Quella appena trascorsa è stata una settimana piuttosto turbolenta per lo stato ebraico. Tra un escalation nel conflitto di prossimità con l’Iran e i suoi proxies che si vuole prossimo e il ricomponimento delle forze politiche nel fronte interno, Netanyahu ha dovuto concedersi gli straordinari nella già fitta agenda che la politica mediorientale impone. Cerchiamo di tirare le fila.

La tensione nel nord di Israele rimane altissima con il Comando settentrionale delle forze armate dello stato ebraico (IDF) messo in stato di allerta in luce di un contrattacco di Hezbollah auspicato dalle autorità del Partito di Dio ma ancora non pervenuto. Il leader di Hezbollah, il chierico Hassan Nasrallah, ha infatti promesso una pronta vendetta verso un bombardamento nel Sud del Libano da parte delle forze armate Israele; queste hanno colpito, tramite l’utilizzo di droni, un deposito di stoccaggio e costruzione di missili e armamenti indebolendo la capacità di Hezbollah di arricchire il già vasto bagaglio paramilitare. Israele ha rivendicato l’attacco rompendo la consueta prassi che vuole le autorità di Gerusalemme mantenere una certa vaghezza strategica rilanciando con un ambizioso e ulteriore attacco verso un compound di una milizia irachena delle Unità di mobilitazione popolare irachene filo-iraniane nel territorio di Baghdad oltre che colpire un installazione militare afferente ai Guardiani delle Rivoluzione in Siria. Tra le tre distinte operazioni militari, la prima ha suscitato una reazione più forte in quanto il governo libanese ha immediatamente solidarizzato con Hezbollah condannando l’aggressività israeliana, evocando la violazione della sovranità implicitamente fornendo luce verde a una ritorsione che Hezbollah non può non intraprendere rischiando di perdere la credibilità. Il presidente libanese, il cristiano maronita Michel Aoun, espressione di una coalizione cristiana sciita molto vicina agli interessi di Hezbollah ha parlato di una vera e propria “dichiarazione di guerra” mentre il primo ministro, Saad Hariri sta freneticamente agendo nei consessi diplomatici evocando un maggiore interesse della questione da parte delle autorità russe.

I nervi sono tesissimi da ambo le parti in quanto si rischia una perniciosa escalation che trascinerebbe l’arena mediorientale in un conflitto che nessun attore coinvolto certamente auspica. La recente assertività militare Israele è figlia della necessità securitarie dello stato ebraico che avverte la pressione e il radicamento in Siria, Iraq e Libano dei proxies dell’arcinemico iraniano. Senza scomodare l’ossessivamente citato “corridoio sciita”, Gerusalemme sta giocando una delicatissima partita a scacchi con l’asse della resistenza iraniano composto da assassini mirati, bombardamenti tattici, pressione diplomatica e prove di forza muscolari in modo da ribaltare l’equilibrio delle forze a suo favore oltre che ribaltare un accerchiamento sempre più soffocante. Dal feudo islamista di Gaza a Sud al confine settentrionale, egemonizzato dai paramilitari del partito di Dio, passando per una Siria e un Iraq a fortissima infiltrazione di milizie sciite khomeiniste, la possibilità di un conflitto su più fronti (una rievocazione dell’incubo del 1948 e della guerra dello Yom Kippur del 1973) agita i sonni dei decision maker israeliani impegnati in una frenetica attività diplomatica. Non solo necessità meramente pratiche in quanto Netanyahu, alla vigilia delle elezioni di settembre, accosta alla consueta retorica securitaria (un mantra nell’opinione pubblica israeliana) l’uso di una maggiore presenza muscolare di Israele che non intende in nessun modo essere un attore passivo nel caso di un offensiva islamista nei suoi confronti.

Parimenti alla controversa decisione sulle alture del Golan di inizio anno, l’attuale primo ministro offre all’elettorato un modello securitario e bellicista apparentemente vincente che ha tenuto fino ad ora discretamente al sicuro il territorio dello stato ebraico dalle iniziative ostili. Ma le cose potrebbero cambiare ad ogni direzione. Sul fronte Sud la striscia di Gaza sta vivendo un periodo di disordine e forte crescita delle cellule islamiste che fanno riferimento ad Al Qaeda, allo Stato Islamico e più in generale al salafismo. Di fronte al controllo asfissiante, alla cleptocrazia e al dirigismo di Hamas la popolazione gazawi sta sempre più virando le proprie attenzioni e il proprio supporto verso una miriade di cellule, bande armate e attori islamisti indipendentemente dai tentativi di contenimento della polizia politica di Hamas. Il recentissimo attentato contro un posto di polizia nel sud della striscia ha rimosso il mantello dell’invisibilità alle autorità palestinesi quanto a quelle israeliane vista la possibilità di ulteriori disordini e frammentazione del potere nella già travagliata striscia. Al nord, invece, aumenta la stretta di Hezbollah nei confronti di uno stato libanese sempre più fragile e imbelle. La recente presa di posizione antisraeliana di quasi ogni attore a Beirut è sintomatica della stretta militare, economica, politica e sociale che il “Partito di Dio” dispone nei confronti dell’ex Svizzera del Mediterraneo trasformatasi nell’ennesimo bersaglio delle nefaste iniziative iraniane. L’esperienza bellica nella guerra civile in Siria ha ulteriormente temprato le ottimamente armate e addestrate milizie del partito di Dio pronte a un conflitto asimmetrico potenzialmente devastante vista l’alta densità demografica ad ambo i lati del confine. In ultimo Israele percepisce il rafforzamento infrastrutturale e militare delle milizie sciite filo-iraniane in Siria e Iraq, del rinnovato esercito siriano e delle divisioni dei guardiani della rivoluzione che Teheran ha strategicamente piazzato a pochissima distanza dal territorio dello stato ebraico. Un progressivo rafforzamento militare che fa il paio con il soft power che Teheran prepotentemente riversa in Siria in una battaglia per i cuori e le menti dei siriani.

La pressione degli ayatollah è,infine, funzionale nell’attuale clima di ostilità, sanzioni e impasse diplomatico con gli Stati Uniti in un contesto in cui il settarismo si mischia con la geopolitica e la realpolitik. Stante in questo modo le cose quanto è possibile l’esplodere di un conflitto vero e proprio? Al momento, per quanto il livello della retorica sia altissimo, gli schieramenti siano definiti e il contesto di virulenta ostilità esclude ogni possibilità di trattativa difficilmente assisteremo a un escalation drastica in quanto nessun attore coinvolto nella disputa ha intenzione di sacrificare gli attuali guadagni o schieramenti messi in atto. Israele continuerà a operare bombardamenti, sabotaggi e operazioni controverse ad ogni latitudine che la sua strategia di sicurezza prevede; l’Iran aumenterà la pressione sulle autorità di Gerusalemme continuando a rafforzare le infrastrutture nel corridoio sciita mentre Hezbollah e Hamas condurranno operazioni di piccola entità per non offrire un “casus belli” pernicioso e mantenere un equilibrio precario in puro stile mediorientale.

Passata in sordina, invece, la freschissima decisione di Honduras e Nauru di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e spostare li l’ambasciata o l’ufficio rappresentativo. La scelta rivoluzionaria non giunge a sorpresa in quanto la nazione centroamericana e il piccolissimo atollo pacifico già si erano espressi favorevolmente a favore di Israele nei consessi della diplomazia internazionali. A pesare nella decisione, favorevolmente accolta da Israele e logicamente molto meno a Ramallah, il peso della comunità evangelica all’interno dell’opinione pubblica interna, la vicinanza di queste nazioni all’amministrazione americana e l’assertività economica di Israele a quelle latitudini. L’ufficio diplomatico honduregno verrà inaugurato oggi con la visita ufficiale del presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, che già in passato aveva lanciato segnali concilianti verso Trump e Netanyahu. Al momento sono pochissimi i paesi del mondo che hanno spostato l’ufficio diplomatico a Gerusalemme, riconoscendo in questo modo la città santa come capitale dello stato ebraico e tra questi spicca certamente gli Stati Uniti d’America. Un altro gigante che sta prendendo in considerazione di compiere questo atto rivoluzionario è il Brasile di Bolsonaro. Ancora una volta la personale simpatia dell’outsider brasiliano per lo stato ebraico, la crescente potenza demografica e sociale delle chiese evangeliche e la necessità di creare un asse di allineamento con la politica estera americana hanno un forte peso nella decisione controversa del presidente del Brasile. Una decisione annunciata ma ancora non pervenuta che rischia di aprire una finestra di possibilità e ulteriore divisione in ambito internazionale.

Le elezioni di settembre tra ricomposizioni, ascese e incognite

Da sinistra a destra: Benny Gantz; Ayelet Shaked, Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu

Se sul fronte esterno la situazione resta rovente nemmeno la politica interna israeliana è esente dalle consuete tensioni in luce dell’appuntamento elettorale sempre più vicino. Il primo ministro, Benjamin Netanyahu è impegnato in una sfiancante campagna di ridefinizione delle forze in campo che sta riscuotendo qualche successo. Di due giorni fa la notizia del ritiro dell’outsider Moshe Feiglin, leader del partito sionista di destra e libertario Zehut. Questo ha ritirato la sua compagine dalla corsa elettorale accordandosi con Netanyahu per un posto da ministro in una potenziale prossima amministrazione targata Likud e di fronte alla promessa che il futuro governo si dovrà impegnare nella legalizzazione della cannabis. Con il ritiro di Feiglin, Netanyahu ottiene un indubbia (per quanto piccola) vittoria nel suo tentativo di non frammentare il prezioso voto degli elettori di destra in vista dei recenti sondaggi che lo vedono appaiato (quando non potenzialmente sconfitto) dalla coalizione di centro Kahol Lavan del generale Benny Gantz. Gli israeliani si recheranno nuovamente alle urne a il 17 settembre per decidere il prossimo governo e la composizione del parlamento (Knesset) dopo aver già votato nel marzo di questo stesso anno.

Il rinnovo dell’appuntamento elettorale è frutto di un mancato accordo all’interno della variegata coalizione auspicata da Netanyahu e rivelatasi vincitrice alle urne anche se per un soffio. Stante la complessità dell’agone politico israeliano, il Likud si è trovato impelagato in fittissimi colloqui con le altre forze politiche che hanno superato la soglia di sbarramento dialogando con forze di destra, nazionalisti e partiti espressione della minoranza Haredim ultraortodossa. Proprio una “querelle” tra questi ultimi e il falco ed ex ministro delle difesa Avigdor Lieberman sulla questione delle leva obbligatoria per gli studenti delle yeshivot religiose, ha fatto scattare la crisi di fronte all’indisponibilità al dialogo. Impossibilitato a raggiungere una maggioranza, privato del sostegno dei partiti religiosi e della formazione politica russofona di Lieberman, Netanyahu ha accettato a malincuore la possibilità di ripetute elezioni. Da marzo a settembre il panorama politico si è costantemente modificato e ad oggi è ancora più incerto il futuro del primo ministro. Nel luglio è nata, infatti, Yamina una coalizione di partiti di destra ed  estrema destra contenente la Nuova Destra di Ayelet Shaked, la Casa Ebraica di Rafi Peretz e L’Unione Nazionale – Tkuma di Bezalel Smootrich che promette di rivoluzionare il panorama politico dello stato ebraico. Ayelet Shaked, 40enne nazionalista laica è la l’astro nascente della politica israeliana; in passato già segretaria per Netanyahu e il Likud oggi trascina dietro di sé una coalizione di forze di destra religiose sioniste, fortemente nazionaliste, contrarie ai processi di pace e molto vicina agli interessi degli ormai 400.000 coloni in Cisgiordania (Giudea e Samaria secondo la narrativa ebraica). La dinamica coalizione Yamina nasce per intercettare, unificare e capitalizzare il voto degli elettori di destra ma anche per porre una decisa pressione sul Likud trascinando ulteriormente a destra la narrativa politica dello stato ebraico.

Cosi come a destra anche a sinistra qualcosa sembra cambiare. Dopo il tonfo elettorale dei laburisti alle elezioni di marzo (6 seggi, una sconfitta bruciante) l’ex sindacalista Amir Peretz ripropone la coalizione tra i laburisti e il partito liberale e centrista Gesher riportando la sinistra nell’agone politico, rilanciando il dialogo con il settore demografico arabo, la necessità di riforme economiche in chiave socialista e contrapponendo un pragmatico dialogo di fronte alle presunte politiche di esclusione messe in atto dalle amministrazione di destra. Segnali di accordo, in ultimo, anche dal già menzionato settore arabo con la rievocazione della “Lista Unitaria”, un carrozzone dei partiti Balad, Hadash, Ta’al e Lista Araba Unita, espressione elettorale dei bisogni della minoranza araba in Israele. Un tentativo che potenzialmente piazza il partito arabo potenzialmente al terzo posto nella prossima Knesset ma permangono molti dubbi sulla partecipazione elettorale dei cittadini arabi (tendenzialmente molto bassa) e sulla tenuta della coalizione. La particolare versione della rappresentanza proporzionale utilizzata, in cui l’intero paese è un collegio elettorale unico, incoraggia la formazione di un gran numero di partiti politici, molti con piattaforme specializzate che sostengono i bisogni di particolari gruppi di interesse. Le elezioni di settembre offrono al momento dei sondaggi molto variegati e incerti ma ci sono pochi dubbi sulle difficoltà che Netanyahu, anche nel caso riuscisse a spuntarla, di riuscire a formare una coalizione in un arena dopo domina la litigiosità e la frammentazione. Come conciliare i bisogni degli ultraortodossi e dei nazionalisti laici, che importanza dare alla rinnovata (e ancora parziale) unità della destra oltranzista e quanto costerà, semmai ci sarà, il rilancio della sinistra laburista. Un ginepraio in cui forse il coriaceo e resiliente primo ministro non disporrà di abbastanza energie per ricomporlo ponendo fine alla sua longeva esperienza al vertice. Un incertezza politica che fa sentire noi italiani, abituati come di consueto a battaglie epocali in parlamento, meno soli.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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