La storia recente della Russia ci ha insegnato che è in atto una guerra “simbolica” contro alcuni dei paesi dell’ex blocco sovietico. Tutto è iniziato nel 2007 in Estonia, quando il comune di Tallin decise di spostare dal centro cittadino una statua mi memoria dei soldati sovietici che liberarono la città (sempre in Estonia, nel villaggio di Taebla è stato demolito un monumento commemorativo ai soldati sovietici eretto su una fossa comune). 

Questa macabra moda di voler distorcere gli eventi è passata attraverso tutta l’Europa Orientale, dapprima i Paesi Baltici poi la Polonia, l’Ungheria e nei giorni scorsi la Repubblica Ceca (come ampiamente trattato in questa analisi dello IARI  https://iari.site/russia-e-repubblica-ceca-ai-ferri-corti-la-statua-delle-discordia/).

Le reazioni del Cremlino sono sempre state (giustamente) dure e poco inclini ad accettare il volere delle amministrazioni cittadine, che negli hanno messo in piedi una vera e propria campagna di cancellazione della memoria.  Si comprende bene che i paesi dell’ex blocco sovietico hanno subito un forte condizionamento politico, economico e sociale parecchio invasivo da parte di Mosca durante il perdurare della guerra fredda, ma per onestà intellettuale andrebbe anche ricordato che molti di quei Paesi prima dell’arrivo  dell’armata rossa vivevano sotto il flagello dell’occupazione nazista.

Questa guerra ibrido-ideologica tra Russia ed ex Paesi alleati, sembra non risparmiare nessuno, tanto che il 7 maggio 2020,  alcuni attivisti russi hanno rimosso due targhe commemorative che ricordavano le esecuzioni staliniste di migliaia di prigionieri di guerra polacchi, a seguito di alcune ordinanze cittadine le quali  affermano che non vi sono prove che siamo mai esistiti quei crimini attribuiti al Piccolo Padre.

Gli attivisti in questione hanno dato seguito ad un’esplicita direttiva dei  pubblici ministeri della città di Tver,  i quali nell’ottobre 2019 hanno affermato che le suddette targhe commemorative “non erano basate su fatti documentati “; inoltre l’Unione Sovietica nel 1990  si assunse la responsabilità  degli omicidi del 1940 di quasi 22.000 ufficiali polacchi, di cui 6.000 nel seminterrato dell’edificio della polizia segreta NKVD a Tver( a nord-ovest di Mosca), in quello che divenne noto come il massacro di Katyn. 

 

Questo è un evento storico”, ha detto alla televisione locale Maxim Kormushkin, un attivista del movimento di liberazione nazionale pro-Cremlino (NOD) che ha contribuito a smontare le targhe .  “Il buon senso ha finalmente prevalso oggi”, ha detto Kormushkin al di fuori della Tver State Medical University, il sito dell’ex quartier generale NKVD regionale. L’attivista ha promesso di prendersi “buona cura” delle targhe, di cui una è dedicata alla memoria di coloro che sono stati torturati nella prigione dell’NKVD nel 1930-50, mentre l’altra è un “avvertimento per il mondo”, con una dedica speciale ai prigionieri di guerra polacchi uccisi in un villaggio vicino.

L’Institute of National Remembrance della Polonia, un’agenzia governativa incaricata di indagare sui crimini contro la nazione polacca, ha accusato la Russia di “una nuova ondata di ipocrisia sul massacro di Katyn”. Alexander Guryanov, coordinatore del programma polacco presso il Memorial Human Rights Center della Russia, che ha installato le targhe nei primi anni ’90, ha affermato che le loro rimozioni non hanno “nessuna base legale”.

Nel 2010 per la prima volta,  la Duma di Stato (la camera bassa del parlamento russo) ha incolpato direttamente il leader sovietico Josef Stalin per il massacro. Sotto il presidente Vladimir Putin, la Russia è stata accusata di minimizzare i crimini di Stalin, ma in realtà il Presidente russo non sta facendo altro che mettere in piedi una strategia difensiva basata sullo stesso modo di agire che stanno utilizzando da anni i Paesi dell’Europa Orientale. I punti di vista possono essere molteplici e soggettivi ma sicuramente rimane come dato oggettivo che l’inizio di questa guerra ideologica non è stato voluto dalla Russia.

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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