Le proteste in Libano si sono riaccese e sono diventate più violente. Ma per capire appieno le cause, bisogna analizzare la profonda crisi del capitalismo libanese.



Il Libano è ancora in rivolta. Nonostante il lockdown, imposto dal governo libanese in risposta allo scoppio del virus, il popolo libanese è sceso nuovamente in piazza. Nelle scorse settimane, le proteste avevano subito una fase di stallo a causa delle misure di lockdown e del divieto di assembramenti pubblici. Tuttavia, il rapido incremento dei prezzi, il deterioramento delle condizioni di vita, la corruzione rampante e un welfare quasi assente hanno portato i libanesi a sfidare le misure restrittive ed esprimere il loro dissenso. I manifestanti hanno urlato che la rivoluzione di ottobre non è morta, e si continuerà a lottare contro la fame, la corruzione e l’incapacità del governo di fronteggiare in maniera seria la situazione di crisi.

Nascita delle proteste  

La thawra (rivoluzione) libanese di ottobre è stata significativa perché, per la prima volta, ha superato le rigide divisioni settarie su cui si basa il Paese dei Cedri, riuscendo ad unire la popolazione libanese contro la classe politica, al canto di “tutti vuol dire tutti”.

Ciò che i movimenti popolari chiedono è un cambiamento radicale del sistema politico ed economico, ridefinito su basi ugualitarie, e fine del settarismo. Il confessionalismo e la debolezza statale non sono sufficienti per spiegare la corrente crisi, la cui ragione principale va individuata nella crisi del capitalismo libanese.

Le dimissioni dell’ex primo ministro Hariri e la formazione di un nuovo esecutivo, guidato da Hassan Diab, non sono state sufficienti per placare la rabbia dei cittadini. Difatti, la situazione economica, la peggiore da decenni, si è aggravata ulteriormente, spingendo il governo ad annunciare il default e a chiedere gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale.  
La crisi sanitaria e l’inadeguata gestione da parte del governo ha spinto i cittadini libanesi a tornare in piazza, in quella che è stata rinominata “Rivoluzione della fame”, a fronte dell’aumento dei prezzi dei beni alimentari.

Le rivendicazioni popolari sono essenzialmente delle rivendicazioni socio-economiche.

Il Libano non è nuovo alle rivolte. Nel corso della sua storia, ha assistito a vari cicli di crisi e mobilitazioni, tanto da parlare di crisi come “stile di vita” libanese. Questo dimostra i limiti della democrazia consociativa, riconfermata dagli Accordi di Taif, attraverso cui si poneva fine alla sanguinosa guerra civile, e a lungo elogiata quale strategia ottimale di risoluzione dei conflitti in società multi-confessionali. Questa instabilità politica è definita dai politologi feckless pluralism, connotato da (apparente) libertà politica, libere elezioni ed alternanza di potere. Tuttavia, l’intera classe politica è percepita come corrotta e disonesta, incapace di risolvere i problemi che affliggono un paese. Nel caso libanese, alla debolezza statale si è contrapposta la forza economica e finanziaria, garantita dalla Banca Centrale, grazie alla stabilità del debito sovrano.
Tuttavia, il sistema economico, basato essenzialmente sul settore bancario e sui servizi, che pure aveva contribuito alla resilienza del Paese, è, ora, sull’orlo del collasso.



Una crisi che parte da lontano

Fin dall’indipendenza del 1943, il Paese ha adottato un sistema economico liberista, con preminenza del settore privato, a cui è lasciata grande libertà di iniziativa, e de-regolamentazione per aprire al flusso degli investimenti stranieri. Questo ha trasformato il Libano in un importante centro finanziario della regione, in cui ha assunto il ruolo di intermediario tra i Paesi produttori di petrolio e le potenze occidentali. Questo ruolo particolare è stato decisivo nella crescita economica. Dal 1960 al 1973, il Pil pro capite ha avuto una crescita annua del 5,6%, il numero delle banche è passato da23 nel 1950 a 93 nel 1966, permettendo un’espansione consistente del settore bancario,  tanto da far valere al Libano il soprannome di “Svizzera del Medioriente”.
Le storture presenti nel sistema economico, tuttavia, sono emerse e sono state amplificate dalla guerra civile e dalle politiche di ricostruzione attuate in seguito. In particolare, sono diventate maggiormente evidenti le discrepanze a livello regionale, le disuguaglianze sociali, dove una piccola percentuale detiene gran parte della ricchezza, e la preminenza dei servizi a discapito del settore agricolo ed industriale.
I quindici anni di guerra civile furono devastanti per l’economia libanese, causando la distruzione dello stock di capitale, un’ingente perdita di risorse umane, il deterioramento delle infrastrutture e l’indebolimento delle istituzioni statali. A ciò, si aggiunge la perdita del ruolo di intermediario economico tra i ricchi Paesi del Golfo e l’Occidente.

La debolezza dell’attuale sistema politico può essere fatto risalire alle politiche di ricostruzione e di rilancio economico post-conflitto, in cui al centro veniva posto l’imperativo della stabilità economica, essenziale per controllare l’inflazione, conseguente la guerra civile.
Il conflitto ha esacerbato le disuguaglianze sociali e la povertà e le politiche economiche neo-liberali hanno fallito nell’affrontare le questioni sociali, concentrandosi su quelle economiche, ma contribuendo, in questo modo, a polarizzare la società.
Negli anni successivi alla guerra civile, la classe media si dimezzò: dal 1977 al 1999 passò dal 68% al 29,3% della popolazione, mentre i ceti a basso reddito aumentarono dal 22% al 61,9% alla fine degli anni Novanta, in contrapposizione alle aspettative dei sostenitori di politiche neo-liberali. Secondo queste ultime, la povertà si sarebbe ridotta per effetto del trickle-down, teoria del gocciolamento, ossia, le politiche a favore dei ceti più ricchi avrebbe finito per favorire anche i ceti più poveri.
Il taglio alla spesa sociale e la mancanza di risorse pubbliche adeguate per ricostruire i servizi essenziali hanno portato alla privatizzazione di questi, ragion per cui è assente una politica sanitaria nazionale o assistenza sanitaria.
 Per far fronte alla povertà dei servizi pubblici, si è sviluppata una larga rete informale patron-client, basata su ricchi leader politici, zu’ama, che offrivano servizi a famiglie ed individui in cambio di voti. La guerra civile ha trasformato il clientelismo degli zu’ama in un sistema clientelare ben più complesso ed articolato, che gravita attorno a milizie, partiti e gruppi islamici. Esempio emblematico è Hezbollah che si è configurato come “stato nello stato”.

Il periodo di ricostruzione fu dominato dalla figura del primo ministro Rafiq Hariri, ricco uomo d’affari, e che, a causa della stretta relazione tra interessi economici personali e funzioni pubbliche, fu spesso accusato di considerare il Libano sua proprietà privata. Da qui, la percezione popolare, che guida le recenti proteste, della classe politica come élite corrotta, lontana dalle richieste dei cittadini perché impegnata a perseguire interessi personalistici.
Il clientelismo è essenziale per l’accesso a servizi sociali e di welfare e costituisce parte integrante del sistema politico libanese, legato a scambio di favori e ad arricchimento personale.
Nel 2019, il Paese dei Cedri si è posizionato al 137° posto su 180 per livello di corruzione.

La causa della disastrosa situazione economica in cui riversa il Libano non è da identificarsi solo nella condivisione del potere su base confessionale e nella fragilità statale, ma, soprattutto, in politiche economiche altamente dipendenti dalle importazioni e dalle rimesse della diaspora libanese. Il rudimentale sistema di welfare, gestito in maniera clientelare dalle élites, è incapace di far fronte ai bisogni dei più poveri.
Una revisione del contratto sociale appare necessario se si vuole impedire una degenerazione, anche violenta, delle proteste.

 

The following two tabs change content below.
Noemi Verducci

Noemi Verducci

Sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione MedioOriente. Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus. Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: