Il mancato pieno successo della conferenza di Berlino sulla Libia ha salvato la faccia di Putin, che pochi giorni prima a Mosca aveva visto sfumare la possibilità di un accordo tra le due principali fazioni in lotta nell’ex colonia italiana.

Un successo diplomatico europeo sarebbe stato infatti un duro colpo per la per la Russia, proprio nel momento in cui la sua influenza sulla Libia era data più in ascesa. La conferenza di Berlino invece ha assestato la situazione, frenando sia  il declino delle potenze europee coinvolte (Italia e Francia in primis) sia l’emergere di chi, con troppo anticipo, aveva provato a piantare la propria bandiera sulle sabbie libiche: Mosca e Ankara.

Corteggiata da anni, la Libia è per la Russia un nodo simbolico e concreto da dover sciogliere. Simbolico sia perché da Tripoli cominciò la consapevolezza del suo nuovo ruolo mediorientale (la caduta di Gheddafi sancì l’inizio di una nuova politica estera autonoma nell’area), sia per la centralità del Paese nel contesto mediterraneo; concreto per i tanti affari in corso o in sospeso per le compagnie russe, specie quelle energetiche.

Su tutto, la volontà di occupare spazi lasciati inopinatamente vuoti dall’Europa e dall’America, incapaci (nel primo caso) o indolenti (nel secondo) nel difendere i propri interessi regionali. La volontà, tuttavia, non si traduce automaticamente in risultati. Specie se ad essa non corrisponde una reale priorità nella propria strategia internazionale (e la Libia, fino ad oggi, per Mosca ha contato meno dei rapporti con Turchia, Israele, Siria e forse persino Egitto). E se alle prudenti azioni russe si accompagnano ben più lesti movimenti delle altre potenze interessate al Paese nordafricano: dal Cairo ad Abu Dhabi, sono molti gli sponsor eccellenti del quotato Haftar.

Che consentono a quest’ultimo (forse addirittura spingendolo in tale direzione) di declinare gli inviti di Putin e provare a giocare un altro po’ su più tavoli. Una spregiudicatezza ben studiata, figlia del potere contrattuale ancora relativamente scarso dei russi in Libia. Finché quest’ultima non sarà oggetto di un massiccio investimento (sia militare che diplomatico) di Mosca, il tandem russo-turco sul Paese nordafricano resterà più nominale che effettivo.

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Pietro Figuera

Pietro Figuera

Laureato in Scienze Politiche a Catania e specializzato in Relazioni Internazionali a Bologna, è attualmente borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Russia 2018” e di “Osservatorio Russia”, collabora con Rai Storia, il Groupe d'études géopolitiques, The Post Internazionale e la rivista di geopolitica Limes. È autore del saggio “La Russia nel Mediterraneo”
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