Una stagione completamente nuova si avvicina ad Israele, con il progressivo cambio politico nei vari scomparti istituzionali. Con l’uscita di scena di Netanyahu, “Re Bibi”, una fase complessa ed intricata investirà i prossimi esecutivi, che dovranno cercare di ricomporre il tessuto sociale israeliano e garantire la sicurezza e la sopravvivenza stessa dello Stato d’Israele.

Tentativi di alleanze.

Neanche Netanyahu poteva immaginare che “la vittoria più grande della [mia] vita” potesse rivelarsi quasi un fallimento. Il tempo non ha giocato certamente a suo favore, considerando il rallentamento delle procedure di spoglio dovuto all’emergenza corona virus. Probabilmente, non gli gioverà neanche il rinvio, causa coronavirus, del processo, data la proposta al Knesset, da parte di Gantz e Lieberman, di evitare ad un politico sottoposto a processo di ricevere mandato esecutivo.

Nonostante, dunque, la coalizione di destra abbia raggiunto i 58 seggi (con Likud primo partito, a 36 seggi), la formazione di un nuovo governo targato King Bibi sembra essere ormai remota. Infatti, con il desiderio di Gantz di allargarsi al fronte di sinistra e ai partiti dell’Arab Joint List, è chiaro che tutti (o quasi) gli attori politici vogliano la destituzione di Netanyahu. Quanto più che, domenica 15 marzo, alcuni capi di partito, la maggioranza, hanno espresso al Presidente Reuven Rivlin la propria preferenza per Gantz.

Come si è arrivati a questo punto?

Per ben comprendere il ribaltamento avutosi nel giro di un paio di settimane, bisogna partire da un’alleanza chiave, creatasi tra Gantz e Lieberman, ago della bilancia dall’incipit delle elezioni israeliane e di tutte la politica governativa da un paio d’anni a questa parte. Alla guida del partito laico nazionalista, Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman si è sempre mostrato neutrale nei confronti degli altri due partiti maggioritari, non nascondendo comunque due cose di fondamentale importanza: la diffidenza nei confronti della politica di Netanyahu, che lo ha anche costretto a lasciare il partito, e la netta opposizione, che quasi sembra sfumare, ai partiti arabo-israeliani e alla loro partecipazione all’esecutivo. In questo momento, secondo Lieberman, “l’opzione peggiore sarebbero quarte elezioni”, lasciando dunque intendere la possibilità di allargare il nuovo governo alla Joint List a maggioranza araba.

Quest’ultima, pur sospettosa sia dell’uno che dell’altro candidato, avendo dimostrato più volte nel corso della storia piena opposizione al progetto palestinese (Lieberman ha ricoperto anche il ruolo di Ministro della Difesa dal 2016 al 2018), sembrano disposti ad appoggiare Gantz e favorevoli alle 5 condizioni di Lieberman, che puntano su una maggiore laicità dello Stato israeliano.

Un’alleanza di questo genere non è destinata certo a vita lunga e, forse, ha come unico obiettivo recuperare tempo per la definitiva uscita di scena di King Bibi. L’unione con i partiti arabo-israeliani non è vista di buon occhio da alcuni deputati di Blu e Bianco, partito di Gantz, che potrebbero di conseguenza decidere di abbandonare il progetto di governo; allo stesso tempo, la Joint List sembra non esser certa di allearsi col “diavolo”, timorosa di perdere voti e supporto da parte degli arabo-israeliani che ricercano invece una soluzione più radicale al conflitto.

Arab Joint List: nuovo fronte d’opposizione.

Secondo alcuni, un maggiore schieramento da parte della Joint List significherebbe per quest’ultima la possibilità di conquistare più elettori, anche tra quelli che comunemente non esprimono la propria preferenza alle elezioni. Tutto sommato, le tre tornate elettorali non hanno scoraggiato il voto degli arabo-israeliani: il numero di seggi è infatti passato da 13 (settembre 2019) a 15 (marzo 2020). Ad esempio, nella città di Umm al-Fahm, nella regione araba di Wadi Ara, prossima alla Green Line, ovvero il confine internazionalmente riconosciuto di Israele, le percentuali di voto sono cresciute in maniera esponenziale. Dal 45% nell’aprile 2019, al 51% nel settembre 2019 fino ad arrivare al 63% delle scorse elezioni di marzo 2020.

Lo stesso leader della Joint List, Ayman Odeh, ha riscontrato nel crescente apprezzamento elettorale, anche da parte di ebrei che di fatto votano per la sua coalizione, una certa voglia di riscatto da parte degli arabo-israeliani e degli arabo-israeliti ed anche degli ormai disaffezionati alla politica del Labour Party israeliano. Propostosi, dunque, come piena alternativa alla sinistra tradizionale, Odeh ha mantenuto il podio e si è garantito l’appoggio e il sostegno di più di 20.000 nuovi elettori ebrei.

Certamente un ruolo centrale nel catalizzare la crescita dei voti per la Joint List è stato assunto dal Deal of the Century di Donald J. Trump, che ha di fatto allarmato la popolazione arabo-israeliana e palestinese per la volontà di trasferire alcuni villaggi nello Stato Palestinese e così strappare a circa 250.000 abitanti palestinesi la cittadinanza israeliana.

Non è certamente un passaggio semplice per la politica israeliana, fortemente sionista. La voce degli arabo-israeliani, captata dalla Lista Comune di Odeh, resta in ogni caso minimizzata nelle sfere istituzionali, data la continua e progressiva stigmatizzazione da parte di quasi tutti i leader politici. Primo fra tutti proprio Netanyahu, che attribuiva la propria vittoria, fino a pochi giorni fa, allo scarso peso elettorale e politico degli “arabi”. Lo stesso Lieberman ha più volte, nel corso degli anni, dichiarato l’illegittimità alla corsa elettorale da parte di taluni partiti arabi e addirittura che “[questi deputati andrebbero posti, ndr] davanti a un plotone di esecuzione, perché sono terroristi e nemici dello stato d’Israele”. In più di un’occasione, anche Gantz ha specificato che senza una maggioranza ebraica sarebbe impossibile per lui riuscire a costruire un governo solido ed effettivo.

È difficile, pertanto, riuscire a concepire un futuro certo, duraturo e luminoso per i rappresentanti e dunque per gli stessi arabo-israeliani, essendo le medesime strutture del potere dello Stato d’Israele fortemente sioniste.

Gantz: il nuovo Yitzhak Rabin.

Accordi di Oslo, 1993. In ordine da sinistra, Yitzhak Rabin (Israele), Bill Clinton (US) e Yasser Arafat (OLP)

Ciononostante, la minaccia di Gantz a Netanyahu di rivolgersi alla coalizione araba è diventata realtà con una rapida telefonata e un appuntamento per i leader della Joint List. Vi sono stati due tipi di reazioni a tale iniziativa del leader di Blu e Bianco: anzitutto, una sorta di nuova esaltazione da parte della lista araba e dello stesso Odeh, che ha incoraggiato Gantz ad andare avanti senza voltarsi indietro e di accettare, come unica conseguenza, la partecipazione della Lista al governo di coalizione; il secondo tipo di reazione è stato quanto mai doloroso per Gantz, che si è visto vittima di minacce di morte da parte non solo di ultranazionalisti ortodossi, ma anche degli stessi sostenitori di Netanyahu. Entrambe le reazioni hanno come filo comune la figura di Yitzhak Rabin, ex Primo Ministro israeliano, protagonista degli Accordi di Oslo del 1993, assassinato nel 1995 da un estremista di destra, proprio a causa dei tentativi di pace portati avanti nel corso degli anni.

Non possiamo dire con esattezza se Gantz possa effettivamente essere in continuità con le dure fatiche di Rabin, il quale, nonostante tutti i suoi sforzi, ebbe anche un ruolo principale sia durante la Prima Guerra arabo-israeliana che durante la Guerra dei sei giorni. Gantz, da parte sua, non si è mai schierato contro gli insediamenti illegittimi di Israele su territorio palestinese, uno dei nodi da districare più importanti per la risoluzione del conflitto. Non sono temi, certamente, di cui un “sionista” può facilmente discutere.

Altro punto interrogativo è certamente l’amministrazione statunitense che da qui a pochi mesi si vedrà insediata a Washington. Se da parte loro, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat avevano alle spalle, con tutti i suoi vastissimi limiti, l’amministrazione Clinton, con Segretario di Stato Warren Christopher, non è certo che una nuova amministrazione (forse targata Biden) o una rinnovata amministrazione Trump riescano in qualche modo a fermare i timori e le attese del Deal of the Century.

È altamente prevedibile che, anche laddove Trump dovesse perdere le future elezioni presidenziali, l’Accordo del Secolo venga mantenuto e ignorato, senza però mettere una fine agli insediamenti coloniali israeliani e all’agonia di tanti milioni di profughi palestinesi.

I tentativi di salvataggio di Netanyahu

Il Premier uscente ha cercato, nel corso degli ultimi mesi, di mettere al sicuro e di rinforzare le alleanze di Israele nel contesto Medio-orientale, che lo vede, in un certo senso, sempre più a rischio, dati gli equilibri precari della regione.

Una settimana prima delle elezioni, sono stati condotti due attacchi militari israeliani sulla Striscia di Gaza e nel sud di Damasco, entrambi con l’obiettivo di indebolire il Jihad Islamico di matrice sciita, partito politico militarizzato appoggiato sia da Hezbollah che dall’Iran e dal regime siriano di Assad e di cui Israele, nel novembre scorso, aveva già eliminato il leader militare, Baha Abu al-Ata. Ad indebolire ulteriormente il fronte palestinese, vi sono le reiterate divisioni nello scenario politico, su cui Netanyahu puntava molto. Hamas funge in questo momento da mediatore fra Israele ed Egitto, tanto da esser stato accusato da Mahmoud Abbas di esser finanziato dallo stesso Netanyahu.

Lo Stato d’Israele non sembra negare e, anzi, negli ultimi tempi sembra che Lieberman, nemico giurato di Gaza, abbia rivelato la missione in Qatar, su mandato governativo, del Generale dell’esercito e di alcuni ufficiali dei servizi segreti del Mossad e che tale missione abbia avuto per oggetto proprio il finanziamento di Hamas e dunque del mantenimento dello status quo.

Quali prospettive per Israele nel panorama Medio-orientale.

Lieberman e Putin, 2012 Credit: Eli Dassa / Ma’ariv

Sembra ormai scontato che Netanyahu non ce la farà a superare questa ennesima sfida elettorale, anche se non è certo che Gantz riesca a formare un nuovo governo. Oltretutto, le prospettive per Israele, nel panorama Medio orientale, sembrano infittirsi Ancora una volta, sembra opportuno analizzare in poche righe la politica di Lieberman, vero e proprio ago della bilancia nella politica israeliana. Lieberman, nato nell’allora Unione Sovietica (Moldavia) da famiglia ebraica, emigrato in Israele alla fine degli anni Settanta, sembra fortemente orientato “ad est”, verso la Russia. Ha più volte incontrato il Presidente Putin, del quale, non ha mai nascosto, di essere un simpatizzante.

Non è chiaro come questo possa poi tradursi in alleanza regionale, dato l’appoggio incondizionato di Putin ad Assad. È probabile, però, che una maggiore sinergia fra i due paesi possa portare ad una sorta di stabilizzazione, con il progressivo disimpegno di Assad per il Jihad Islamico.

In ogni caso, la sopravvivenza della Palestina, e del suo progetto, non sembra rassicurata dalla probabile uscita di scena di Netanyahu.

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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