In risposta al senso di “solitudine strategica” e per controbilanciare la sua inferiorità nella capacità militare convenzionale, l’Iran ha sviluppato strategie asimmetriche ed incrementato la sua profondità strategica.

Dopo la morte del generale iraniano Soleimani, tutti temevano lo scoppio di una terza guerra mondiale. La situazione era già incandescente a causa della strategia di massima pressione esercitata dalla presidenza statunitense che ha portato al ritiro sull’accordo del nucleare e la re-imposizione di sanzioni economiche.

Tuttavia, nonostante la poco chiara strategia di Trump verso l’Iran, lo scoppio di una guerra è altamente improbabile. L’Iran non ha la capacità di condurre una guerra di tipo convenzionale contro gli Stati Uniti. Come dimostrano i dati, la spesa militare iraniana è di gran lunga inferiore rispetto a quella dei suoi nemici regionali. Nel 2017, infatti, si registra una spesa militare annua di 16 miliardi, contro i 18,5 miliardi spesi da Israele (senza contare gli aiuti militari ricevuti dagli Stati Uniti) e i 76,7 miliardi da Arabia Saudita.
Inoltre, le numerose sanzioni internazionali, imposte sull’Iran dopo la rivoluzione islamica, hanno impedito di modernizzare l’apparato militare oltre all’esclusione da processi di trasferimento delle conoscenze in ambito economico, logistico e tecnologico.  

 Per ovviare a questa inferiorità, ha sviluppato delle strategie non meno efficaci nell’ infliggere ingenti danni agli Stati Uniti e causare vittime.
L’attacco alla base americana di al-Asad lo dimostra chiaramente, ma il fatto che ha scelto di colpire in modo da non provocare perdite di vita è significativo. Teheran ha voluto dimostrare agli Stati Uniti ciò di cui è capace, ha dimostrato che è in grado di scatenare una guerra a bassa intensità, ma non è ciò che vuole.
Come ha dichiarato il ministro degli esteri, Javad Zarif, via Twitter: “ l’Iran prenderà misure appropriate per la propria difesa, nonostante non cerchi la guerra, ma difenderemo noi stessi da qualsiasi aggressione”.

Quest’incapacità è unita ad un senso di profonda insicurezza, in un contesto regionale altamente instabile a causa di numerosi stati deboli o falliti e facilmente permeabili alle interferenze straniere.
Dopo l’esperienza della guerra contro l’Iraq, in cui presero parte tutti gli stati arabi ad eccezione della Siria, con l’obiettivo di contenere la rivoluzione islamica, e con il supporto militare e finanziario dell’occidente, l’Iran ha sviluppato una percezione di “solitudine strategica”.
Il modello iraniano, infatti, permeato di radicalismo, rappresentava una potenziale minaccia nel contesto regionale, in primis per la monarchia assoluta saudita, soprattutto a causa dei suoi continui appelli ai popoli musulmani oppressi di ribellarsi contro i governi corrotti e ingiusti.  

Gli eserciti dei suoi rivali regionali sono meglio equipaggiati e più efficaci, ma l’esercito della repubblica islamica, noto anche come Artesh, e ancora di più il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), hanno una superiore capacità asimmetrica, grazie alla quale riescono a mobilitare numerosi attori non statali sparsi nella regione.
In particolare, le forze IRGC, sono di fondamentale importanza. Fondate nel 1979, il loro scopo iniziale era quello di “custodire” l’ideologia rivoluzionaria e garantire la sopravvivenza della neonata repubblica islamica nella sua forma politica ed istituzionale, un esempio unico dal momento che attua una sintesi tra una componente islamica, data la supremazia della classe religiosa, e una componente repubblicana. Le Guardie della Rivoluzione sono di gran lunga più influenti dell’esercito regolare ed hanno il compito di mantenere la sicurezza interna ed affrontare le minacce esterne. Lo scoppio della guerra contro l’Iraq ha contribuito alla loro trasformazione, da gruppo paramilitare mal organizzato ad una formazione militare vera e propria dal forte carattere ideologico e patriottico. La loro evoluzione è dovuta ad una serie di fattori: in primo luogo, le opposizioni interne contro il governo centrale erano state neutralizzate, per cui la salvaguardia della repubblica non costituiva più una priorità; in secondo luogo, la drammaticità della guerra contro l’Iraq aveva reso necessaria la presenza di forze aggiuntive. Il loro ruolo, poi, è stato rafforzato con la presidenza di Ahmadinejad, iniziata nel 2005, e durante la quale i Pasdaran hanno ricoperto le più importanti posizioni all’interno del governo.
La conduzione delle operazioni non convenzionali è a loro attribuita, attraverso le Forze Quds, di cui Soleimani era a capo. È da attribuire a queste ultime il sistema di alleanze costruito negli anni, grazie al quale Teheran estende la propria influenza nella regione mediorientale. Noto come “asse della resistenza”, comprende la Siria di Bashar-al-Assad, Hezbollah, Hamas, milizie sciite in Iraq e gli Houthi in Yemen. 

Sviluppare una “profondità strategica

Al di là della retorica ufficiale, la Repubblica Islamica è ben consapevole delle sue capacità militari convenzionali, di gran lunga inferiori a quelle dei suoi nemici, Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. L’isolamento del paese nel sistema internazionale e lo scarso sviluppo dell’industria militare, a causa delle decennali sanzioni ed embarghi posti alle armi iraniane, hanno fatto sì che le uniche strategie possibili a disposizione di Teheran fossero la strategia della deterrenza, in cui un ruolo fondamentale è assunto dal nucleare e dai massici investimenti nel programma di missili balistici, e il warfare asimmetrico. Il programma di missili balistici rappresenta un’arma di deterrenza contro Israele, unico paese nello scacchiere mediorientale a non aver firmato il programma di non proliferazione sul nucleare, ma anche un importante elemento di dottrina militare.

In risposta al senso di “solitudine strategica” e per controbilanciare la sua inferiorità nella capacità militare convenzionale, l’Iran ha sviluppato strategie asimmetriche ed incrementato la sua “profondità strategica”, ossia sfrutta l’incapacità di stati deboli o in conflitto per garantire la sicurezza domestica. Inoltre, ha costruito una rete di partner e proxies per difendersi dalle minacce esterne, in linea con ciò che Teheran definisce “forward-defence policy” strategia per cui le potenziali minacce si affrontano fuori dai confini nazionali, attraverso proxy actors, approfittando di situazioni di conflitto altrove, senza danneggiare direttamente l’Iran e la sua popolazione. Ciò è ben illustrato dalle parole del generale delle Guardie della Rivoluzione Iraniana, Hossein Salami, che ha descritto gli eserciti iracheno e siriano come parte della “profondità strategica”, modo migliore per affrontare i nemici lontano dal territorio nazionale, permettendo, in questo modo, di massimizzare i benefici e minimizzare i rischi.

Questa strategia prende in considerazione quattro aspetti principali: l’uso di proxy, l’uso di droni, la guerriglia navale e il warfare cibernetico.
 Gli attacchi alle petroliere nel golfo dell’Oman nel giugno 2019 e l’attacco con droni contro due impianti petroliferi sauditi nel settembre dello stesso anno sono chiari esempi di questa tattica. Quest’ultimo è particolarmente significativo, non solo per le gravi conseguenze che ha avuto (ha ridotto di quasi la metà la produzione petrolifera del regno saudita), ma anche perché esplica un importante assunto: la difficoltà di provare chi sia veramente il colpevole.
La responsabilità è stata attribuita agli Houthi, con una tecnologia fornita dall’Iran, secondo gli USA. Ma ogni coinvolgimento è stato negato da Teheran.
Di conseguenza, appare evidente come una guerra non sia conveniente per nessun attore in campo, perché l’Iran, sebbene sia inferiore dal punto di vista militare convenzionale, possiede la capacità di scatenare una guerra di attrito con conseguenze inimmaginabili per l’intera regione.
Riprendendo le parole del comandante in capo dei Pasdaran, Hossein Salami, la strategia iraniana è, in linea generale, di tipo difensivo. Ciò significa che non iniziano una guerra, ma, se attaccati, risponderanno in maniera offensiva e senza pietà.

Fonti                                                                                                   

 

 

 
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Noemi Verducci

Noemi Verducci

Sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione MedioOriente. Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus. Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.
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