Dopo aver combattuto per mezzo secolo tra giungle e mangrovie, il Vietnam può potenzialmente trovarsi ad affrontare onde e atolli del Mar Cinese Meridionale, dove Pechino intende rafforzare la sua presenza a scapito di quella vietnamita. Nonostante l’esperienza vietnamita nel combattere i Golia, la sensazione è che questa volta servano risposte sostanzialmente diverse.



I rapporti tra Cina e Vietnam sono storicamente complicati. Nonostante la prossimità geografica, culturale e ideologica, i due Paesi non hanno mai avuto rapporti idilliaci. Nello scorso secolo non sono mancati neppure brevi conflitti armati, come la guerra del 1979 voluta da Deng Xiaoping all’inizio della sua leadership del Partito Comunista Cinese. Il conflitto si è svolto lungo il confine terrestre tra i due Paesi, mentre il terreno di scontro attuale è il Mar Cinese Meridionale. Dopo quasi mezzo secolo di conflitti terrestri, il Vietnam si trova quindi a dover includere nella propria strategia problemi di carattere marittimo. È proprio l’ascesa della Cina a potenza marittima a rappresentare una delle preoccupazioni principali per il governo di Hanoi: la Cina afferma con forza la sua sovranità sulle isole del Mar Cinese Meridionale, tra cui le Isole Paracelso e le Spratly, reclamate come territorio nazionale anche dal Vietnam.

Il Mar Cinese Meridionale è attualmente teatro di contese territoriali tra tutti gli stati rivieraschi. Il controllo di piccoli atolli, come quelli che formano le Isole Paracelso e Spratly, permette l’istituzione di acque territoriali e zone economiche speciali, cruciali per lo sfruttamento economico ed energetico del mare e per il controllo della navigazione. Lungo le rotte del Mar Cinese Meridionale passa gran parte delle merci mondiali e tutti i Paesi dell’area dispongono di hub logistici di alto livello. Ne deriva che per il Vietnam, la nine-dash line, ovvero i confini marittimi reclamati dalla Cina nell’area, rappresenta un pericolo e necessita una risposta decisa.

L’obiettivo del Vietnam è quindi quello di dissuadere la Cina dalla realizzazione della sua agenda marittima ed evitare un’ulteriore spiralizzazione del conflitto. Il raggiungimento di quest’obiettivo passa anche attraverso l’acquisizione di uno strumento navale adeguato al compito: negli ultimi vent’anni la Marina vietnamita ha acquisito numerosi nuovi assetti, soprattutto di produzione russa, ma ha anche avviato la produzione locale delle corvette classe Molniya. La strategia vietnamita è basata principalmente sulle capacità di sea denial riconducibili a sottomarini e missili antinave, con questi ultimi presenti sulla maggior parte del naviglio pesante e sulle installazioni difensive lungo la costa. Allo stato attuale non dispone di grandi capacità di proiezione: pur esistendo un corpo di Marines largamente apprezzato, i mezzi da sbarco sono limitati e piuttosto datati. Infine, non dispone di navi in grado di imbarcare velivoli ad ala fissa.



La marina vietnamita può comunque beneficiare della partnership con gli Stati Uniti, che rappresentano allo stato attuale anche il principale partner commerciale. I rapporti tra i due Paesi sono stati costruiti sull’eredità storica del Guerra del Vietnam, ma soprattutto sulle necessità di contenimento cinese comuni a entrambi i Paesi. Questa collaborazione è stata suggellata nel 2016 dalla fine dell’embargo statunitense di armi verso il Vietnam e dalla partecipazione vietnamita al RIMPAC, la principale esercitazione statunitense nel Pacifico, a cui partecipano anche le principali marine alleate degli USA. Inoltre, il Vietnam ha stretto accordi di varia natura con Giappone e India, interessati anch’essi a contenere l’ascesa cinese. Con il primo sono numerose le esercitazioni congiunte, i programmi di addestramento e gli accordi tra industrie del settore della difesa. Con l’India invece, oltre alle esercitazioni riveste grande importanza l’addestramento dei sommergibilisti vietnamiti, erogato nelle istituzioni indiane.

Tuttavia, i mezzi militari non sono gli unici a disposizione di Hanoi per limitare l’assertività cinese. Nel 2020 al Vietnam toccherà la presidenza di turno dell’ASEAN, che darà al Paese una chance di indirizzare l’istituzione regionale verso una presa di posizione più decisa nei confronti di Pechino. Gran parte dei Paesi membri rivendica isole nel Mar Cinese Meridionale e un’opposizione collettiva alla Cina potrebbe permettere agli stessi di dirimere la questione con più serenità. Il Vietnam è diventato membro dell’ASEAN solo nel 1995, dopo la risoluzione del conflitto in Cambogia. Da allora ha dimostrato grande interesse verso l’istituzione, che ha agevolato il grande sviluppo economico degli ultimi decenni. Tradizionalmente incentrata più su questioni di carattere economico, negli ultimi anni l’ASEAN sta anche intensificando la collaborazione militare tra i membri, culminata con l’esercitazione navale ospitata dalla Thailandia nel 2017.

Dal quadro della situazione è facile comprendere che il Vietnam sia un Paese in una fase di crescita economica e militare. Le preoccupazioni circa le azioni cinesi sono al centro dell’agenda di Hanoi, che cerca di difendere il proprio spazio politico ed economico in una regione caratterizzata da un ambiente strategico sempre più complesso. Le scelte strategiche vietnamiti hanno indubbiamente alzato il costo di un conflitto aperto nel Mar Cinese Meridionale, ma non permettono al Paese di affermare le proprie rivendicazioni a scapito di quelle altrui.

La partnership tra Vietnam e Stati Uniti è ancora a un livello embrionale e anche gli accordi di procurementrimangono per ora sulla carta. Al netto del trasferimento di mezzi alla Guardia Costiera vietnamita, i sistemi d’arma statunitensi sono troppo costosi per le casse di Hanoi e soprattutto difficilmente compatibili con quelli vietnamiti, di importazione russa. Infine, portare la partnership su un piano meno simbolico e più effettivo di quello attuale rischia di provocare reazioni pericolose da parte della Cina, cosa che vanificherebbe il lavoro fatto finora. Essendo anche improbabile un intervento diretto statunitense in caso di conflitti nell’area, Il Vietnam deve quindi trovare un giusto equilibrio tra le due potenze.

La presidenza di turno dell’ASEAN può rappresentare un’opportunità, ma non è assolutamente certo che la logica del bilanciamento si possa applicare al blocco regionale del sud-est asiatico. Gli investimenti cinesi sono importanti vettori di influenza politica e, uniti all’evidente crescita militare, spesso sono sufficienti a convincere un Paese a adottare una linea più morbida verso la Cina. Le Filippine inizialmente avevano iniziato a collaborare con le forze armate vietnamite in funzione anticinese, anche se solo nella forma di incontri simbolici sulle isole contese. Situazione che però è cambiata con l’elezione del presidente Duterte nelle Filippine, il quale ha deciso di impostare i rapporti con la Cina sulla cooperazione e non sullo scontro. Inoltre, pur avendo fatto dei passi avanti verso l’integrazione militare dei Paesi Membri, l’ASEAN non è ancora uno strumento militarmente efficace. L’interoperabilità tra Forze Armate è un processo molto lungo e complicato e l’unico Paese in grado di velocizzare questo processo sarebbero gli Stati Uniti, che però non possono rischiare di provocare troppo la Cina creando di fatto una nuova SEATO[1]. Infine, l’ASEAN ha condotto esercitazioni navali sia con la Cina (2018) sia con gli Stati Uniti (2019), rendendo quindi lampante l’assenza di una volontà di allineamento in ambito militare per non alienare le partnership economiche e finanziarie.

I prossimi anni saranno cruciali per il futuro marittimo del Vietnam. Per quanto allo stato attuale sia possibile inferire che nessuna delle parti voglia un conflitto diretto, è anche vero che le tensioni e gli end state contrastanti permangono. Per ora l’output strategico generato dalla crescita navale del Paese, dalle partnership internazionali e dai i rapporti con l’ASEAN può essere solamente il mantenimento dello status quo attraverso un equilibrato posizionamento. Per quanto lo stato attuale possa rappresentare sicuramente una posizione favorevole ad Hanoi, nel lungo periodo la crescita cinese può potenzialmente rompere il delicato bilanciamento e dar luogo a sfide ancora più complicate per il Vietnam.

[1] Organizzazione internazionale a carattere difensivo composta da Stati Uniti e diversi Paesi del sud-est asiatico. Nata per contenere le influenze del blocco sovietico nella regione, l’organizzazione è stata sciolta negli anni Settanta a seguito delle scelte divergenti dei Paesi membri, che hanno minato l’efficacia militare dell’organizzazione.

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