Quando Francis Fukuyama, stimato politologo statunitense, dava alla luce il fortunato best seller “La fine della storia” (1992), il destino dell’umanità stava cambiando direzione. Egli si spinse in profondità e intuì con largo anticipo le sfide che il nuovo ordine poneva alla leadership globale degli Stati Uniti, emersi come assoluti vincitori della Guerra Fredda. Così, mentre gli USA affrontano la più grave crisi dalla Grande Depressione, Fukuyama ha vergato su Foreign Affairs un articolo in cui individua un punto di rottura nell’attuale ordine politico internazionale. Una delle principali ragioni è l’impietosa risposta degli Stati Uniti alla pandemia di Coronavirus.

Ci sono momenti della storia in cui l’ordine politico internazionale si trova di fronte ad un checkpoint, un punto di rottura tra ciò che c’era prima e ciò che verrà. E la pandemia globale costituisce un esempio plastico; perciò vale la pena fermarsi, riflettere e analizzare. In questo senso, l’articolo di Francis Fukuyama, apparso il 9 giugno sul noto magazine Foreign Affairs, si spinge oltre e riferisce di un certo ordine internazionale post-pandemia , perché “le gravi crisi hanno gravi conseguenze, solitamente imprevedibili, che gli storici del futuro saranno in grado di individuare”.

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Chi, come gli Stati Uniti, per decenni ha rappresentato il modello di democrazia liberale adesso deve fare i conti con tensioni economiche e sociali che ne minacciano, al contempo, la reputazione internazionale. Se la Cina, non esente da colpe nella comunicazione dell’emergenza sanitaria, ha sfruttato la situazione per intensificare i rapporti diplomatici bilaterali e multilaterali; gli USA hanno mostrato una fallimentare gestione interna dell’epidemia, ma soprattutto hanno maldestramente politicizzato la situazione, scagliandosi contro i due nemici principali di quest’amministrazione: la Cina e il multilateralismo, incarnato nella fattispecie dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Quella dell’amministrazione Trump è stata una risposta non all’altezza della sfida posta dal dilagare del Coronavirus. “Una persistente epidemia, combinata ad importanti perdite di lavoro, una prolungata recessione e un debito pubblico senza precedenti, condurrà inevitabilmente a tensioni che si trasformeranno in un contraccolpo politico”, afferma Fukuyama, secondo cui il Presidente Trump ha lasciato i propri cittadini e la propria economia esposti e vulnerabili. Gli errori e le responsabilità di quest’amministrazione sono molteplici: la polarizzazione e la divisione della società, anziché predicare calma e unità; la politicizzazione degli aiuti internazionali e le decisioni chiave scaricate sui Governatori dei vari Stati, mentre proprio il Presidente “incoraggiava le proteste contro gli stessi Governatori”. Tutto fuorché un esempio virtuoso di crisis management.

Non solo: la pandemia poteva essere un’occasione per stimolare la cooperazione internazionale e rafforzare l’interscambio tra tecnocrazia (in questo caso istituzioni sanitarie) e politica tradizionale. Ciò non è accaduto, anzi – per parafrasare Fukuyama- i leader nazionali, come Trump, hanno giocato al “gioco delle accuse” e hanno messo in imbarazzo le autorità sanitarie con esternazioni inappropriate.

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In tale contesto, dunque, la pandemia potrebbe condurre a un declino del prestigio internazionale degli USA, che si inscriverebbe nel lungo processo di erosione dell’ordine internazionale liberale. Quali sono gli scenari? Fukuyama non ha le idee chiare sul post-Covid: una rinascita dei fascismi e nazionalismi oppure una ripresa di vitalità del liberalismo. Su una cosa il politologo statunitense non ha dubbi: “l’ordine internazionale post-pandemia metterà a riposo le forme estreme di neoliberalismo”. Occorre utilizzare prudenza, però, quando si parla di inesorabile declino internazionale degli Stati Uniti: “Loro si sono dimostrati capaci di trasformarsi e adattarsi prima ai cambiamenti internazionali”.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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