A differenza di Al-Qa’ida che “vanta” un processo ventennale, L’ISIS fa capolino sulla scena internazionale all’improvviso. Nessuno capisce da dove sia sorto, ma si comprende che per alcuni fattori agisce in continuità con l’ideologia di Al-Qa’ida che, tuttavia, supera divenendo il principale protagonista in Medio Oriente, e non solo. Come è riuscito a riscuotere così tanto successo? L’ISIS rappresenta davvero l’islam?

Il terrorismo degli anni Settanta e quello degli anni Novanta

Associare il terrorismo islamico al fondamentalismo religioso (vedi il salafismo) significa banalizzare e sminuire un fenomeno complesso e sfaccettato. Certo, non si nega l’esistenza del fondamentalismo islamico, ma ciò non vuol dire che i terroristi siano tutti salafiti: il nesso non è affatto scontato e, soprattutto, l’ideologia religiosa che c’è dietro non basta a giustificare gli attentati. Per comprendere a fondo ciò che distingue l’ISIS dalle altre organizzazioni terroristiche, occorre ripercorrere brevemente il terrorismo islamico dagli anni Settanta ad oggi.

I combattenti armati degli anni Settanta avevano come obiettivi le istituzioni (forze di polizia, ministri e intellettuali laicisti) per destabilizzare la società e “rendere coscienti gli oppressi”. Non si può negare che il radicalismo di questi anni riscosse un certo consenso popolare- soprattutto a causa della crisi economica- che, tuttavia, si esaurì quando lo iato tra gli estremisti e la popolazione civile si approfondì e divenne incolmabile. In linea generale si può dire che si trattava di uomini relativamente maturi, di provenienza urbana e di istruzione medio-alta.

I combattenti armati delle organizzazioni attive negli anni Novanta, invece, erano per la maggior parte molto giovani, di origini contadine e di bassa cultura che rivendicavano ancora torti di natura politica. Insomma, si sarebbe verificata una “proletarizzazione” dell’islamismo fondamentalista[1] che dalla lotta armata contro obiettivi pubblici passò a prendere di mira i turisti e le popolazioni delle campagne. Non vi sono più obiettivi precisi, piuttosto ha inizio un diffuso e ramificato terrorismo di natura locale, limitato al paese di appartenenza. Questa trasformazione è dovuta a vari tra fattori tra cui un ritorno dell’islam integralista in seguito al fallimento del laicismo nel Mondo Arabo, di cui il Presidente egiziano Nasser fu propulsore, e il rifiuto dell’Occidente che incarnava, e tuttora incarna, l’ateismo e le politiche imperialistiche in Medio Oriente.

Nasser sulla copertina della rivista britannica Time.

Lo scontro tra Al-Qaeda e ISIS

Al-Qaida, sebbene abbia avuto origine negli anni Novanta, si distanzia dalle organizzazioni terroristiche di quegli anni poiché non appare come un’organizzazione ristretta al singolo stato, ma ottiene una ramificazione globale che pretende di attecchire dove lo scontento crea il terreno favorevole. L’obiettivo è costituito dall’Occidente contro cui gli attentati, pur provocando l’effetto opposto, hanno come scopo quello di scoraggiare gli occidentali a intervenire militarmente nei paesi musulmani. L’attacco, tuttavia, non è mirato: ogni bersaglio va bene purché si crei terrore e si incuta timore. La nascita dell’ISIS è provocata da una rottura con Al-Qaeda. Come detto, la priorità per Al-Qaeda è costituita dalla sconfitta dell’Occidente in nome di una umma (comunità dei credenti) unificata contro il nemico comune. Per l’ISIS, invece, gli obiettivi primari sono la lotta contro i miscredenti, ossia i musulmani sciiti, e la disintegrazione dei confini della Mezzaluna Fertile istituiti da Francia e Gran Bretagna all’epoca dell’accordo Sykes-Picot (1916). Per quanto riguarda gli sciiti, il contrasto è dovuto alla crescente detenzione del potere in mano agli sciiti nella regione: il Libano è retto dalla fazione sciita alleata con i cristiani, la Siria è governata dal regime alawita (tendenzialmente ricondotta nella corrente dello sciismo) degli Assad dagli anni Settanta e l’Iraq dal 2003 è altrettanto nelle mani degli sciiti. Per Bin Laden era necessario, innanzitutto, mettere in ginocchio gli USA e non colpire altri musulmani che avevano come obiettivo l’eliminazione della presenza americana e israeliana.

D’altro canto, secondo il fondatore dell’ISIS Al-Baghdadi, occorre restaurare un regime sunnita su tutta la regione erigendo un nuovo stato che dal 2006 è identificato con il nome di Stato Islamico di Iraq e Siria. Tuttavia, la vera rottura tra le due organizzazioni avviene nel 2014 quando Al-Baghdadi decide di proclamare il Califfato e di nominarsi Califfo, ponendosi di fatto al di sopra di Al-Zawahiri, capo di Al-Qaida dopo la morte di Bin Laden. In un primo momento, perciò, l’Occidente non è preso in considerazione dall’ISIS che piuttosto vuole ripartire da una restaurazione della regione. È solo dopo le prime sconfitte che anche l’ISIS, a partire dal 2015, entra nel jihad globale in quanto unica speranza di sopravvivenza. Diversamente da Al-Qaida, però, che mandava in missione uomini di origine mediorientale, fa appello all’azione individuale assoldando musulmani europei che, una volta addestrati in Iraq e Siria, tornano nel paese di origine con il compito di compiere gli attentati. Tale appello è riuscito ad avere impatto soprattutto tra i giovani per via dei mezzi con cui viene fatta propaganda, Internet in primis, e la capacità di adattarsi alla cultura giovanile: si pensi, ad esempio, ai video di ragazzi con le armi in mano che diventano virali sui social e ottengono l’approvazione e il gradimento anche da parte delle donne. Il limite è costituito dal bacino umano dei volontari a cui l’organizzazione può attingere: si colpisce solo dove si ha personale a disposizione.

In realtà, come Roy afferma[2] in termini di marketing, il marchio ISIS è riuscito a colpire e ad assecondare le richieste del target: i giovani attratti dalla violenza e dalla radicalità. Sono essi a cercare l’ISIS e non il contrario: i gruppi di giovani radicalizzati esistono a prescindere dall’ISIS che, al massimo, li recluta. Essendo, perciò, la violenza il perno attorno a cui ruotano le motivazioni che spingono ad agire per conto dell’ISIS è più opportuno parlare di islamizzazione del radicalismo che si contrappone alla diffusa concezione di radicalizzazione dell’islam. Tale formula è stata ideata da Olivier Roy con lo scopo di porre l’accento sulle reali motivazioni che inducono all’affiliazione ed evidenziare quanto l’islam abbia poca rilevanza. Si tratta di un terrorismo frutto di un nichilismo ideologico e di una perdita del senso dei valori, soprattutto presso i giovani, che ha strumentalizzato la bandiera islamica per dare una copertura ideologica a un atteggiamento, in sé, meramente distruttivo e annichilente.[3]

I jihadisti di nuova generazione

Premesso che un profilo tipo del terrorista non esiste, possiamo comunque individuare delle caratteristiche ricorrenti: in Francia (il paese più colpito in assoluto) il 60% dei terroristi è costituito dalle seconde generazioni, il 25% da convertiti ed il restante 15% da prime e terze generazioni.[4] Il fatto che la maggioranza dei jihadisti appartenga alle seconde generazioni ha indotto alcuni studiosi a concentrarsi sul fallimento dell’integrazione degli stranieri. In realtà, a ben guardare le biografie degli attentatori che lasciano numerose informazioni sui propri profili social, si nota che la maggioranza di essi non solo aveva una conoscenza minima dell’islam, ma spesso non conosceva nemmeno l’arabo, o almeno non aveva mai imparato a leggerlo e a scriverlo. I testi religiosi a cui si rifanno, perciò, sono traduzioni in francese e in inglese, oppure esegesi che spesso riportano frasi del Corano e della Sunna che, estrapolate dal contesto, avvalorano la propria tesi. Non a caso le due principali riviste dell’ISIS, al-Dabiq e Dar al-islam sono rispettivamente scritte in lingua inglese e francese. Inoltre, è spesso noto che prima della radicalizzazione frequentassero discoteche e fossero soliti bere alcool. Spesso avevano avuto un passato di piccola criminalità per cui avevano scontato un breve periodo in carcere che, ormai è risaputo, costituisce uno dei luoghi di incontro con i radicalizzati che forniscono i contatti con i gruppi terroristici. Il cambiamento, quindi, si sviluppa al di fuori dell’ambiente sociale circostante, tanto che il rapporto con la moschea è sporadico. Da qui nasce la volontà di intraprendere un percorso di riconversione o redenzione che trova risposta innanzitutto nell’allontanamento dalla famiglia ed infine nel suicidio.

Un interessante infografica che riporta il numero dei foreign fighter tornati nei loro paesi d’origine nel periodo 2016 – 17.

Alla famiglia, infatti, è rimproverata la professione di un islam lontano dalla verità che si contrappone al loro islam, quello vero: nel momento in cui i giovani radicalizzati decidono di sacrificarsi, infatti, dichiarano di farlo non solo per assicurare la propria salvezza eterna, ma anche quella dei propri cari, nonostante i loro peccati. Lasciando la famiglia il giovane, che si identifica in un eroe moderno, si avvia verso il processo di purificazione. Tale rinnegazione non riguarda solo la famiglia, ma anche il passato del paese di origine di cui non si rivendicano le lotte coloniali. A motivarli è piuttosto la possibilità di erigersi ad eroi e protettori di tutto il “popolo musulmano” contro le atrocità perpetrate dall’Occidente e la morte che assicura la vita eterna. È bene sottolineare che i jihadisti agiscono coscientemente e si ritengono parte di un’avanguardia che viene giustificata sulla base di argomenti religiosi: in un hadith (racconto della vita del Profeta) si dice che nel giorno del giudizio solo una setta dell’intera comunità riuscirà a salvarsi e ad accedere al paradiso. La morte rientra proprio in questa ottica nichilista secondo cui tanto vale sacrificarsi in previsione dell’imminente fine del mondo così da assicurarsi la salvezza nell’aldilà.

[1] Massimo Campanini, Storia del Medio Oriente Contemporaneo, il Mulino, Bologna, 2017, p. 247.

[2] Olivier Roy, Generazione ISIS, Feltrinelli, Milano, 2017, p. 63.

[3] Massimo Campanini, op.cit., il Mulino, Bologna, 2017, p. 248.

[4] Olivier Roy, op. cit., Feltrinelli, Milano, 2017, p. 16.

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Giorgia Savasta

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