La regionalizzazione o integrazione del Mediterraneo può rappresentare un’opportunità per tutti i Paesi del bacino, ma nasconde in sé numerose problematiche, storicamente radicate. I vari tentativi, susseguitisi negli anni, sono stati spesso ostacolati non solo dalle difficoltà strutturali della regione, ma anche da alcuni Stati nazionali.

In uno dei suoi libri più importanti, “Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro” (2000), l’economista Bruno Amoroso parla del Mediterraneo come di un mosaico, un’opera cioè composta da più frammenti di materialeomogeneamente scollegati fra di loro. Omogeneamente perché un bel mosaico dona comunque una figura d’insieme, seppur composto di vari pezzi. Questi ultimi sono però sconnessi, scollegati, rinchiusi nei loro bordi di confine.  Il professor Amoroso sottolineava, con questa metafora, l’omogeneità delle economie mediterranee nel loro insieme, senza tralasciarne la loro frammentarietà e il loro scarso coordinamento.

Questa situazione, tutta particolare, per una parte della storia, sembra illogica: molti Paesi del Mediterraneo condividono, infatti, un retaggio storico comune, penetrante e performante che avrebbe dovuto spingere ad una più profonda integrazione. Centro culturale e commerciale, è possibile asserire che il Mediterraneo, se non la più importante, è stata comunque una delle principali arterie commerciali e di scambio di tutto il mondo. Al contempo, esso è stato teatro anche dei più vasti e violenti scontri fra diverse popolazioni e civiltà.

Alcuni accademici hanno ravvisato, proprio in questa storia complessa e travagliata che non ha portato ad una sostanziale integrazione, un eccezionalismo mediterraneo. Altre regioni geografiche, che portano con sé un bagaglio storico-culturale paragonabile a quello mediterraneo, hanno raggiunto una certa integrazione economico-sociale. Il Mediterraneo non può vantare altrettanto, nonostante i vari tentativi che, dal dopoguerra e in particolar modo dalla decolonizzazione ad oggi, si sono susseguiti.

 

Alcuni tentativi storici

Le iniziative più importanti messe in campo per l’integrazione economico-sociale nel Mediterraneo possono riassumersi in due tentativi, entrambi risalenti, approssimativamente, agli anni Novanta del Novecento: una è il Processo di Agadir, l’altro il Processo di Barcellona.Il Processo di Agadir, relativamente più recente di quello di Barcellona, deve il suo nascere al tentativo fallito della Lega Araba di creare uno spazio di integrazione pan-regionale per tutti i Paesi di cultura araba. L’Area Araba Allargata di Libero Scambio era infatti stata pensata già negli anni Sessanta del Novecento, come possibile trampolino ad una più marcata integrazione che avrebbe segnato l’inizio di una futura cooperazione fra le due sponde del Mediterraneo. Le divisioni politiche fra i diversi Paesi, così come le tensioni interne agli stessi, impedirono il raggiungimento di una comune linea d’azione, sino al 2005.

Ciononostante, i Paesi dell’area MENA iniziarono una più dinamica cooperazione in campo economico. Dopo una serie di accordi bilaterali, Marocco, Tunisia, Egitto e Giordania divennero i pionieri di una nuova e più importante iniziativa sub-regionale per la progressiva riduzione delle tariffe doganali che ha visto la propria formalizzazione solo a partire dal 2000. Il supporto sia da parte dell’Unione Europea che degli Stati Uniti permise all’iniziativa di partire. Qualche disaccordo fra i vari Paesi di partenza ha costretto la firma dell’Accordo di Agadir ad un ritardo durato sino al 2004 (ratifica nel 2006) e il suo impatto non ha sensibilmente variato gli equilibri regionali nell’area MENA. Non solo perché ad aderirvi in un secondo momento è stata unicamente la Palestina, ma anche a causa di una certa rigidità internaall’organizzazione stessa e all’istituzione, come anticipato precedentemente, dell’Area Araba Allargata di Libero Scambio nel 2005.

Ciononostante, l’Unione Europea ha sempre visto favorevolmente la tensione dei Paesi firmatari l’Accordo di Agadir, come la possibilità di rafforzare l’integrazione commerciale e di scambio necessaria fra i Paesi del Sud Mediterraneo, che rappresentava uno degli ostacoli alla piena realizzazione del Processo di Barcellona.Quest’ultimo ha avuto inizio nel 1995 ed ha avuto la strada spianata da anni di politiche europee finalizzate ad una più integrata cooperazione commerciale e politica – perché non bisogna dimenticare quanto pesino fondamentalmente migrazioni e radicalismo religioso – con i Paesi della sponda Sud. Il Processo di Barcellona ha permesso la formulazione e l’adozione dell’Euro-Mediterranean Partnership o Partenariato euromediterraneo (PEM), il cui dichiarato obiettivo risiedeva nella creazione di una comunità Euro-Mediterranea pluralistica fondata sul regionalismo consensuale e co-responsabile, che avrebbe successivamente portato ad un’Area Euro-mediterranea di Libero Scambio (entro il 2010).

La posizione dell’Unione Europea era fortemente caratterizzata dalle convinzioni liberiste, secondo le quali una maggiore prosperità economica, dovuta ad una più libera commercializzazione dei beni (e non solo), avrebbe spontaneamente portato a riforme strutturali e decisive nelle società dei Paesi del Sud ed Est del Mediterraneo. Purtroppo, non vi furono sostanziali cambiamenti nella maggior parte dei Paesi che invece, molto frequentemente, ricevevano sostanziale supporto da parte dei singoli Stati dell’UE interessati più a mantenere i propri privilegi e sicurezze che ad innescare proficui cambiamenti per una prosperità condivisa.

I tentativi successivi, come il lancio della Politica Europea di Vicinato e il suo allargamento ai Paesi del Maghreb e del Mashrek, il ritorno ad un sostanziale bilateralismo fra UE e Paesi Partner (guardiamo il caso della Turchia o del Marocco), così come l’istituzione dell’Unione per il Mediterraneo, hanno tentato parzialmente di recuperare ciò che poteva essere salvato dagli slanci iniziali di una cooperazione più profondo ed allargata in campo commerciale

 

Cosa impedisce la regionalizzazione mediterranea

È chiaro che le varie iniziative, fra le quali rientrano quelle descritte e non solo, abbiamo avuto non poche difficoltà per realizzare i propri obiettivi, anche di breve termine. Fra queste, rientrano fattori sia di pura natura economica che di stampo prettamente politico, internoed estero. Gli ostacoli di natura economica riguardano principalmente una troppo parziale diversificazione e modernizzazione delle economie mediterranee, che invece dovrebbe diventare nucleo centrale delle politiche di integrazione. Inoltre, l’ancora alto livello di “protezionismo” su alcuni prodotti commerciali è del tutto controproducente: una piena partnership fra Unione e Paesi della sponda Sud ed Est dovrebbe mirare ad un interscambio proficuo e fruttuoso per entrambe le sponde. I prodotti del comparto agro-alimentare sono ancora fortemente coperti, perché il vantaggio competitivo dei prodotti del Sud Mediterraneo è certamente maggiore rispetto quello dell’Unione. Eppure, al riguardo, un netto sbilanciamento è realmente presente già oggi all’interno della stessa UE, fra Paesi del Nord e quelli del Sud.

Gli ostacoli di natura politica riguardano, invece, le profonde differenze in termine di regimi politici fra i vari Paesi. Quasi tutti i Paesi della sponda Nord del Mediterraneo godono di istituzioni democratiche che rispettano lo Stato di Diritto; i Paesi del Maghreb e del Mashrek hanno invece regimi più fragili dal punto di vista democratico e sono caratterizzati da una forte instabilità politica. Quest’ultima impedisce una lineare chiara e puntuale verso l’integrazione socio-economica. Un secondo ostacolo è rappresentato da una, talvolta forte, polarizzazione geopolitica fra gli Stati della stessa macroregione: i rapporti socio-politici fra Paesi confinanti, specialmente nella zona meridionale del Mediterraneo, sono spesso instabili e precari. È il caso del Marocco e dell’Algeria, divisi sulla questione del Sahara Occidentale; è il caso libico, non solo perché oramai diviso in più Libie, ma anche per i rapporti travagliati con l’Egitto; il perdurante conflitto israelo-palestinese, vera e propria materia di stallo in campo regionale ed internazionale; sono le controversie turco-cipriota, turco-greca e turco-siriana; è la mancanza di dialogo fra Libano ed Israele.

Altro pesante ostacolo ad una piena integrazione regionale risiede nella scarsa volontà da parte dell’UE nell’investire strategicamente in questo senso. Ancor meglio, gli impedimenti diverrebbero da un certo paradigma economico-politico, di stampo germano-renano, che ancora danneggia l’allargamento a Sud e Sud-est. I Paesi del Nord dell’Unione hanno guardato con sospetto i processi messi in atto da Spagna, Francia, Italia e Grecia nella prima metà del 2000 e che hanno poi portato alla realizzazione dell’Unione per il Mediterraneo. L’idea originaria di Sarkozy, ovvero la creazione “del più grande laboratorio al mondo del co-sviluppo”, non convinse la Merkel, che vide invece minacciata la propria centralità in Europa e la sopravvivenza della stessa Unione europea. Per tale motivo, l’Unione Mediterranea, nel sogno proprio del Presidente francese, divenne Unione per il Mediterraneo, con la piena adesione di tutti i Paesi dell’Unione, anche quelli che, come nel caso di quelli Settentrionali, non hanno enormi interessi nella ridistribuzione della prosperità economica nel bacino.

Il futuro dell’UE è Mediterraneo? Possibilità e limiti.

È ormai chiaro da anni che la sopravvivenza dell’UE è legata indissolubilmente alla sua capacità di attrazione regionale e al potenziale allargamento delle sfere di influenza regionale. L’avanzata di Russiae Cina, che vorrebbero attecchire anche nelle acque calde del Mediterraneo, dovrebbe preoccupare l’UE: la stabilizzazione dell’area, secondo gli interessi della regione stessa, dovrebbe interessare più specificamente l’Unione, per tutta una serie di fattori. Anzitutto per la sicurezza meso-regionale, che dipende primariamente dallo stato di benessere sociale ed economico dei diversi Paesi. Il limite risiede nella singola propensione degli Stati e di un non facile allineamento su diverse questioni politiche (come il caso libico, siriano e turco). In secondo luogo, vi sono anche questioni economico-strategiche: ogni territorio lasciato vuoto è appetibile in un mondo multipolare. Lasciare il Mediterraneo a Russia o Cina significa avvinare a sé competitor troppo forti e perdere, ragionevolmente, influenza in sedi internazionali di rilievo

In terzo luogo, bisogna che l’UE allarghi le proprie capacità di pensare e ripensare l’economia e i suoi campi di ricerca: in un mondo sempre più digitalizzato e proiettato al futuro, è fondamentale che le economie vivano una differenziazione radicale e profonda. Per far ciò v’è necessariamente bisogno di economie policentriche che, integrate fra di loro, creino una prosperità condivisa: la produzione ed il consumo non possono essere concentrate solo in determinati punti. Nel caso europeo, l’economia (e il ben-essere) non può fermarsi alla “banana blu”. Allargarsi al Mediterraneo significa propendere per un nuovo mercato, che potenzialmente sarà il più giovane al mondo e dunque quello più ricco di possibilità di innovazione – ma anche il più instabile, fondamentalmente. Sarà anche un mercato molto popolato, con una domanda di beni ed un’offerta di lavoro molto elevate – e ciò comporterà altrettanta instabilità. Il rischio, per l’UE, è proprio quello di “importare” un certo grado di instabilità (come si pensava anche a seguito del crollo del muro di Berlino). Ciò che sembra necessario, oggi, per l’UE è un ripensamento radicale di paradigma geopolitico economico e strategico, per poter conseguentemente affrontare sia gli ostacoli economici, che quelli politici dell’intera regione.

 

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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