Capisco bene che sarebbe più opportuno, come argomento di giornata, trattare l’esito del referendum tenutosi in Russia dal 25 giugno al 1° luglio 2020. Ma reputo che, per fare una disamina completa degli eventi e delle conseguenze che il 70% dei SI, possano determinare per le sorti future della politica della Federazione Russa e di Putin, bisogna aspettare ancora qualche giorno, onde evitare che presi dall’euforia giornalistica del commento immediato del risultato, si possa commettere qualche grossolano errore di valutazione.

Tolto il referendum, potrei trattare anche dell’eterna sfida alla migliore tecnologia militare che continua a coinvolgere USA e Russia. Ancora oggi, dopo mezzo secolo dalla fine della guerra fredda. Potrei scrivere dell’eterne spy stories che coinvolgono i due Paesi; ma per trattare questo argomento, da buon analista, dovrei conoscere ogni dettaglio delle singole vicende, motivo per cui mi riservo di trattare l’argomento “ponte di spie” quanto prima. Insomma, quando si parla di Russia gli argomenti di certo non mancano e possono essere tra i più disparati e vari. 

Reputo più opportuno che oggi sia il caso di trattare della statua eretta nella città di Rzhev, a Tver Oblast. In un periodo storico nel quale si è deciso di fare la guerra alle statue, nel tentativo di abbonire il passato, la Russia invece, decide di andare totalmente (e giustamente ndr) contro corrente.  La scultura è di bronzo, alta 25 metri e si erge su una base di 10 metri, finanziata in parte con donazioni pubbliche  è visibile da chilometri di distanza e raffigura un soldato dell’Armata Rossa, che solennemente sta in piedi, tenendo stretta una pistola tra le dita. Il volto non è fiero, come di solito appare in opere o raffigurazioni simili, ma sembra assolto nei propri pensieri. Il motivo lo capirete a breve.

Ma che senso ha una statua raffigurante un soldato dell’Armata Rossa nel 2020?

Il significato è molto semplice,  anche se investito di una solennità unica. Il motivo per cui si commemorano tutt’oggi eventi risalenti alla Grande Guerra patriottica è quello di non interrompere  un vincolo  di sangue che si rinsalda di generazione in generazione e che, come un prezioso avere, si tramanda di padre in figlio.  La memoria storica in Russia non alberga solo nelle menti di chi ha vissuto un determinato evento o di chi lo studia sui libri di storia ma deve essere sempre visibile a tutti, dai bambini agli anziani, dai colti ai meno colti. La storia deve essere un punto di riferimento che accompagna il cittadino. In questo, la moderna Russia, è figlia prediletta della tradizione sovietica; come nell’antica Grecia o nella Roma imperiale le sculture rappresentavano eventi importanti o eroi fungevano da ispirazione per il cittadino della polis o dell’urbe, così anche in Russia il ruolo assolto è il medesimo.

Insieme alla statua, a Rzhev è stato costruito un intero complesso commemorativo in onore dei soldati della Grande Guerra Patriottica. Il luogo, ovviamente, non è stato scelto a caso e tutto il complesso,  voluto dallo stesso Presidente Putin in onore delle feroci battaglie – contro i soldai nazisti –  che si svolsero vicino alla città di Rzhev, dista a  210 chilometri da Mosca. Proprio in questi luoghi si combatterono le battaglie più sanguinose che l’Armata Rossa ebbe a fronteggiare all’interno del territorio sovietico, con perdite fino a 2,3 milioni di uomini; tanto che gli storici  russi hanno ribattezzato queste battaglie il “tritacarne Rzhev”. 

Dagli eventi scaturiti principalmente da questi luoghi, le forze tedesche cedettero e iniziarono la loro ritirata che poi si trasformò nella capitolazione finale di Berlino. Il sacrificio per la città fu enorme, tanto che la popolazione civile di Rzhev fu totalmente decimata. Prima della guerra Rzhev contava più di 56.000 persone; quando il 3 marzo 1943 i nazisti iniziarono la ritirata,  rimasero solo 150 persone. L’eroica resistenza della città valse a Rzhev nel 2007, il riconoscimento dello  status onorario di

Città della gloria militare per il coraggio, la resistenza e l’eroismo di massa, esibiti dai difensori della città nella lotta per la libertà e l’indipendenza della Patria.

A molti le vicende di Rzhev possono apparire come eventi appartenenti ad un lontano passato e il continuo glorificarli, per mezzo di statue o cattedrali,  può sembrare un’immensa messa in scena per legittimare, agli occhi del popolo, un potere, definito da molti, come autocratico e tirannico. Il punto però è differente, anzi, la prospettiva è differente. Nel mondo “occidentale”,  in queste ultime settimane  si sta volendo scendere in guerra contro il proprio passato, cercando di cancellarlo e di ignorarlo con atti che, personalmente, definisco barbari, sacrificando la nostra storia sull’altare della vergogna personale. La storia non è un copione di un film che può essere cambiato a nostro piacimento; la storia rimane lì e ci osserva, ci giudica e ci avverte, mettendoci in guardia dal non commettere nuovamente gli stessi errori del passato. 

In Russia questo lo hanno capito da tempo, motivo per cui si cerca di “educare” il cittadino a uno studio visivo della storia, ricordandogli che i benefici di una società moderna, libera e priva da tirannie è costata la vita a milioni di persone.

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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