo castrista nei confronti dell’Unione Sovietica.

Oltre Cuba però, i due progetti più importanti nella strategia russa in America Latina sono le crescenti relazioni bilaterali con Venezuela e Bolivia. In Venezuela, la Russia è il più grande alleato di Maduro. Dopo anni di intesa con il defunto presidente Hugo Chávez, i due Paesi hanno firmato una serie di accordi bilaterali volti a contribuire alla ripresa dell’economia venezuelana attraverso iniziative economiche basate sulla tecnologia e la partecipazione di aziende russe in tutte le aree di produzione strategiche del Paese. Ciò migliora la capacità venezuelana di resistere al pressing esercitato dagli Stati Uniti attraverso le sanzioni economiche. Questa apparente intesa tra Nicolás Maduro e Vladimir Putin nasconde un immenso debito – di quasi 3.1 miliardi di dollari – che il Cremlino aspetta di riscattare dal Venezuela. A seguito del giuramento di Juan Guaidò come Presidente ad interim, la Russia ha fornito, in diversi momenti cruciali, numerose manifestazioni pubbliche di sostegno a Nicolás Maduro, con le quali quest’ultimo è stato in grado di rivendicare il sostegno di un potente alleato ed aggiudicarsi quindi l’appoggio delle forze armate nazionali. Tuttavia, per quanto riguarda il settore economico, le società pubbliche russe hanno ridotto le loro attività in Venezuela per proteggere i loro investimenti, data la crisi che tormenta il Paese.

Il gioco di Putin in America Latina pare voler estendersi anche alla Bolivia, particolarmente legata al Cremlino sul fronte energetico – essendo il terzo Paese sudamericano per presenza di gas nel sottosuolo. Per questo motivo Gazprom (colosso russo di estrazione di idrocarburi) è presente nel Paese dal 2016, anno di inizio delle attività estrattive. All’intesa energetica si è poi aggiunto un accordo tra la russa Rosatom e la Agencia Boliviana de Energia Nuclear per la cessione a La Paz di tecnologie nucleari finalizzate a costruire centrali atomiche nel Paese. Questo ha portato la Bolivia ad iniziare dei negoziati anche sul fronte militare; la partecipazione russa aiuterebbe il Paese a modernizzare il proprio apparato difensivo.

Tuttavia, in termini generali, i maggiori partner commerciali della Russia nella regione non sono né il Venezuela, né Cuba, Nicaragua o Bolivia, bensì Brasile, Messico ed Argentina. Le importazioni russe sono concentrate soprattutto nel settore alimentare (carne, frutta e verdura), mentre la Russia esporta armi e attrezzature militari, petrolio, fertilizzanti, alluminio, ferro e carbone. Probabilmente la Russia non sarà mai in grado di competere con le cifre commerciali registrate da Stati Uniti e Cina nella regione. Nonostante ciò, non bisogna sottovalutare la sua presenza a sud del continente americano.

Conclusioni

La particolare posizione di Mosca nello scenario venezuelano deve essere analizzata tenendo in considerazione la sua volontà di assicurarsi un posto nel panorama internazionale. È molto probabile che Putin voglia a tutti i costi evitare il rovesciamento di un regime autoritario: il sostegno statunitense a Guaidò ostacola la fiducia di Putin nella ‘sovranità illimitata’ e quindi nella possibilità dei presidenti di usare la forza per restare al potere. Al riguardo, la Bolivia ha riservato un duro colpo d’immagine per il Cremlino. La fuga del presidente Evo Morales, nel novembre del 2019, ha gettato il Paese nel caos più totale. Questo avvenimento è da considerare come un successo d’immagine per gli Stati Uniti. La visione delle rivolte popolari contro un presidente socialista, accusato di essere diventato un dittatore, lascerà il segno nel resto del continente – o almeno questo spera Washington, al contrario dei russi (e dei cinesi) che temono il vuoto di potere generatosi nel Paese.

 

Si tratta di un momento delicato per Vladimir Putin. Come detto precedentemente, i risultati della politica estera russa sono strettamente legati con la popolarità in patria. Reduce dalla vittoria del referendum costituzionale si trova, però, a fare i conti con problemi politico-militari in tre ambiti molto delicati: Siria, Libia e la vicina Ucraina. Senza dimenticare la crisi economica sofferta dai cittadini russi e peggiorata dalle conseguenze del Covid-19. Pur non avendo molto da guadagnare nel settore commerciale, l’intenzione di Putin pare quella di voler sfruttare la posizione geostrategica dell’America Latina per contrastare l’influenza statunitense e riposizionare la potenza russa nel mondo.

Note

[1] P.F. GALGANI. America Latina e Stati Uniti. Dalla dottrina Monroe ai rapporti G.W.Bush e Chavez, Franco Angeli,Milano, 2007

[2] Letteralmente ‘svolta a sinistra’: si usa per indicare il periodo di tempo intercorso tra 1998 e il 2015 durante il quale si sviluppò il c.d. populismo latino-americano.

[3] In particolare: P. GARCÍA, Rusia Y América Latina: Las Agendas Compatibles Hacia El Futuro (Russia and Latin America: Compatible Agendas into the Future) (February 11, 2014). OASIS No. 17, 2012, Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=2394131

 

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