Il conflitto israelo-palestinese sembra non avere fine. Numerosi cicli di violenza si sono susseguiti, senza portare ad una soluzione. Al contrario, negli anni, si è assistito ad un graduale deterioramento della situazione palestinese. La resistenza non violenza sembra rappresentare una valida alternativa.

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La resistenza non violenta non è un fenomeno che viene tipicamente associato alla tumultuosa regione mediorientale.  Siamo abituati a vedere l’area attraverso la lente del terrorismo e della violenza settaria, tanto da considerarle delle caratteristiche endemiche del Medioriente, a causa, soprattutto, dell’eredità lasciata dagli interventi imperialisti e dall’imposizione di confini artificiali, che hanno reso l’area connotata da insicurezza. Questo appare ancora più vero se associato all’eterno conflitto israelo-palestinese. La resistenza palestinese è nota, soprattutto, per gli attentati suicidi, compiuti da organizzazioni estremiste come Hamas o la Brigata dei Martiri di al-Quds.
Ciononostante, la storia palestinese è costellata da numerosi esempi di resistenza non violenta e di disobbedienza civile contro l’occupazione israeliana.  Questo non esclude, naturalmente, l’impiego di metodi violenti da parte palestinese, ma, che hanno finito per oscurare, data la grande copertura mediatica, i movimenti pacifici.

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Nell’immaginario collettivo, l’uso della violenza sembra essere un mezzo più efficace nei movimenti di opposizione per raggiungere concessioni politiche.  Ma, nonostante questa supposizione, le statistiche dimostrano il contrario. Nel 53% dei casi, le lotte non armate hanno avuto più successo di quelle armate (queste ultime hanno funzionato solo nel 26% dei casi). Alla base del successo, è possibile fornire due principali ragioni. In primo luogo, una resistenza non violenta riesce ad attirare maggiore consenso sia a livello interno sia a livello internazionale, permettendo, in questo modo, di esercitare pressione sul potere centrale. In secondo luogo, le repressioni violente contro le insorgenze pacifiche finirebbero pe ritorcersi contro il regime stesso, alienare i suoi stessi sostenitori e provocare una condanna a livello internazionale.  

Ma, esattamente, cos’è la resistenza non violenta?

La resistenza non violenta è la strategia di combattere un conflitto utilizzando metodi che non implicano l’uso della violenza. Il boicottaggio economico, proteste simboliche, sciopero dei lavoratori, la non cooperazione a livello politico o sociale costituiscono alcuni degli esempi di strategie utilizzate per mobilitare le masse ad opporsi a particolari politiche o a delegittimare gli avversari.
I movimenti di resistenza non violenti, in quanto percepiti come portatori di istanze moderate e non radicali, sono capaci di attrarre un numero maggiore di attivisti rispetto ai movimenti armati. A ciò si aggiunge, in numerose occasioni, il sostegno fornito dalla comunità internazionale, attraverso sanzioni verso il regime oppressore o sostegno finanziario verso l’attore che si difende.

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Metodi di resistenza pacifica

Mubarak Awad, anche noto come “Il Ghandi palestinese”, è stato uno dei principali promotori delle azioni non violente durante la prima Intifada e fondatore del Palestine Centre for the Study of Non Violence.
Awad suggerisce alcuni metodi  di disobbedienza civile da utilizzare nei territori occupati.
Un primo metodo efficace è rappresentato dal rifiuto di collaborare con Israele. La mancanza di cooperazione assume forme diverse: il rifiuto a lavorare in Israele, il rifiuto di fornire informazioni alle autorità israeliane, il rifiuto di pagare le tasse, per fornire solo qualche esempio.
Appare particolarmente efficace il rifiuto di collaborare nell’ambito della sicurezza. La cooperazione di sicurezza è considerata un’estensione dell’autorità israeliana e non un modo per proteggere la popolazione palestinese. A contribuire alla sua impopolarità, non mancano esempi di manipolazione della suddetta cooperazione contro i rivali politici.

 Il mese scorso, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas, ha dichiarato la fine di tutti gli accordi stipulati con Israele, tra cui la fine della cooperazione in ambito della sicurezza. Questa dichiarazione significa che anche gli Accordi di Oslo non sono più ritenuti validi, ma ciò, al tempo stesso, implica la fine della legittimità dell’Autorità Palestinese stessa. Istituita con gli accordi di Oslo nel 1993, in principio era stata concepita come un governo ad interim che avrebbe dovuto portare alla creazione di uno stato palestinese indipendente. Sono passati più di vent’anni e questo non si è trasformato in realtà. Al contrario, l’accordo di pace di Trump e le ultime dichiarazioni di Netanyahu vanno nel verso opposto (annessione dei territori occupati). L’accordo del secolo ha dato il via libera al piano di annessione dei territori occupati. Per i palestinesi, il progetto di annessione significa arrivare ad un punto di non ritorno in cui la soluzione dei due stati sembra tramontare.

Boicottare i prodotti israeliani è un altro metodo rilevante. Ciò significa cercare partner economici alternativi o prediligere forme di autosostentamento.  Per esempio, nei mesi scorsi, l’Autorità Palestinese aveva posto dei limiti sulle importazioni di vitelli da Israele, un commercio dal valore di 289,981,150 $ annui, come parte di una più ampia politica di sganciarsi finanziariamente da Tel Aviv. Gli accordi di commercio sull’agricoltura rientrano nell’ambito degli accordi di Oslo.
Quest’ultimo metodo non è privo di criticità. Il problema principale è rappresentato dall’interdipendenza economica tra i due paesi, in particolare, i territori palestinesi dipendono in grande misura dalle importazioni israeliane.

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 E’ necessario lo scioglimento dell’Autorità Nazionale Palestinese?

Già negli anni passati, si è spesso parlato dello smantellamento dell’Autorità Palestinese in segno di disobbedienza civile ed atto di resistenza non violento contro il progetto politico israeliano, in seguito, in particolar modo, alla mancanza di miglioramento della situazione palestinese, nonostante i numerosi negoziati intrapresi.
 L’autorità palestinese gode di scarsa legittimità popolare. Secondo un’indagine condotta nel febbraio del 2020, a seguito dell’Accordo del Secolo di Trump, il 70% dei palestinesi riponevano scarsa fiducia nelle dichiarazioni di Abbas e un declino di popolarità nella sua figura e nel partito di Fatah. In contrasto, i risultati dimostrano un supporto crescente ad Hamas, in quanto una grande percentuale, il 50%, di intervistati ritiene la lotta armata l’unica strategia possibile per contrastare l’occupazione, in opposizione ad un esiguo 21% che ritiene ancora possibile raggiungere un accordo di pace con Israele.
Il suo scioglimento non rappresenta uno scenario auspicabile da Israele, dal momento che dovrebbe assumersi i costi della gestione della sicurezza nei territori occupati. Tuttavia, ciò, esercitando pressione sullo stato israeliano, potrebbe rivitalizzare il processo di pace e la soluzione dei due stati.

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Esempio della Prima Intifada come prova del successo della resistenza non violenta

La Prima Intifada offre un esempio storico dell’efficacia della resistenza civile. Nonostante “il lancio delle pietre” sia diventato il simbolo della rivolta palestinese, gli atti di violenza rimasero limitati ed esiste un consenso nel definire la rivolta prevalentemente pacifica. L’Intifada ha avuto delle ripercussioni anche sulla società israeliana. Nel 1988, circa 500 soldati israeliani hanno firmato una petizione, rifiutando di prestare servizio nei territori occupanti, condannando la moralità dell’occupazione.
 Migliaia di palestinesi adottarono tattiche di resistenza civile, tra cui il rifiuto di collaborare con le autorità israeliane, il boicottaggio dei loro prodotti in favore dell’auto-sufficienza alimentare.
La Prima Intifada non ha portato alla fine del conflitto né alla liberazione della Palestina, ma ha esercitato una forte pressione sul potere israeliano, ha fatto sì che la questione palestinese ricoprisse una posizione di primo piano nell’agenda internazionale ed ha portato le due parti a sedersi al tavolo dei negoziati.

Il deterioramento della questione palestinese, in seguito all’accordo di Trump e all’intenzione del premier israeliano di annettere i territori della Cisgiordania, potrebbe portare al rafforzamento delle frange più estreme e produrre un ciclo di violenza senza fine.
Attualmente, la priorità è individuare una strategia nazionale comune e superare le divisioni interne. In quest’ottica, la riconciliazione con Hamas ricopre un ruolo fondamentale.
Date le attuali circostanze e data l’inferiorità militare palestinese, la non violenza rappresenta il metodo più efficace di resistenza contro l’occupazione israeliana e può raggiungere gli obiettivi che la lotta armata non è riuscita ad ottenere: la fine dell’occupazione israeliana e l’auto-determinazione. Tuttavia, per assicurare l’efficacia delle strategie, è necessario che le varie fazioni palestinese mettano da parte le differenze e giungano all’unità e cooperazione. Per fare ciò, un ripensamento dell’intera Autorità Palestinese sembra inevitabile.

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Noemi Verducci

Noemi Verducci

Sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione MedioOriente. Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus. Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.
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