L’equilibrio di potenza in Medio Oriente si è rotto e una fragile preponderanza persiana è emersa. A prescindere dall’accordo, l’egemone mondiale non può accettare che una potenza revisionista scali la classifica della piramide delle grandi potenze e metta in pericolo gli interessi americani. Allo stesso modo l’afflato imperiale della repubblica islamica non si addolcirà facilmente. Capire la strategia americana e la strategia iraniana per comprendere cosa accade al loro intersecarsi è indispensabile.

Il Medio Oriente si sta surriscaldando da quando l’8 maggio 2018 gli Stati Uniti sono usciti unilateralmente dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), il trattato sul nucleare iraniano firmato da Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito (i 5 membri del consiglio di sicurezza) più la Germania e l’Unione Europea.

Innanzitutto per capire cosa gli Stati Uniti vogliono dall’Iran bisogna analizzare su quali basi hanno stracciato l’accordo sul nucleare, ovvero le sue debolezze, peraltro, in parte inevitabili dato che accordo vuol dire compromesso. Esse sono principalmente 2. La prima debolezza fu data dalla seria minaccia che l’Iran potesse arricchire l’uranio abbastanza da poter ottenere il nucleare per scopi militari nel giro di circa 2 anni. Divenne urgente impedirlo, o almeno rinviarlo. Molte clausole del JCPOA hanno una scadenza di 10 o 15 anni (ad esempio archiviazione e inutilizzo dei 2/3 delle centrifughe per 10 anni).1 I detrattori dell’accordo sottolineano che dopo questo periodo il problema si ripresenterebbe, sempre se l’Iran non sia riuscito lo stesso a sviluppare il nucleare al di fuori delle rilevazioni dell’Agenzia Atomica Internazionale.2 La seconda grande debolezza è che l’accordo non prevede condizionalità sul comportamento iraniano al di fuori della questione nucleare. Ciò ci porta a considerare lo stato del Medio Oriente oggi, il classico ruolo dell’egemone mondiale e l’inevitabile incrociarsi. Per quanto riguarda il primo punto, l’Iran ha sviluppato un’influenza importante lungo il corridoio Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut spaccando in due la regione e affermando un’instabile preponderanza. Per quanto riguarda il secondo, dovere strutturale e inevitabile dell’egemonia mondiale è impedire che sorgano potenze egemoni revisioniste nelle altre regioni del globo che possano mettere in discussione la primazia, in questo caso, americana. Dunque, obiettivi iraniani e americani non possono che incontrarsi e scontrarsi. In base a quanto detto, una debolezza dell’accordo è proprio quello di non mettere in discussione il corridoio imperiale predisposto da Teheran a difesa della sua profondità strategica. L’Iran ha continuato a rinforzare la sua influenza in Siria tramite le attività militari del suo proxy più fidato, Hezbollah e delle varie milizie sciite filo-iraniane. A Beirut l’influenza persiana poggia sulla forza sia militare che elettorale e politica di Hezbollah. L’Iran sarebbe stato a sua volta rinforzato dalla fine delle sanzioni e dal commercio internazionale con il resto del mondo.

I firmatari del JCPOA

Riguardo alla strategia dei due contendenti è necessario affermare il primo assunto: nessuno dei due ha inserito la guerra nella propria agenda. L’Iran non si potrebbe mai permettere una guerra con la più grande potenza militare al mondo, e gli Stati Uniti non hanno nessun interesse a una campagna militare sul terreno gettando nel caos totale un enorme territorio. L’interesse americano è prima di tutto contenere l’influenza iraniana attraverso la strategia della “massima pressione” basata su un innalzamento dei livelli di escalation alternata con sporadiche e apparentemente distratte aperture (es. prima della visita di Shinzo Abe a Teheran). Avendo spezzato l’equilibrio regionale, l’Iran spaventa Israele dato che quest’ultimo ha al proprio confine nord-orientale una Siria ancora non stabilizzata e nella quale il ruolo delle milizie sostenute da Teheran è ancora importante. Intanto l’Arabia Saudita è in una guerra logorante con le milizie sciite Houthi sostenute da Teheran. In qualche modo un Iran forte spaventa tutti, soprattutto attraverso i suoi tentacoli rappresentati dalle milizie sciite in Iraq e Siria, Hezbollah in Libano e Houthi in Yemen. A tal fine gli Stati Uniti hanno inserito i Pasdaran iraniani, cioè il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, nella lista delle organizzazioni terroristiche perché si sono resi fondamentali nella coordinazione delle milizie al di fuori del territorio persiano. Il primo strumento di pressione è rappresentato dalla re-imposizione delle sanzioni a tutto campo affinché l’Iran, economicamente piegato e con la piazza in rivolta, decida di mettersi al tavolo delle trattative da una posizione di assoluta debolezza. Se la strategia di Trump è questa, all’interno dell’amministrazione americana alcuni falchi di stampo neoconservatore, come l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, potrebbero essere disposti a mirare più in là, in particolare verso un regime change. Inoltre, la pressione è aumentata con l’invio verso il Golfo Persico di 4 bombardieri pesanti, una batteria di missili terra-aria Patriot e la portaerei USS Abraham Lincoln, con a bordo 40 cacciabombardieri; insufficienti per un’invasione, ma non per aumentare la tensione.3

Fonte: Limes

D’altra parte la reazione iraniana è totalmente opposta alle speranze americane. L’Iran asseconda l’escalation americana senza sottomettersi, basandosi sulla convinzione di un bluff americano.4 I 2 sabotaggi alle petroliere nello stretto di Hormuz il 14 maggio e i 13 giugno, in caso di responsabilità (per niente accertata) iraniana, potrebbero rispondere al tentativo di smascherare la retorica guerrafondaia statunitense e la non disponibilità di andare davvero alla guerra. Tuttavia anche le mosse iraniane mirano a un futuro accordo. Se l’iniziale “pazienza strategica” iraniana fosse dovuta alla speranza che il sistema alternativo al dollaro INSTEX entrasse in funzione e attenuasse le sanzioni americane, la titubanza europea ha portato a una tattica più assertiva, virando verso un confronto serrato con gli Stati Uniti, ma sempre in un’ottica di accordo futuro. Infatti recentemente il portavoce dell’agenzia atomica iraniana ha annunciato che l’Iran supererà il limite di arricchimento dell’uranio consentito dal trattato entro 10 giorni.5 E’ una mossa puramente negoziale dato che si tratta da un lato di un modo per preservarsi strumenti negoziali per il futuro, i quali non rappresenterebbero una proposta credibile nel caso fossero ancora in vigore6, e dall’altro per compellere i paesi europei a implementare INSTEX. Attraverso questa fiera opposizione, l’Iran punterebbe ad alzare il prezzo che gli americani richiederanno per portarlo di nuovo al tavolo.7 Avendo compreso la strategia americana, la potenza persiana la sta riproponendo alle sue condizioni con l’identico ma ribaltato obiettivo americano: arrivare al prossimo tavolo negoziale da una posizione di forza. Date le intenzioni e gli interessi dei due rivali la guerra è uno degli scenari più improbabili. Tuttavia il confronto tra le due strategie vira naturalmente verso un montare delle tensioni e dell’escalation verbale e non solo. Il pericolo maggiore è che stiano giocando al cosiddetto brinkmanship, ovvero la tattica del rischio calcolato, per il quale per ottenere una concessione dalla controparte bisogna portare fino all’orlo dell’abisso affinché si pieghi psicologicamente. Se giocata in due si parla di gioco del coniglio, esemplificato da una corsa verso un abisso nella quale tutti e due i giocatori sperano che sarà l’altro a ritirarsi.

Cedere per gli Stati Uniti significa tornare al JCPOA o comunque a un negoziato, e Tener duro continuare e aumentare la politica di massima pressione; Cedere per l’Iran significa ridurre la propria influenza e accettare condizioni più dure sul proprio nucleare, e Tener duro è non ridurre il proprio peso nella regione e puntare al ritorno al JCPOA o ad un accordo migliore.

Il punto è che potrebbe rendersi necessario che qualcuno perdi la faccia pur di non andare alla guerra. Tuttavia, ci sono ancora margini per riprendere a dialogare. La stessa politica di Trump in Nord Corea potrebbe suggerire una disponibilità di tornare a negoziare senza precondizioni. Il presupposto è un cambio di tono e di politica. Trump, consapevole del fallimento della propria politica, potrebbe utilizzare espedienti retorici, ad esempio sostenere che le autorità persiane abbiano compreso la forza americana, e dunque la necessità di rispettarla, per strappare un accordo sbandierato come migliore del precedente. Inoltre bisogna tenere in conto i cambiamenti all’interno dei rispettivi paesi. Se Trump non dovesse vincere il secondo mandato, un presidente democratico, stando alle dichiarazioni di alcuni candidati, potrebbe essere più disposto al confronto 9. In Iran invece, il presidente moderato Rohani potrebbe avere difficoltà a resistere alle pressioni dell’Ayatollah Ali Khamenei, capo-fila delle critiche conservatrici al governo. In ogni caso, anche se dovesse avverarsi lo scenario peggiore, ciò necessiterebbe di anni che saranno probabilmente intervallati da aumenti di tensione, aperture e nuove trattative. Dalla guerra siamo ancora lontani.

1) M. Gordon, D. Sanger, Deal Reached on Iran Nuclear Program; Limits on Fuel Would Lessen With Time, The New York Times, luglio 2015, indirizzo web: https://www.nytimes.com/2015/07/15/world/middleeast/iran-nuclear-deal-is-reached-after-long-negotiations.html

2) M. Keval, Pros and Cons of Iran Nuclear Deal, Coursework for Stanford University, maggio 2018, indirizzo web: http://large.stanford.edu/courses/2018/ph241/keval1/

3) R. Bongiorni, Tensione con l’Iran, gli Usa mandano missili Patriot e altre forze. Si avvicina davvero una guerra?, ilsole24ore, maggio 2019, indirizzo web: https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2019-05-11/nucleare-tensioni-usa-iran-portaerei-americana-il-golfo-persico-104606.shtml?uuid=AC3kSjB&refresh_ce=1

4) D. Fabbri, Il Medio Oriente degli USA, Il mondo questa settimana, Limes, giugno 2019, indirizzo web: http://www.limesonline.com/notizie-mondo-questa-settimana-iran-petroliere-hong-kong-moldova-lula-sco/113060

5) P. Hafezi, S. Holland, U.S. denounces ‘nuclear blackmail’ as Iran plans to breach uranium limit, Reuters, giugno 2019, indirizzo web: https://www.reuters.com/article/us-iran-nuclear/u-s-denounces-nuclear-blackmail-as-iran-plans-to-breach-uranium-limit-idUSKCN1TI0SP

6) F. Petroni, Iran e nucleare, Il mondo oggi, Limes, giugno 2019, indirizzo web: http://www.limesonline.com/notizie-mondo-oggi-17-giugno-hong-kong-proteste-joshua-wong-liberato-iran-nucleare-rete-elettrica-russia-usa-base-galapagos/113088

7) A. Yaldin, Iranian strategy and the current crisis, Australia/Israel & Jewish Affairs Council, Maggio 2019, indirizzo web: https://aijac.org.au/australia-israel-review/iranian-strategy-and-the-current-crisis/

8) G. Palazzo, La teoria dei giochi nella scacchiera internazionale, Starting Finance, luglio 2018, indirizzo web: http://www.startingfinance.com/la-teoria-dei-giochi-nella-scacchiera-internazionale/

9) B. Harris, 2020 Democrats vow to re-enter Iran nuclear deal, Al-Monitor, marzo 2019, indirizzo web: https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2019/03/2020-democrats-vow-reenter-iran-nuclear-deal-jcpoa.html

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: