La dottrina Monroe, elaborata da John Quincy Adams e pronunciata da James Monroe al messaggio annuale al Congresso il 2 dicembre 1823, esprime l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. Monroe affermò in quel discorso che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato alcuna intromissione negli affari americani, ad eccezione delle colonie americane di proprietà europea, da parte delle potenze del vecchio continente.

Nel dicembre del 1823 il presidente americano James Monroe proclamò in un messaggio al Congresso un principio che si sarebbe rivelato fondamentale per la politica del suo Paese, passata poi con il nome di “dottrina Monroe”, nonostante fosse stata elaborata dall’allora consigliere di Stato John Quincy Adams

Il continente americano, disse il presidente statunitense il 2 dicembre 1823 al Congresso, non deve essere considerato come l’oggetto di una futura colonizzazione da nessuna potenza europea. Gli Stati Uniti non si intrometteranno negli affari interni europei ma considereranno alquanto pericoloso per la nostra pace e per la nostra sicurezza ogni tentativo da parte dell’Europa di estendere il suo sistema a qualunque area di questo emisfero”

Tale linea di condotta in politica estera nonostante avesse il pretesto apparente di difendere i popoli “americani” dall’imperialismo monarchico europeo, celava sotto il falso slogan “l’America agli americani” (o meglio “agli statunitensi”) la possibilità per il governo di Washington di avere mani libere nei territori immediatamente confinanti, avendo concepito così una politica che, nella pratica, sebbene avesse la veste di misura nata a difesa delle nuove repubbliche latinoamericane (da poco emancipatesi dal giogo coloniale), realmente nascondeva mire celatamente imperiali ed espansionistiche statunitensi.

Si è assistito così per tutto il perdurare del XIX sec., viste le continue ingerenze sulle politiche del continente latino americano, e durante il corso di tutto il XX sec., quanto la dottrina Monroe fosse divenuta uno dei capisaldi della politica estera statunitense.

La dottrina Monroe trova però una solida implementazione nel ‘900, quando non venne mai stata messa in discussione da nessun attore geopolitico o di rilievo internazionale, questo potrebbe attribuirsi o per le vittorie ottenute in entrambe le guerre mondiali dagli Stati Uniti o per la vittoria “ideologica-economica” nei confronti dell’URSS, che hanno contribuito a indirizzare le relazioni internazionali mondiali verso un mondo unipolare.

Nei primi anni 2000 però nello scacchiere geopolitico e delle relazioni internazionali qualcosa cambia, la Russia riemerge nell’arena globale come possibile competitor di rilievo e la Cina, dopo quasi un secolo vissuto da spettatore, entra prepotentemente (soprattutto grazie alla sua dirompenza economica) al tavolo delle grandi trattative internazionali. Per il paese del Dragone l’importanza acquisita nel corso degli ultimi due decenni nello scacchiere globale non è solamente riconducibile all’imponente ed importante exploit avuto in campo economico, ma è anche da ricondursi ad una estensione del comparto militare, tanto che oggi il governo di Pechino appare nella graduatoria come seconda nazione che spende parte del bilancio in spese militari

Come si può osservare il dato rilevante è lo straordinario aumento della spesa militare cinese, più che raddoppiata dal 2008 a oggi

Attualmente, data tale premessa, la Cina grazie alla propria solidità economica sul campo globale e gli ingenti investimenti in campo militare è l’unica potenza che potrebbe essere in grado di mettere in discussione (anche per fattori geografici data la vicinanza al continente americano) proprio la dottrina Monroe, linea di condotta che per quasi due secoli ha diretto la politica estera statunitense.

La contesa non è tardata a giungere, infatti seppur si tratti di un attacco ideologico da parte del governo cinese nei confronti di quello statunitense, ha di certo minato le storiche certezze che Washington nutriva nei confronti del continente Sud Americano. La provocazione viene lanciata dal portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, il quale ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa, avvalendosi dell’attuale situazione politica in Venezuela, che “le nazioni latino-americane sono paesi sovrani, in grado di decidere per proprio conto con quali stati collaborare. L’America Latina non appartiene a nessun paese e nessuno è il cortile di casa di nessuno”.

Inoltre ha proseguito dicendo che “La questione venezuelana deve essere risolta solo dal popolo venezuelano, la stabilità in Venezuela è nell’interesse non solo del paese, ma della regione”.

Tale dichiarazione per quanto possa essere solamente espressione di una condotta politica di un paese (in questo caso la Cina) circa la propria politica estera, demanda un chiaro messaggio agli Stati Uniti, messaggio accompagnato da una minaccia militare, che per quanto silenziosa, diventa sempre più crescente.

Il presidente cinese Xi già da diverso tempo ha avviato un piano di sviluppo e modernizzazione della flotta cinese, che limitatamente al Pacifico è attualmente in grado di competere apertamente con quella statunitense; il governo di Pechino per stabilire la sua egomonia vuole ripartire da quello che considera il proprio mare.

Non è ancora una potenza marittima su scala internazionale, come lo sono gli Stati Uniti, ma a breve potrebbe diventarla, un passo alla volta, ripartendo dalle coste del Pacifico, dove per decenni la strategia di Washington è stata quella del contenimento, se non di un vero e proprio assedio alla potenza cinese.

La Cina “ha già vinto”, titolava il New York Times, qualche mese fa, dove gli analisti si dichiaravano molto preoccupati dalla crescita della potenza navale cinese, secondo sempre esperti statunitensi, la Cina avrebbe un vantaggio insuperabile in un ipotetico scontro navale sulle coste del continente Sud Americano.

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