Da oltre quarant’anni in una regione del Nord Africa si consuma una delle questioni più controverse della storia: il diritto di autodeterminazione dei Saharawi. Appartengono ai Saharawi i gruppi arabo-berberi originari del Sahara occidentale che in seguito alla dominazione spagnola e la successiva occupazione marocchina hanno assistito alla privazione della loro terra e della loro risorsa. Nonostante gli innumerevoli tentativi della comunità internazionale di trovare una soluzione, la questione continua a restare sospesa in un immobilismo politico-giuridico senza precedenti.

Il Sahara occidentale rappresenta il teatro di un conflitto irrisolto e dimenticato. Da oltre quarant’anni interessi coloniali e aspirazioni indipendentiste si scontrano in questo luogo rimasto sospeso nel tempo. Il conflitto è stato più volte osservato attraverso gli interessi degli attori in gioco, ma al di là delle implicazioni politiche la vicenda vive uno stallo giuridico che non conosce precedenti nella prassi internazionale. Il Territorio del Nord Africa, si estende per 266000 kmq e confina con il Marocco, la Mauritania e l’Algeria. Per anni è stato conosciuto come sahara spagnolo, in quanto colonia spagnola dal 1884 al 1975. Durante l’epoca coloniale i suoi confini sono stati definiti sulla base degli interessi economico-politici delle potenze europee, senza considerare l’appartenenza etnico-linguistica e l’organizzazione economica della popolazione indigena dei saharawi, che sin da subito hanno iniziato a rivendicare la loro autonomia. Il desiderio di indipendenza dei saharawi emerge soprattutto durante la guerra del 1957-58 contro la presenza coloniale spagnola, nonostante le evidenti le aspirazioni territoriali che nel il Marocco aveva iniziato ad avanzare dopo l’indipendenza del 1956.

A causa delle pressioni, favorite anche dall’ondata di decolonizzazione di quegli anni, la comunità internazionale si trova costretta ad intervenire e, nel 1964, l’Assemblea generale emana due risoluzioni, 1514 e 2027, attraverso cui chiede alla Spagna di “adottare tutti i mezzi necessari per condurre i territori in questione alla liberazione dalla dominazione coloniale”. Da quel momento si susseguono diversi interventi dell’ONU che ruotano sempre intorno agli stessi punti: garantire il diritto di autodeterminazione al popolo Saharawi e programmare un referendum popolare sotto la vigilanza delle Nazioni Unite definito “necessario”. Nel frattempo, la lotta anticoloniale guadagna sempre più forza attraverso la sentita partecipazione di studenti, operai e lavoratori provenienti da diverse città. Il movimento per l’indipendenza dei saharawi subisce una violenta repressione ma, nel 1972, si riorganizza in un vero e proprio movimento armato che prende il nome di Fronte popolare per la liberazione di Saguia el Hamra e Rio de Oro, riconosciuto successivamente con il nome di Fronte Polisario.

Tuttavia si deve aspettare il 1975 per assistere ad una svolta, almeno sul piano formale. In quell’anno, in seguito alla Marcia verde guidata dal Marocco, la Spagna è costretta a rinunciare al suo controllo sul Sahara. La Marcia si presentò come una manifestazione pacifica, a cui presero parte trecentocinquantamila marocchini, tuttavia, se le fonti sono abbastanza concordi sul numero di partecipanti, non lo sono sulla provenienza di questi ultimi e sull’assenza di armi. Alcune testimonianze, pubblicate dal giornale algerino Al Moudjahid, affermarono di aver assistito sia alla partecipazione di militari e ex detenuti, che a diverse azioni di saccheggi perpetrati dall’armata marocchina contro i civili. In un certo senso si potrebbe sostenere che il Marocco sfruttò l’ondata nazionalista e anticoloniale per invadere il Sahara occidentale. Ed è proprio la tesi dell’invasione ad aver contribuito all’impasse giuridico che sussiste fino ad oggi. In seguito alla dipartita spagnola, Spagna, Marocco e Mauritania firmano l’Accordo tripartito di Madrid, che viene adottato il 14 Novembre del 1975. Il negoziato prevedeva un’amministrazione temporanea gestita dal Marocco e dalla Mauritania, in collaborazione con la Giam’a, un organo di rappresentanza della popolazione saharawi creato nel 1967.

Tuttavia l’accordo di Madrid solleva le prime critiche in quanto la Spagna, affidando alle altre parti una sovranità che nei fatti non possedevano, aveva scavalcato le richieste della Giam’a, violando il principio di autodeterminazione dei popoli. La stessa ambiguità si riscontra nell’atteggiamento delle Nazioni Unite che nel 1975 si pronuncia con due risoluzioni dell’Assemblea Generale, la 3458 A e la 3458 B, che riaffermano la necessità di tutelare i diritti dei saharawi. Tuttavia emergono subito forti contraddizioni. Nella seconda risoluzione, infatti, viene legittimata l’amministrazione temporanea che era stata definita dagli Accordi di Madrid. Quindi se da un lato veniva ribadito in rispetto del principio di autodeterminazione, dall’altro, si autorizzavano i Paesi che avevano occupato il territorio, a concretizzare tale occupazione, dimostrando tutte le difficoltà della comunità internazionale nel risolvere la questione.

Nel 1979 la Mauritania decide di abbandonare i territori occupati e firma un accordo di pace ad Algeri con il Fronte Polisario che viene riconosciuto formalmente per la prima volta.

Dopo l’uscita di scena della Mauritania, la questione continua a restare sospesa fino al 1990, anno in cui il Consiglio di sicurezza approva il documento elaborato dal Segretario generale Javier Perez de Cuellar della Missione MINURSO, per avviare le operazioni funzionali allo svolgimento del referendum per l’autodeterminazione. La missione si basava principalmente su quattro punti, che resteranno la base di tutti i progetti futuri: l’utilizzo del censimento delle autorità spagnole per le liste elettorali, con le relative estensioni introdotte nel 1988 con il Settlement Plan; la riduzione, da parte del Marocco, delle sue truppe nel territorio; lo stabilimento di funzionari e militari dell’ONU con il compito di garantire la pace; la possibilità per i Saharawi di scegliere tra l’integrazione territoriale con il Marocco o la piena indipendenza. Nonostante l’operazione abbia avuto il merito di contribuire ad apportare maggiore ordine nell’area, non è riuscita, allo stesso tempo, a raggiungere gli obiettivi sperati in quanto, da quel momento, si è aperto il dibattito sull’identificazione del corpo elettorale mai concluso.

Il Settlement Plan nei fatti si limitava ad integrare al censimento del 1974 le informazioni sulla morte o l’eventuale trasferimento degli iscritti, tralasciando diversi aspetti che rendevano l’operazione incerta, tra cui la struttura nomade dei saharawi e le migrazioni che avevano provocato numerosi rifugiati. Sulla base di questi elementi, Cuellar, in un Rapporto presentato nel 1991, introduce altri criteri dichiarando che potevano essere inseriti nelle liste elettorali: gli esclusi del 1974 in grado di dimostrare tramite la testimonianza di un capo tribù di averne diritto o di aver vissuto nei territori per 6 anni consecutivi o 12 intermittenti; avere un genitore nato nei territori; essere membri della famiglia ristretta di una persona appartenente al gruppo. La mossa di Cuellar in realtà finirà per aumentare l’impasse in quanto il Marocco accetterà i nuovi criteri, mentre il Fronte Polisario li respingerà in quanto troppo vaghi e tendenti ad allargare in modo discriminatorio il corpo elettorale. Si avvia così un dibattito tra le due senza soluzione. In particolare, il contenzioso consiste nel dibattito sullo jus sanguinis e lo ius soli[i], e sulla differente interpretazione del concetto di sub-frazione.

Nel primo caso si tratta di distinguere tra l’identificazione in base all’appartenenza tribale (ius sanguinis), e quella sullo ius solis, dimostrando quindi di avere un legame con il territorio.

Per quanto riguarda le “sub- frazioni appartenenti al territorio” il Fronte Polisario invece ne fa riferimento considerando quei gruppi che avevano la maggioranza dei loro membri nel Sahara Occidentale ai tempi del censimento, mentre il Marocco tende a darne un’interpretazione molto più ampia. Nonostante i diversi tentativi la situazione resta bloccata fino al 1999, anno in cui la Commissione di identificazione propone di procedere alla stesura delle liste accertate (furono individuati 82.251 idonei) per poi occuparsi delle tribù contestate. In questa occasione è il Fronte ad accettare la proposta mentre il Marocco la rigetta come protesta per l’esclusione di un numero considerevole di votanti che avrebbe voluto far inserire (sui 42.774 richiedenti identificati dal 15 giugno 1999, 8.371 si trovavano nei Territori, 667 nell’area di Tindouf, 33.002 in Marocco e 734 in Mauritania)[ii]. Ulteriori proposte e consultazioni cadranno nel vuoto lasciando la questione in un punto morto. Oggi il Marocco continua la sua occupazione de facto.

La Repubblica Saharawi, proclamata nel 1976, nel corso degli anni ha ottenuto il riconoscimento da parte di 84 Stati, (di cui 42 hanno attuato il riconoscimento congelato). Gli Stati che riconosco la SADR sono quasi tutti membri dell’Unione africana, dell’Organizzazione della cooperazione islamica, della Lega araba, e dell’America latina, mentre tra i Paesi europei il Parlamento svedese si è pronunciato timidamente a favore solo nel 2012[iii]. La posizione dell’UE è ambigua in quanto da un lato non riconosce la Repubblica Saharawi e dall’altro ammette che la posizione del Marocco non sia del tutto legittima. Allo stesso tempo non si è tirata indietro in occasione dell’accordo commerciale concluso con il Marocco, che è stato poi annullato nel 2015 da una sentenza della Corte di giustizia dell’unione europea, in quanto avrebbe comportato lo sfruttamento delle risorse provenienti dal Sahara occidentale, violando nei fatti i diritti dei saharawi[iv].

Il Marocco rifiuta l’idea della piena indipendenza sostenendo la possibilità di concedere ai Saharawi una sorta di autonomia amministrativa, ma accettare in toto la posizione marocchina significherebbe, per la comunità internazionale, sostenere l’espansione del territorio di un Paese con la forza militare, stabilendo un precedente molto pericoloso. Il Fronte Polisario, dal canto suo si batte per il diritto di autodeterminazione dei saharawi ma oltre a dover superare il congelamento politico-giuridico di questi anni, si trova ad affrontare nuove difficoltà. L’Algeria e la Libia di Gheddafi, infatti, sono stati tra i sostenitori storici del Fronte ma la crisi libica ha modificato gli equilibri spingendo l’Algeria ad assumere posizioni più morbide nei confronti del vicino Marocco per evitare ulteriori destabilizzazioni della regione nordafricana. Tuttavia non si può ignorare che dal 2015 ad oggi la Corte di giustizia europea ha adottato una posizione inequivocabile che insiste su due punti fondamentali: il Sahara occidentale e il Marocco sono due Paesi distinti; quest’ultimo non gode di alcuna sovranità sul Sahara occidentale e non può sfruttare le sue risorse senza il consenso del Fronte Polisario. Una posizione chiara che si fonda sull’inalienabilità del diritto di autodeterminazione dei saharawi e che obbliga la comunità internazionale a cercare una via alternativa che consenta ai Saharawi di poter finalmente decidere del loro destino.

[i] http://ojs.uniurb.it/index.php/studi-A/article/view/1071

[ii] http://developmentofpeoples.org/uploads/analysis/analysisIl_proc__identif_referendum_Sahara_Occ.pdf

[iii] http://www.cirpac.it/pdf/mediterraneo_e_medioriente/m2.pdf

[iv] https://web.archive.org/web/20120316022228/http://www.moroccansahara.net/page.php?IDA=128

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Giusy Monforte

Giusy Monforte

Laureata in Scienze Politiche a Catania, si specializza in Studi Internazionali all'Orientale di Napoli prestando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo aver svolto un tirocinio presso la rivista di geopolitica Eurasia, ha collaborato con la rivista di teoria e politica Pandora, con il quotidiano di approfondimento politico L'Indro e con "Russia2018". Attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Osservatorio Russia e per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali.
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