interviewer: Annalisa Mariani, analista IARI per la sezione Cina; laurea in Mediazione Linguistica a Milano, ha studiato  China and Globalization presso il King’s College di Londra.

interviewed:  Marco Marazzi, avvocato e socio dello studio Baker McKenzie e responsabile del China Desk dello studio in Italia. Ha vissuto quasi 20 anni in Oriente, a Pechino, Shanghai, Hong Kong e Singapore, ed è specializzato in diritto commerciale e societario relativo alle operazioni cross-border tra Europa, Cina e Sud-Est Asiatico.  Parla legge e scrive fluentemente mandarino. All’attività professionale ha sempre affiancato quella di analista e opinionista.  È fondatore del think tank Easternational ed è stato vice-presidente della Camera di Commercio Europea a Shanghai nel 2009-2011.  Nel 2018 ha scritto con Luca Ciarrocca “Intervista sulla Cina, come convivere con la nuova superpotenza mondiale”, Gangemi Editori.

.

Dott. Marazzi, l’Italia registra una bilancia commerciale negativa nei confronti della Cina, per un valore di circa 18 milioni di euro di deficit, la seconda cifra più altra tra i membri della UE. A suo parere, quali sono i maggiori ostacoli nel raggiungimento di una relazione commerciale simmetrica? Esiste, secondo lei, un alto potenziale di crescita negli export italiani?

 

Come prima cosa direi che non possiamo vedere le importazioni solo come un fatto negativo. Molti dei beni importati sono necessari anche alle nostre industrie per produrre altre cose che poi vengono riesportate o vendute sul mercato italiano e che le nostre industrie non trovano altrove. Nei dati del nostro export poi manca, perché di difficile quantificazione, l’export indiretto: cioè prodotti, per esempio componenti auto, che vengono venduti in Germania magari e da lì come parti di altri prodotti (auto complete per esempio) in Cina.  Non penso siano cifre insignificanti.  Detto questo, si può e deve fare di più per il nostro export, ma la Cina ha già fatto abbastanza, tocca alle nostre aziende ora trovare i canali giusti – ne esistono tantissimi – e soprattutto fare gli investimenti iniziali necessari a, se non penetrare, tentare di scalfire un mercato così grande.

La marginalità di Pechino nei dibattiti politici italiani è, a suo parere, un modo per evitare di trovarsi tra due fuochi, ossia Stati Uniti e Cina, come successo ad altri paesi quali l’Australia?

Io penso invece che Pechino sia stata molto presente nel dibattito politico italiano negli ultimi 18 mesi dalla visita di Xi Jinping, anche se non quanto altre aree del mondo che giustamente dovrebbero interessarci politicamente di più (Libia, Medio Oriente ed Europa).  Il problema è che nessun grande partito ha una posizione definita, su questo come su tanti altri temi di politica estera, e non mi viene in mente nessun parlamentare attuale che abbia frequentato la Cina, con una o due eccezioni, quindi ci si informa per “interposti canali”. Tutti i partiti poi si professano, chi più chi meno “atlantisti” e tutti dicono che l’alleanza con gli USA non si mette in discussione”. Ma nessuno si è mai posto la domanda se la Cina ci abbia mai chiesto di metterla in discussione. La risposta è no. Visto che la cita, l’Australia a mio avviso dovrebbe rivedere la propria strategia: è un paese collocato in una certa zona del mondo e l’Asia orientale è e sarà sempre il suo partner commerciale principale.  Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo il lusso di essere sia lontani geograficamente dalla Cina che di non avere interessi politici o militari diritti in Asia Orientale e quindi possiamo limitarci a commerciare e scambiarci investimenti con il paese se fanno bene all’economia.   Non vedo perché dovremmo precipitarci a “scegliere”. Scegliere esattamente cosa? Le aziende non ragionano così.

Il porto del Pireo, gestito dalla azienda di stato cinese COSCO Shipping Company Ltd, che ha comprato una quota di maggioranza della Piraeus Port Authority ha registrato una crescita dei profitti del 27% dal 2018 al 2019. Quindi, l’effetto Cina in Grecia è positivo nonostante le accuse di diplomazia del debito?

Non mi risulta che la Grecia si sia indebitata. È stata fatta però un’operazione che ha di fatto dato una concessione importante ad un’azienda cinese sul porto. Ma le dirò di più, il porto del Pireo è passato dalla 17ma alla quarta posizione come porto container in Europa grazie anche all’investimento di COSCO. Mentre Gioia Tauro e altri porti italiani scendevano nelle graduatorie.Chi ha vinto e chi ha perso? Secondo me ha vinto anche la Grecia, e noi siamo restati a guardare.

Il Memorandum of Understanding sulla Via della Seta (BRI) firmato nel 2018 potrebbe portare benefici simili alle infrastrutture italiane?

Ormai penso sia troppo tardi. Sui porti, l’investimento dell’operatore del porto di Amburgo a Trieste è un segnale che l’opzione China Merchants forse è stata esclusa. A Genova la vedo troppo complessa, ci sono troppi colli di bottiglia tra Genova e resto d’Europa. COSCO è già a Vado Ligure e non mi sembra abbia piani di espansione. Non saprei quale porto potrebbe veramente interessare ad un investitore cinese. Sui treni merci Europa-Cina, che sono in aumento, possiamo giocare un ruolo e almeno cercare di competere con Duisburg.  A questo punto forse l’unica cosa che possiamo fare è investirci noi nelle nostre infrastrutture e renderle così belle, così funzionali, così collegate con il resto d’Europa che le navi mercantili che arrivano da Suez o i treni che arrivano dall’Ovest della Cina non possono che venire (e ripartire) da noi. Ci riusciremo?

Nei suoi 25 anni e oltre di esperienza di vita e affari, quanto è cambiata la Cina, secondo lei, e quanto si è modificata la percezione che gli italiani hanno di Pechino?

La Cina cambia quasi ogni anno, non ci vado – causa Covid – dal settembre 2019, ma già percepisco cambiamenti che dovrò studiare e comprendere per continuare a lavorarci con efficacia, che comunque amici e colleghi mi comunicano periodicamente.  In passato, mi permettevo di esprimere giudizi sul fatto se alcuni cambiamenti fossero “migliori” o “peggiori” ma poi ho capito che nonostante il lungo periodo trascorso nel paese il metro che usavo era comunque influenzato da categorie per così dire “occidentali” oppure da quello che ricordavo della Cina degli anni ’90 di cui ammetto ho molta nostalgia. Ora sono molto più prudente anche perché è un paese complesso, e quello che è vero a Pechino potrebbe non esserlo a Guangzhou. Devo dire però che il ruolo che sta assumendo la tecnologia e l’uso della stessa da parte del governo mi preoccupa un po’; sul tema noi possiamo suggerire, essere da esempio, ma non riusciremo ad imporre cambiamenti, quello lo decideranno i cittadini cinesi. Gli italiani in generale della Cina non hanno mai avuto una cattiva opinione, ne hanno compreso lo sviluppo economico, l’importanza crescente, forse un po’ ora anche la temono.  Certo le aziende ne hanno anche subito la concorrenza ma questa è una storia del passato, ora ce ne sono molte di più che la vedono come opportunità; è importante che la Cina non le deluda.  Mi permetta di dire però che certa stampa italiana negli ultimi tempi non è stata tenera, al punto di esagerare e non offrire un quadro obiettivo. Ma quei pochi giornalisti che parlano bene cinese, con esperienza lunga e diretta, e quindi hanno accesso a fonti non “intermediate” dalla stampa prevalentemente anglosassone scrivono ancora in maniera equilibrata, guardando tutti i lati di un problema. Purtroppo questi pochi giornalisti non scrivono per grandi testate né vengono invitati se non rarissimamente in TV, per non parlare dei sinologi poi che non si vedono quasi mai.  È ovvio che se un lettore o telespettatore normale legge o sente solo cose negative di un determinato paese prima o poi finirà per pensare solo cose negative. Questo dovremmo evitarlo perché non fa giustizia nemmeno alla nostra storia e alla nostra cultura.  A volte penso che siamo un paese, mi verrebbe da dire, emotivo che su molte cose vorrebbe solo che ci si “schierasse”.  I social hanno amplificato il tutto, ma fortunatamente il mondo reale non è così.  

The following two tabs change content below.
Annalisa Mariani

Annalisa Mariani

Carilettori,Mi chiamo Annalisa,classe 96,analista IARI per la sezione Cina.Dopo la laurea triennale in Mediazione Linguistica a Milano,sono partita per la mia amata Cina per un anno di studio avanzato della lingua.Lìho capito che l’aspetto più affascinante del mondo cinese è la politica. Quel Partito unico che si incontra, esplicitamente o non,in ogni discorso, articolo, conferenza e conversazione con gli amici cinesi. Così ho deciso di studiare quel Partito, iscrivendomi al Master in China andGlobalisation al King’s College a Londra. Negli ultimi tempi ho capito che la mia grande curiosità mi porta sempre a parlare di tutto ciò che è controverso/proibito in Cina; da qui la mia indagine sulla condizione della popolazione uiguranello Xinjiang. Dedico moltissimo tempo, a detta dei miei amici quasi tutto, ad informarmi su ciò che succede in Cina.Sono decisamente appassionata e affascinatada un paese sulla bocca di tutti,ma conosciuto da pochi.Nel tempo rimanente tento di fare attività sportiva e mi cimento in esperimenti culinari dai risultati incerti.Sono estremamente curiosa, amo viaggiare, assaggiare cibiparticolarie parlare con le persone del luogo. Sono fermamente convinta che il viaggio completi le persone sotto ogni punto di vista echesia l’unico vero modo di interfacciarmi con il meraviglioso mondo in cui viviamo.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: