I flussi migratori che dal centroamerica cercando di oltrepassare il confine americano ha fortemente incrinato il rapporto tra Washington e Città del Messico. L’elezione del nuovo presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador costituisce un punto di svolta nelle possibili interazioni tra i due paesi come la consueta linea dura patrocinata dal presidente Trump. Una sguardo alle relazioni storiche, politiche ed economiche tra i due giganti nordamericani.

Storicamente i rapporti tra Messico e Stati Uniti sono caratterizzati da grande instabilità, principalmente dovuta alle loro frontiere ed agli stati contesi fino alla seconda metà del XIX secolo. Instabilità sfociata nella guerra messicano-americana scoppiata nel 1846 e conclusasi nel 1848 con il trattato di Guadalupe Hidalgo, per mezzo del quale il Messico cedette agli Stati Uniti parte di quei territori che oggi compongono gli attuali stati del Colorado, Arizona, Nuovo Messico e Wyoming. Detto questo, le tensioni tra questi due colossi dell’economia americana continuano ancora oggi per motivi differenti.

Nel corso degli anni, i due colossi hanno conseguito un equilibrio attraverso gli accordi di libero scambio internazionale come il NAFTA (North American Free trade Agreement o in italiano “Accordo Nordamericano per il Libero Scambio”) entrato in vigore nel 1994. Il NAFTA prevedeva la progressiva eliminazione delle barriere tariffarie tra Messico, Stati Uniti e Canada.

Nonostante ciò, il non facile rapporto tra i due paesi è inasprito ulteriormente dalle attuali politiche protezioniste del Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, deciso a difendere i confini degli USA ed a fare pugno di ferro contro l’immigrazione clandestina.

Ma facciamo un passo indietro. Le tensioni tra Messico ed USA oggi sono causate in parte dai flussi migratori provenienti dal centroamerica. La migrazione dall’America centrale[1] agli Stati Uniti non è un fenomeno nuovo, tuttavia le ragioni o i fattori di spinta che stanno causando la migrazione o la fuga delle persone sono cambiate. Il Triangolo del Nord America Centrale (TNAC o NTCA “Northern Triangle of Central America”), composto da El Salvador, Guatemala e Honduras, è considerato uno dei luoghi più pericolosi della terra, che ha causato livelli di migrazione senza precedenti. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati ha definito questa una crisi umanitaria. Molti centroamericani sono rifugiati che, come i siriani, stanno fuggendo per salvarsi la vita.

Mentre gli Stati Uniti gli Stati Uniti hanno visto un record nelle domande di asilo, i paesi centroamericani stanno affrontando maggiori flussi migratori dalla NTCA all’interno dei loro confini. Secondo un rapporto dell’UNHCR del 2014, Messico, Belize, Costa Rica, Nicaragua e Panama hanno registrato un aumento del 432% delle domande di asilo[2]. Nel contesto migratorio, chiaramente il Messico gioca un ruolo preponderante e geograficamente strategico. Infatti confina a nord con gli Stati Uniti con cui condivide le frontiere ed a sud con Guatemala e Belize.

Stime ufficiali indicano come questo confine tra Messico e Stati Uniti sia uno dei confini maggiormente attraversati al mondo, registrando il passaggio di circa 250 milioni di persone ogni anno[3]. Proprio per la sua posizione geografica strategica è definito un paese di origine, transito e di arrivo[4] dei flussi migratori. Di origine, in quanto molti messicani storicamente hanno partecipato a più flussi migratori verso gli USA e il Canada nel corso del XX secolo principalmente per ragioni economiche; è un paese di transito e di arrivo specialmente per i migranti provenienti dal centro america. Inoltre è anche un paese di ritorno di messicani e centroamericani che dagli Stati Uniti sono ritornati nei loro paesi di origine[5].

La domanda che sorge spontanea è: quali sono le politiche estere adottate dai due paesi per fronteggiare questo problema attuale? A livello politico abbiamo da un lato il Messico, con il neo eletto presidente Andrés Manuel López Obrador (conosciuto anche con la sigla AMLO) di estrazione di sinistra e populista, che ha promesso al popolo messicano un rilancio economico a respiro internazionale, la fine della corruzione e la legalizzazione delle droghe leggere. Dall’altro, come già affermato in precedenza l’ormai noto presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump le cui strategie e decisioni di politica nazionale ed internazionale hanno subito una netta divaricazione. Infatti in termini di high-policy (ossia di politiche a livello internazionale) Washington ha attenuato le sue posizioni pro-democrazia, spostandosi verso un tipo di politica estera nettamente più aggressiva anche nei confronti dei partner che hanno da sempre costituito un ponte tra America ed Europa.[6]

Le due politiche estere, quella messicana e statunitense, si trovano quindi a confronto. Da un lato, come neo presidente eletto, Andrés Manuel López Obrador si è trovato ad affrontare la questione migratoria di migliaia di migranti provenienti dall’America Centrale e che hanno come paese di arrivo gli USA; dall’altro, gli Stati Uniti hanno ordinato il respingimento dei migranti da parte del Messico. Inoltre, lo stesso Trump ha deciso di fare il pugno duro, chiedendo chiaramente ad AMLO che le domande di asilo venissero compilate in territorio messicano, evitando l’ingresso negli Stati Uniti prima di un’eventuale accettazione della richiesta.

Queste affermazioni sono state seguite da minacce commerciali da parte dello stesso Trump che avrebbero imposto pesanti dazi doganali che avrebbero gravato sui prodotti provenienti dal messico, dazi che sarebbero partiti da un 5% a giugno fino ad arrivare al 25% ad ottobre.[7]

Questi conflitti hanno portato Messico e USA a negoziare per oltre tre giorni, cercando di far leva sui vantaggi comuni che i due paesi potrebbero ottenere dal perseguire una continua collaborazione. Una parziale conclusione è stata raggiunta dalla sigla di un accordo tra Messico e Stati Uniti grazie al quale il Presidente Trump ha sospeso a tempo indeterminato le tariffe che sarebbero dovute essere applicate a sfavore del Messico. Dall’altro lato, il Messico si impegnerà a fare tre cose principali: schierare la guardia nazionale ai confini con il Guatemala; rafforzare quelle che sono le attuali leggi sull’immigrazione e accogliere sul proprio territorio un maggior numero di richiedenti asilo negli Stati Uniti in attesa del completamento della loro richiesta che, se accolta, vedrà il loro trasferimento in territorio statunitense.[8]

Al momento il braccio di ferro tra Andrés Manuel López Obrador e Donald J. Trump sembra essersi concluso con una piccola vittoria da parte del presidente americano (anche se la guerra dei dazi avrebbe inficiato la stessa economia statunitense). Tuttavia, questo non risolve le tensioni tra i due paesi che sembrano, ancora oggi, versare in un periodo di grande instabilità politico-economica.

[1] https://www.amnestyusa.org/fleeing-for-our-lives-central-american-migrant-crisis/

[2] https://www.amnestyusa.org/fleeing-for-our-lives-central-american-migrant-crisis/

[3] Borders and Law Enforcement, US Embassy Mexico. URL consultato il 7 marzo 2006

[4] https://tbinternet.ohchr.org/Treaties/CERD/Shared%20Documents/MEX/INT_CERD_NGO_MEX_80_9645_E.pdf

[5] https://tbinternet.ohchr.org/Treaties/CERD/Shared%20Documents/MEX/INT_CERD_NGO_MEX_80_9645_E.pdf

[6] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gli-usa-di-trump-e-il-futuro-della-democrazia-nel-mondo-21493

[7] https://www.bbc.com/news/world-us-canada-48507433

[8] https://www.lastampa.it/2019/06/08/esteri/lannuncio-di-trump-raggiunto-laccordo-con-il-messico-niente-dazi-pi-controlli-sui-migranti-FkMz3VwQb2ZPYLCLwepObJ/pagina.html

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