Inizialmente ignorato dal presidente serbo, il coronavirus adesso fa tremare anche Belgrado. Alla paura generale si aggiunge la dubbia gestione di Vučić, il cui potere sembra al momento illimitato. 

L’emergenza coronavirus sta letteralmente riscrivendo la storia dei popoli e dei loro governi, quest’ultimi chiamati a decisioni delicate dalla quale dipende la vita di milioni di persone. Ci sono nazioni in palese difficoltà materiale e organizzativa, altre che resistono dignitosamente a denti stretti e altre ancora dove la deriva è dietro l’angolo. Tra voluta sottovalutazione del pericolo e caos generale, vi sono anche scenari nei quali i leader cercano di sfruttare la situazione per accentrare (o consolidare) il proprio potere. L’Ungheria ha aperto una falla enorme nel circuito democratico dell’Unione europea, ma anche chi aspetta l’ingresso a suddetto sodalizio potrebbe non essere da meno.

Dal 1998 Aleksandar Vučić è ai vertici della scena politica (prima come ministro, poi vice e successivamente primo ministro, infine presidente) del più ricco e grande paese dei Balcani occidentali, la Serbia; non senza polemiche interne ed esterne per la sua gestione del potere. L’attuale pandemia, che ha imposto a molti governi la necessità di prendere misure restrittive delle libertà fondamentali, purtroppo si presta perfettamente ad altri obiettivi di propaganda politica. Inizialmente anche in Serbia la portata del contagio globale è stata sottovalutata: a tal proposito il 26 febbraio Vučić affermava che il coronavirus altro non era che un’invenzione dei social network, da combattere mangiando avocado e con un buon bicchiere di grappa serba -la rakjia– al giorno (salvo poi accertare il 6 marzo il primo caso in Serbia). Un’esternazione simile e altrettanto surreale sarà quella del presidente bielorusso Alexander Lukashenko di poco successiva, secondo cui vodka, sauna e trattore sono la giusta cura per qualcosa che in verità sarebbe solo una psicosi collettiva.

La realtà dei fatti ha costretto la Serbia -e non solo- a correre ai ripari. L’11 marzo in conferenza stampa Vučić smentì le sue stesse affermazioni accusando i pochi giornalisti presenti all’evento, ma un amaro risvolto inaspettato lo colpirà in prima persona appena un mese dopo. Il 9 aprile il presidente serbo ha annunciato la positività al COVID-19 del primogenito Danilo, le cui condizioni hanno richiesto il ricovero in ospedale. Nel frattempo, il 20 marzo la premier Ana Brnabić rendeva pubblica la prima morte ufficiale da coronavirus di un 59enne originario di Kikinda, località a pochi chilometri dal confine con la Romania. 

Per quanto riguarda i provvedimenti adottati dalle autorità di Belgrado per far fronte al contagio, i dubbi sulla legittimità delle azioni di Vučić iniziano con la proclamazione dello stato d’emergenza risalente al 15 marzo, alla presenza della premier Brnabić e della presidente del parlamento Maja Gojković. A partire da quella data si moltiplicheranno le decisioni urgenti della presidenza serba. Innanzitutto, l’approvazione dello stato d’emergenza spetta ex lege solo al parlamento serbo, letteralmente scavalcato dal Presidente con la motivazione che questo non potesse riunirsi a causa del coronavirus e urgevano comunque decisioni immediate. Successivamente, il 16 marzo la Commissione elettorale ha posticipato a data da destinarsi le elezioni politiche previste per il 26 aprile, allungando quindi a tempo indeterminato (anche se lo stato d’emergenza può durare sulla carta fino a sei mesi) le funzioni dell’attuale governo.

Questo evento offre una chiave di lettura  sulla scelta del Presidente di dichiarare lo stato d’emergenza e non la cosiddetta “situazione straordinaria” prevista dalla legge sulla prevenzione dei rischi in situazioni di calamità e di emergenza, con la quale non è consentita al governo la restrizione dei diritti costituzionali. Infatti non solo è stato possibile rinviare le elezioni, ma anche imporre alla cittadinanza misure di ordine pubblico la cui violazione è punita severamente. Con la terza tappa di questa escalation normativa del 17 marzo, Vučić ha proposto al governo di adottare il coprifuoco quotidiano di dodici ore dalle 17 alle 5 nei giorni feriali e per intero nel week end. I trasgressori di queste misure (coloro non muniti di speciale permesso) sono passibili di arresto e processo via Skype. Ha fatto notizia l’arresto di un calciatore serbo condannato a tre mesi di reclusione per aver violato il coprifuoco insieme ad altre 19 persone presenti in un bar di un hotel di Belgrado. Ma il vero problema sui provvedimenti delle autorità è il loro continuo mutare.

Le frequentissime apparizioni del leader serbo sui media nazionali e gli annunci talvolta contrastanti su nuove misure costringono la popolazione a seguire in maniera confusa e apprensiva le notizie, in un paese non proprio famoso per la libertà d’informazione (93° posto nel Freedom Press Index 2020). Questa è da sempre il tallone d’Achille della presidenza Vučić, fonte di preoccupazione per i dissidenti locali e di sospetto per i vertici dell’UE, con cui sono ancora sul tavolo i negoziati per l’adesione della Serbia, al momento vincolati alla normalizzazione dei rapporti col Kosovo.  

Le azioni del Presidente non sono mai passate inosservate tanto ai dissidenti che ai giornalisti. Questi ultimi sono stati particolarmente presi di mira nelle scorse settimane, con episodi carichi di tensione che hanno compreso arresti e intimidazioni (oltre alle accuse menzionate). Il 28 marzo il governo serbo ha approvato un provvedimento regolatorio sulle informazioni da fornire durante la pandemia, che prevede una sorta di diritto esclusivo di determinati soggetti a rendere pubbliche le notizie e gli aggiornamenti sulla situazione. Questi sono la premier Brnabić e coloro che vengono autorizzati dall’Unità di crisi, e su cui quindi ricade il compito gestire anche a livello mediatico l’emergenza; ovviamente tale potere è esercitato quotidianamente da Aleksandar Vučić, e chi fornisce informazioni senza autorizzazione viene sanzionato.

Di conseguenza sono praticamente esclusi i giornalisti non legati al governo che pertanto tramite associazioni e con l’appoggio di parte dell’opinione pubblica hanno protestato contro quella che appare una censura, giustificata dalle autorità con l’intento di evitare fake news. Lo stesso giorno si è subito verificato l’arresto della giornalista Ana Lalić (rilasciata il giorno dopo), accusata di aver diffuso notizie dubbie sulle pessime condizioni di lavoro in una clinica di Novi Sad. Lo sconcerto generale per questo abuso di potere ha portato il governo a ritirare il provvedimento su volontà dello stesso Vučić, secondo quando afferma la Brnabić. Quasi un mese dopo Harlem Desir, rappresentate per la libertà dei media dell’OSCE, ha condannato degli episodi di minacce di morte diffuse tramite un quotidiano filogovernativoSrpski telegraf– serbo a danno dei giornalisti Ivan Ivanovic e Zoran Kesic che avevano contestato il divieto di uscire di casa per i cittadini over 65.

La minaccia è stata perpetrata da un cantante che temeva per la salute della madre e per questo ha incolpato i due giornalisti serbi per l’incitazione a non rispettare la misura, ma ciò che Desir sottolinea è il fatto che tali parole pericolose siano state tranquillamente pubblicate da un mezzo d’informazione nazionale. Nonostante i tentativi di filtrare le notizie sull’emergenza e contenere il dissenso, il governo di Belgrado ha bisogno di aiuti materiali costanti per fronteggiare il coronavirus, e per questo Vučić si è rivolto direttamente al presidente cinese Xi Jinping (definito non solo caro amico, ma addirittura “fratello”). L’annuncio è arrivato durante una delle numerose conferenze del leader serbo avvenute nel mese di marzo e nella quale Vučić ha anche fatto presente come tale richiesta d’aiuto sia dovuta ai limiti alle esportazioni di attrezzature mediche stabilite dall’UE, a sua volta in piena emergenza e costretta a contenere l’uscita di prezioso materiale verso paesi terzi.

Non è mancato un attacco diretto a Bruxelles da parte del capo di Stato serbo, rea di millantare la solidarietà europea come “una favola” e interessata solo al denaro che lo Stato balcanico può offrire. In realtà come si evince da un recente rapporto della Commissione europea, proprio l’Unione ha elaborato un piano da oltre 410 milioni di euro in favore dei Balcani occidentali per aiutarli sia nella lotta al pericoloso virus che nel sostenerne le economie. Solo alla Serbia sono assegnati quasi 93,5 milioni complessivi mentre al Kosovo 68 (senza che la cosa rappresenti una presa di posizione dell’UE sulla diatriba tra i due paesi, specifica il rapporto). Altri aiuti importanti dall’estero sono giunti da Russia e Turchia, mentre ad avere eco sul lato delle donazioni private è stato il gesto del campione serbo Novak Djokovic, stella del tennis mondiale, che insieme alla moglie ha contribuito con un milione di euro per l’acquisto di respiratori e altro materiale medico-sanitario necessario. La Serbia dall’annuncio del primo contagio conta oltre 7000 casi confermati e 134 decessi (22 aprile) e soffre un sistema sanitario al collasso caratterizzato da carenze precedenti alla pandemia. Tuttavia sul fronte dell’emergenza strutturale vi sono anche buone notizie come la recente inaugurazione di un nuovo laboratorio attrezzato dedicato ai test sul COVID-19 (cui hanno presenziato il Presidente e la premier Brnabić.  

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